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Il film Shame

 Vincenzo Nuzzo.

Shame.

 

 

In che cosa sarebbe “bellissimo” il film Shame, di Alexander McQueen?.

Infiniti sono gli interrogativi morali ed estetici suscitati da questo film, interrogativi che susciteranno le ire e le beffe degli entusiasti cinefili che sono accorsi a vederlo, ma che comunque vanno posti.

Di tutti questi interrogativi ne proponiamo però qui solo due.

Il primo : pare che il film abbia rappresentato coraggiosamente il “vuoto” sociale evidenziato dalle dipendenze (come quella dal consumo di sesso) ?

Ma al di là del fatto che non c’era affatto bisogno che qualcuno ce lo mostrasse, visto che ce l’abbiamo ogni giorno davanti (nello spettacolo ormai veramente mortuario offertoci dalla rutilante e scoppiettante società moderna), esso non viene forse accresciuto da un film che, restando nel pieno della moderna retorica estetica, di fatto di tale vuoto si compiace?

Si ritorna così alle stucchevoli pretese di condanna del male da parte di pubblicitari del tipo di Oliviero Toscani, il quale, attraverso la proposizioni di disgustose o scandalose immagini, intendeva condurre una crociata contro l’amoralità dell’utilitarismo moderno, crociata per la quale però veniva profumatamente pagato dalla ditta che di queste immagini si approfittava.

Forse che non è compiaciuta la macchina da presa di McQueen, che si sofferma su curve provocanti, tette ben adombrate, pubi, piselli, chiappe, intimo trasgressivo, sontuosi amplessi, etc etc?.

E forse che in tutto ciò vi è dunque un giudizio morale di qualunque tipo su questo genere di vuoto?

E se non c’è, perché (come si vuole!) l’arte non è chiamata ad emettere giudizi morali, allora a che serve un’arte, che sceglie di proposito a suo oggetto un tema morale, se non a farsi complice dell’immoralità dilagante proprio attraverso il crescere dell’indifferenza?

Secondo : a quale categoria estetica ci si riferisce definendo “bellissimo” un film come questo?.

Una domanda banale, sulla quale molti sorrideranno! Ma comunque legittima!.

Si può parlare di bello a proposito dei toni foschi ed ultra-malinconici del film, ovvero quelli della New York tutta grigio-acciaio di cui parlava un critico ? Si può parlare di bello a proposito del supposto coraggio radicale (giudizio sempre di un critico) del regista nel servirsi della glacialità pervertita di un quasi amimico Fassbender (quando si dice “nomen omen” !) ?

Si può?

Si dirà che è la bellezza del tragico, ma il vero tragico collegato al bello è stato sempre collegato ad un epos più o meno eroico (Karl Jaspers). Dov’è qui tutto questo, visto che non vi è altro che un soverchiante grigiore arrotondato da accattivanti levigatezze metalliche e fascinoso clean architettonico, che fanno tanto fascinoso moderno?

 No, non ci stiamo, non la beviamo, non ci crediamo! Ancora una volta si tratta per noi di niet’altro che di leziosità estetico-filmiche cinicamente condite di morale per rendere la proposta ancora più piccante. Forse nient’altro che strategia di marketing.

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