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Posts Tagged ‘scivere editoria case editrici scrittura creativa scrittore editoria a pagamento e book’

La destinazione di questo post è esplicita. Ma attraverso di essa diviene anche chiara la natura del luogo da cui esso è stato scritto. Questo luogo è quell’isola di naufraghi sulla quale quasi invariabilmente finiscono coloro che, per ventura o forse per sventura, nascono con il pallino di “scrivere”. Che, diciamocelo chiaramente, è un’ossessione, e cioè qualcosa di non lontano da una vera malattia. Una malattia utile, però, perchè serve a sopportare il terribile male di vivere. Non a caso un mio caro e virtuoso amico brasiliano, anche lui un irrimediabile contagiato, la chiama “a nossa saudavel doença”, la “nostra sana malattia”. Ebbene, chi è affetto da tale malattia diviene esposto ai diversi colpi di un destino che lo attende in agguato con una certezza quasi matematica. È l’agguato teso dall'”appassionato scrittore” da un’editoria che proprio su questo punta per la sua sopravvivenza (in tempi difficilissimi per tutto ciò che è carta stampata). La formula è semplicissima, cioè ai limiti del banale : ‒ Visto che i libri non si vendono ai lettori, perchè non venderli agli scrittori? Ripeto semplicissimo e quindi del tutto alla luce del sole. L’unico a non accorgersene sembra allora proprio solo l'”appassionato scrittore”. E ciò ha un senso. Perchè proprio in virtù di questo, egli è destinato a cadere nella trappola senza fallo. Da qui per lui un penosissimo percorso che dall’esaltazione iniziale discenderà poi solo il desolante declivio dell’esperienza del “di-delusione-in-delusione”. Che per molti recerà alla fine alla giustissima decisione di smettere di scrivere. Una volta che la verità si sarà rivelata in tutta la sua evidenza, essa apparirà pertanto in tutta la sua disarmante semplicità proprio come la felicissima formula dell’editore. Così recita infatti in pectore l’editore mentre si spertica il lodi per lo scritto del malcapiato che gli sta di fronte pieno di speranza : ‒  “A nessuno, e per definizione, interessa del contenuto del tuo scritto. Ciò che interessa è solo che è uno scritto, e quindi che può essere pubblicato «a pagamento». Il che significa che esso non sarà nemmeno letto. Nè tanto meno sarà distribuito. L’unica cosa che ci interessa sono i soldi che ci dovrai dare. Punto!”. Unica eccezione è il rarissimo “libro di successo”, che l’editore riconoscerà a fiuto (quasi senza leggerlo, cioè dal solo titolo). Ossia quel libro di cui si può essere sicuri che colpirà il lettore al di sotto della cintola, bersaglio che, quando colpito, rappresenta il criterio infallibile di successo al quale l’editore si attiene nell’attuale congiuntura psico-spirituale del  mondo. Ebbene può anche trattarsi di libri di indubbio valore letterario, ma non è questo ciò che conta primariamente. Ciò che conta primariamente è ciò che oggi istituisce il “valore letterario” in un modo che è libero da possibilità di interpretazioni, ossia in modo assolutamente oggettivo. E ciò accade in varie circostanze, ovvero quando nei libro c’è: ‒ il turpiloquio (cioè quando il linguaggio del libro è infarcito di eccitanti e stimolanti parolacce), la dissacrazione di miti e valori, l’appello alla rivolta o alla trasgressione, il ricorso ad immagini a sfondo sessuale o almeno ammiccantemente sensuale, il riferimento alla follia (magico-realista) come legittima fonte di ispirazione, l’appello alle convenzioni della collettiva stupidità (vedi libri di “già famosi” nel senso del “glamour”…), la perizia scrittorio-venditoria secondo il verbo delle scuole di “creative writing” (= adesione al moderno conformismo estetico) etc. Non c’è alcun bisogno di completare questa lista in modo che sia esauriente. Il senso è già sufficientemente chiaro. Ebbene, chi non scrive mettendo in campo tutto questo, e sa bene di non poterlo nè saperlo fare, prima di sentirsi costretto a rinunciare, si perderà in un limbo di disperati affondi e tentativi di ogni genere. Ascolterà allora consigli vari da parte di quelli che “sono-già-arrivati” (puntare sui concorsi letterari, battere la strada del rapporo personale, rassegnati ma non mollare tanto-scrivi-per-te, mai pubblicare in questo o quel luogo!…., e così via). Ma noterà con disperazione che nessuno di tali consigli si attaglia al suo caso, nè è tanto meno in grado di risolverlo. Anch’io o naturalmente sono affondato in questo melmoso limbo e vi ho annaspato in pieno. E fino al punto di quasi decidere di smettere. La mia soluzione qual’è stata? Trasformare l’attività scittoria in qualcosa che poggiasse sullo studio, ed in un particolare uno studio istituzionalmente riconosciuto. Cioè ho iniziato un dottorato in filosofia. E dopo aver attraversato anche qui esperienze disperanti, una volta giunto ai primi esami e superatili brillantemente, mi sono accorto con stupore che di colpo si apriva davanti a me quel mondo della letteratura scritta, che prima era stato come un cittadella dalle mura invalicabili e dalle porte ermeticamente chiuse. Si tratta per la verità solo di una porzione di quel mondo, e cioè quello delle riviste di filosofia. Ma chi scrive per ossessione non guarda tanto per il sottile. L’importante è che il flusso possa scorrere e che non si ingolfi. L’ingolfamento è infatti disperazione per chi proprio non può fare a meno di continuare a scrivere. Basta dunque che un qualunque luogo di “store” di scritti accolga i suoi scritti e li diffonda. Il che significa che li diffonda veramente (e non solo per finta come fa il truffaldino editore “a pagamento”) ed in modo che il povero autore non vada sul lastrico per le spese. Ecco, è così che mi trovo io adesso. Ancora sull’isola del naufragio dove finiscce sempre l'”appassionato scrittore”, ma ormai in procinto di abbandonarla da un momento all’altro. Già le confortanti sagome delle navi di salvataggio si profilano infatti all’orizzonte. Ecco infatti che iniziano a piovere e fioccare da tutte le parti inviti a pubblicare. Nulla, nemmeno il concorso letterario vinto, era valso a questo.

Ebbene, per questo sento l’esigenza di inviare un messaggio urgente (in bottiglia) a tutti i naufraghi che condividono con me il comune destino. E spero proprio che almeno qualcuno lo legga. Il messaggio è articolato nei seguenti punti: non pubblicare MAI “a pagamento” (come giustamente consifìgliano gli stessi “già-arrivati”) non perdere però tempo andando dietro ai consigli dei “già-arrivati”. soprattutto non perdere tempo con i concorsi letterari (anche questi fanno grandi promesse ma in fondo vogliono solo i soldi della tassa di iscrizione) non perdere tempo pubblicando in e book (se non paghi per la pubblicità il tuo scritto non se lo filerà, cioè comprerà, nessuno) l’unica cosa giusta da fare è allora affogare nel pantano dell’isola dei naufraghi, ed annasparvi quanto basta per trovare la soluzione che si attaglia a voi. Tale soluzione, l’unica, consiste solo in qualcosa o in qualcuno che certifichi il vostro talento (nelle forme in cui esso si esprime) e così vi permetta di vendere (anche se non necessariamente in modo letterale) a pieno titolo il vostro prodotto. A chi? A chi, per venirne in possesso, dovrà sottomettersi alle dure regole del contrattualismo, regole che escludono le soluzioni truffaldine ed a buon mercato, cioè il ricorso alle scaltre trappole per acchiappare il povero “appassionato scrittore”.

Spero veramente che la mia esperienza personale possa servire a qualcuno. Credo infatti sia giunta ormai l’ora che vengano alla luce le trame di tanti loschi figuri senza scrupoli.

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