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Posts Tagged ‘napoli lisbona patria terra radici’

Tornando per un breve periodo a Napoli da Lisbona, dove risiedo, mi sono ritrovato a guardare la città alla quale da lontano solo potevo pensare.  Ed ecco, insieme al solito insidioso ed amaro disagio del rientro, emergere anche la solita fatale domanda sul perché mai Napoli e come è, e perché mai essa sembra fare di tutto per non lasciarsi amare. Nello stesso tempo però mi sono accorto questa volta che più si soggiace alla necessità di stare all’estero, più si è portati, specie se in età avanzata, a chiedersi se è proprio vero che in tal modo stiamo marciando nel verso giusto. È proprio vero, insomma, che, appartenendo per sangue ad una terra come Napoli, si debba per forza cercare fuori ciò che essa non ci dà? E soprattutto è realmente autentico pensare questo? E dunque cos’è esattamente che Napoli non ci dà?
Ora, oltre ad aver dedicato alla filosofia gli ultimi anni della mia vita, io in realtà ho fatto il pediatra per ben 35 anni (e lo faccio ancora). E così ho visto moltissimi dei miei ex-pazienti, ormai uomini fatti, aggregarsi alla diaspora di cervelli e forza che lavoro che si disperde per il mondo intero. A Lisbona, poi, ho udito tanti italiani, dal dottorando al pizzaiolo, decantare la “fortuna” offerta da terre diverse dalla nostra così disunita ed esausta Italia. Infine ho udito cari amici affermare, dopo aver consegnato le loro vite a gelide ed anonime megalopoli nord-europee, che “lì si che si respira!”. Bene! Non posso negare le ottime ragioni che questa gente ha avuto nel fare ciò che ha fatto. Ma siamo proprio sicuri che le loro ragioni siano per davvero oggettive, oltre che solo legittimamente soggettive?
E giungiamo così di nuovo al cospetto delle domande postesi prima. Insomma, nuovamente, quali sono le cose che Napoli (e la terra cui essa appartiene) non ci dà? E, una volta compresolo, siamo proprio sicuri che di esse abbiamo assoluto bisogno? Ma qui emerge una domanda ancora più decisiva, anzi per meglio dire un sospetto : ‒ Ma non sarà che questo suo diniego ha forse  una giustificazione? Non sarà forse che Napoli non ci dà per saggezza, e forse per amore, invece che solo per crudele e neghittoso odio verso i suoi figli?
Un possibile indizio per rispondere a ciò sta nei rifiuti viscerali che la stessa sostanza umana della città oppone a chi, come spesso io stesso faccio, esprime con indignato ed amaro sarcasmo la sua insoddisfazione per lo stato delle cose (che poi in fondo è viscerale amore!). Può accadere dal tabaccaio, o anche nella fila della Posta. Provate a farlo e vedrete che almeno una sostanziosa parte del vostro uditorio risponderà ai vostri improperi con una resistenza non poco infastidita.  Ebbene, forse si tratta di quei napoletani pigri e neghittosi ai quali con una certa ragione si rimprovera da tanto tempo che “non vogliono cambiare”. Ma siamo proprio sicuri che ciò di cui abbiamo bisogno sia veramente cambiare?
Di certo è un fatto inoppugnabile che Napoli è una di quelle città che di “cambiare” proprio non vuole saperne. Io stesso l’ho detto spesso con rabbia. Ma ora mi coglie il dubbio che possa trattarsi di saggezza e non stoltezza. La saggezza coincidente con l’intuizione di un certo quale nascosto valore del “non cambiare”. Valore che impedisce di volere, ma soprattutto di potere, cambiare.
Può darsi insomma che Napoli non abbia mai cessato di essere una grande città nel senso delle grandi città-capitali europee specie del ‘600. Importanti almeno quanto insieme popolose, caotiche, luride ed in qualche modo anche sinistre. Tutte le grandi città europee all’epoca lo erano. Ma sta di fatto che quasi tutte si sono poi progressivamente trasformate in direzione di una sempre maggiore efficienza, pulizia, sicurezza, e soprattutto di un sempre maggiore “interesse culturale” (parolona dietro la quale si nascondono poi di fatto i piaceri promessi da un mero parco divertimenti). Ebbene, Napoli si è sempre rifiutata  categoricamente di trasformarsi in questo senso. E generazioni di intellettuali “illuminati” gliel’hanno severamente rimproverato.
Insomma, queste le mie meditazioni di flaneur. Ma come spesso accade le meditazioni vengono significativamente accompagnate da eventi sincronici. Nel mio caso si trattava della sequenza di gigantografie di “vittime innocenti della criminalità” collocata davanti a Palazzo Reale a Piazza del Plebiscito. Vi passavo davanti con una crescente emozione e poco a poco mi invadeva la curiosa sensazione di stare passando in rassegna (a gloria tutta loro e non certo mia!) un esercito di morti non morti. Resi vivi eternamente dalla generosità del loro sacrificio. In fondo del tutto gratuito, considerato ciò che la nostra terra è. Ma di colpo, nel mentre del tutto inatteso mi entrava nelle narici l’aroma della salsedine da tempo non più sentito (vero e proprio sipario, al cui sollevarsi fiumi di grati ricordi rompevano gli argini), mi coglieva a tradimento un pensiero inconcepibile : ‒ “Cosa non darei per essere uno di loro!”.
Non è il desiderio di un eroe. Non lo sono.  È qualcosa di molto più semplice, e cioè amore. Al cui oggetto potete dare il nome che volete : ‒ la propria terra o città, le radici, le linfe vitali, la Patria…! Poco importa.
Ciò che importa è che proprio qui il cerchio si chiude. Napoli è la città che non fa nulla per essere amata, e lo fa proprio rifiutandosi di cambiare, e quindi di dare ciò che vorrebbero coloro i quali pensano che essa invece proprio dovrebbe. Ma nel fare questo Napoli mantiene la sua identità.  Il che significa che forse essa proprio non è fatta per “essere amata”. Proprio come un’austera e severa Madre. Una Madre all’antica. Dietro i cui modi bruschi però si nasconde il più appassionato amore. Che merita rispetto e gratitudine. Cioè amore.  Ed allora è forse proprio questo il punto : ‒ l’amare prima ancora dell’essere amati!
Un corpo non sopravvive se le sue cellule, sottraendo sia all’unità, gli sfuggono dileguandosi. È così che la malattia si trasforma in corruzione, in decomposizione. Morte. Non c’è scampo!
Proviamo dunque un po’ a pensare che noi da Napoli non riceviamo solo ciò che in realtà non dobbiamo ricevere. Il resto poi dipende solo da noi. Perché forse non si tratta di amare riamati ma soprattutto di amare per primi. E così, quando non si riceve, bisogna saper distinguere tra quanto deve essere così per immutabili circostanze oggettive,  e quanto invece è così solo  perché dipende da noi. Ovvero da ciò abbiamo mancato di dare e di fare.
Forse allora dovremmo lasciare che Napoli continui a restare ‒ come vuole e come (forse) deve ! ‒, una città-capitale del ‘600. Non è affatto detto che essa abbia vitalmente bisogno del Moderno. E non è affatto detto che ne abbiamo vitalmente bisogno noi. Però intanto diamole quello di cui essa ha bisogno per potercelo poi restituire a modo suo, cioè come può e deve. Diamole operosità, onestà, nobiltà e limpidità morale, coraggio civile, lealtà, generosità, spirito di abnegazione. Cioè diamole amore.
La verità è che solo dopo averla amata svisceratamente,  e dando in questo tutti noi stessi, potremo poi giudicarla. Ed io sono certo che a questo punto il giudizio non potrebbe che essere positivo.

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