Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘platone e il diritto diritto legge giustizia bene idea diritto platonico friedlaender giurisprudenza platonica avvocato magistrato legislazione leggi corpus legislativo corporeità idea’

Abstract.
In questo scritto ci siamo sforzati di delineare quella che può essere considerata l’essenza della dottrina del Diritto di Platone. E per questo ci siamo basati soprattutto su diversi passi dell’opera monografica di Paul Friedländer [Paul Friedländer, Platone, Bompiani, Milano 2014].
La tesi dello studioso ed anche la nostra si basano sul fatto che al centro stesso della riflessione del pensatore ateniese vi fu proprio quel concetto di Giustizia che poi si tradusse nella formulazione di un concetto radicalmente trascendente di Legge. Quest’ultima è senz’altro da intendere come Legge sacra o anche Legge divina; sebbene però senza che ciò assuma alcuna connotazione specificamente teologico-confessionale. Si tratta infatti in primo luogo dell’intendimento radicalmente metafisico-religioso di tutto ciò che è «legge».
Abbiamo condotto comunque la nostra riflessione lungo la falsariga imposta dall’esplorazione del concetto di «corporeità» nel contesto del Diritto. Tale impostazione è stata richiesta dalla forma nella quale nel prossimo Dicembre terremo una relazione su questo tema presso la Cattedra di Diritto e Letteratura dell’Università del Sannio (Prof. Felice Casucci).
Ebbene, ci è sembrato che in Platone sia possibile rintracciare una netta differenziazione tra l’«idealità» e la «corporeità» di tutto ciò che Legge, Giustizia e Diritto. Ciò avviene però senza alcuna condanna pregiudiziale della corporeità, anzi nello slittamento di tale concetto verso quella sua pienezza che è solo trascendente. Si configura così chiaramente il grande tema platonico-cristiano della “corporeità spirituale”.
Su questa base abbiamo mostrato come Platone formuli una dottrina complessiva del Diritto, entro la quale in via di principio contano solo e soltanto i suoi aspetti trascendenti ed ideali. Nello stesso tempo emerge però in essa il concetto di una Corporalità trascendente di cui si può seguire il percorso ascendente lungo la falsariga di quel concetto di «totalità organico-corporale» che connette intimamente (secondo una continuità verticale) l’immanente al Trascendente. I momenti principali di tale percorso sono quelli dell’integrità onto-etica propria della dimensione individuale, della dimensione collettiva comunionale (Stato), quella del kósmos nella sua interezza ed infine quello del Tutto-Uno. La Legge nella sua integrità divino-trascendente costituisce esattamente il fattore che connette intimamente tutti questi livelli. Essa e quindi permette, in una teoria e prassi giuridica ispirata alla dottrina platonica, di tener presente costantemente il Trascendente proprio per l’intermediazione di tale corporalità trasfigurata. Laddove quest’ultima ha poi ha una valenza fortemente etico-politica, e pertanto è sempre intima alla prassi.
Una volta posti questi principi, abbiamo affrontato le ricadute pratiche della dottrina platonica del Diritto. Esse consistono sostanzialmente nella forte relativizzazione di tutto ciò che nel Diritto è corporeo nel senso dell’immanenza. E vanno inclusi in questo diversi aspetti della struttura complessiva del Diritto moderno e del suo modo di presentarsi nella teoria e nella prassi.
In particolare abbiamo sottolineato la forte relatività in termini di valore che, a fronte di questo, assumono la teoria e la prassi legislativa, la Filosofia del Diritto ed infine la prassi tecnica giurisprudenziale. Alla luce della dottrina platonica, infatti, emerge in una luce negativa molto cruda tutto ciò che correntemente viene fatto passare come fisiologico entro una prassi giudiziaria (specie quella di magistrati ed avvocati) molto spesso lontanissima da tutto ciò che è per davvero verità, giustizia e bene; ovvero da tutto ciò che concerne per davvero quell’etica che pure dovrebbe essere tenuta costantemente presente in tale prassi.
1. Introduzione.
Andando alla ricerca della dimensione corporea del Diritto, andremo qui ad illustrare l’essenza della dottrina platonica dal punto di vista specifico della relazione esistente tra Idea e cosa o corpo.
E si potrà subito notare come la nozione trapeli dovunque nelle maglie del discorso di Platone. Essa fu infatti esattamente il centro del suo pensiero, e precisamente nella forma del trinomio strettissimo Idea-Bene-Giusto. Che poi corrisponde alla dimensione divina stessa.
Come dice infatti Huntington Cairns [Huntington Cairns, Platone giurista, in: Paul Friedländer, Platone, Bompiani Milano 2014, I, XVI p. 323-354], il pensatore ateniese ha elaborato la più completa teoria della legge mai esistita. E ciò in quanto, diremmo, essa si trova distribuita sui due livelli primario dell’essere, ossia reale e ideale, laddove poi sopra e sotto ogni cosa l’Indicibile quale essenza trascendente. La dimensione del «sotto» è quella dello strato profondo sottostante all’immanenza, mentre la dimensione del «sopra» è quello dello strato supremo costituente l’Alto. Entrambi comunque invisibili. Ed è da questi due livelli invisibili che l’Essenza ideale informa di sé ogni cosa. In modo specifico come un Bene determinante il Giusto, e quindi configurante il Nomos stesso, o anche Dike.
Ora se tutto questo è l’Idea, tutto ciò che sta al di sotto di essa (come sua espressione ontica secondaria) non può che corpo. Almeno in un primo senso del termine, cioè quello immanente.
Poi vedremo il secondo senso, ossia quello trascendente. Dunque è corpo immanente, rispetto all’Idea del Bene-Giusto, l’intera sfera dei contenuti dottrinari e delle prassi del Diritto (corpus legislativo, attività legislativa, relativa teoria filosofica, o Filosofia del Diritto, prassi giurisprudenziale, relative figure professionali ecc.).
Rispetto a tutto questo la posizione di Platone è stata estremamente netta e senz’altro dirompente (Huntington Cairns, p. 302-306). Egli ha infatti chiaramente descritto la problematicità del dibattimento, e ne ha severamente condannato l’insufficienza. Ed ha inoltre deplorato la tipica retorica avvocatizia, contrapponendola proprio alla filosofia. L’interesse di Cicerone per la filosofia platonica non cambia assolutamente nulla in questo. In primo luogo perché egli non fu mai un platonico (sebbene abbia scritto il De republica) ed in secondo luogo perché il platonismo che egli conobbe fu solo quello tardo e decisamente scettico. Quanto poi alla retorica sofistica, essa è l’esatto contrario del pensiero giuridico di Platone.
A proposito di Cicerone va comunque detto che Possiamo in verità prendere atto di ciò che davvero Cicerone sostiene filosoficamente nel suo scritto dedicato al Bene [Cicerone, Il sommo bene e il sommo male, Fabbri, Milano 1996]. In esso si può constatare che, nel opporsi polemicamente all’epicureismo ed allo stoicismo, egli impersona il post-platonismo aristotelico dell’Accademia così come di presentava in quel Filone di Larissa che fu poi il suo principale riferimento filosofico. Ebbene tutto ciò non può in alcun modo essere considerato davvero platonico.
Dunque, se da un lato non vi è stato nessun filosofo che più di Platone che abbia fondato la Giustizia (in modo teorico e pratico), tuttavia non vi è nessuno che più di lui che la annienti completamente. Come? Come corpo, e cioè come apparato istituzionale e come tecnica.
Platone pertanto distrugge completamente tutto ciò che può essere considerato «giurisprudenza».
Entro la sua idea di Giustizia, infatti, nulla è in alcun modo «prudenza»: – né in senso comune e lato, né in senso tecnico e specialistico (perizia e cognizione di prassi giuridica e relativi principi…).
Semmai per Platone vi è un solo ed unico Principio, il Bene, ossia l’Uno stesso.
Pertanto non vi è nulla di più inappropriato che presentare il pensiero giuridico di Platone in un’aula della Facoltà di Giurisprudenza. Solo in un certo senso però, e cioè nel senso della ragionevolezza scientifica. In un altro senso, invece, e cioè quello dell’irragionevolezza metafisico-religiosa e strenuamente etica, le cose stanno in maniera del tutto opposta. In questo senso Platone è di importanza vitale per il Diritto. E lo è perché egli dischiude una sfera di riflessioni e meditazioni (quelle relative all’ideale), in assenza delle quali il Diritto resta abbandonato a sé stesso e cioè alla dimensione immanente e corporea.
Ebbene, nessuna disciplina (in primis la Medicina, che io rappresento insieme alla Filosofia) può permettersi davvero il lusso di restare abbandonata a sé stessa. Pertanto il facit principale di questa lezione è il seguente: – anche se il Diritto ha il pieno diritto di essere ciò che è (sul piano immanente), se esso si rifiuta di considerare la Legge così come la contempla Platone, perde qualcosa di davvero fondamentale.
La Legge è infatti per Platone il prodotto del Giusto-Bene. La Legge non è corpo ma è Idea, ossia è in primo luogo suprema e trascendente Unità onto-morale.
PS: L’autore sarà ben lieto di inviare in forma cartacea (a chi gliene facesse richiesta scritta) il testo integrale di questo articolo (che assomma a 12 pagine).

Read Full Post »