Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘napoli identità di napoli gomorra lazzaro gran lazzaro hannah arendt hans jonas giudizio etica male nazismo totalitarismo conformismo’

Le considerazioni svolte in questo articolo hanno lo scopo di illustrare molto a fondo le ragioni che mi hanno spinto a lanciare su Facebook una petizione per richiedere a Sky l’abolizione della serie Gomorra. Ecco il link mediante il quale si può decidere (se si vuole) di firmare la petizione: https://www.change.org/p/sky-atlantic-aboliamo-la-serie-gomorra/fbog/835699949?recruiter=835699949&utm_source=share_petition&utm_medium=facebook&utm_campaign=share_page&utm_term=triggered
È evidente che una simile richiesta urta contro sostanziosi interessi economici, e quindi potrebbe anche venire rigettata. Ma comunque essa ha in primo luogo il senso di manifestare la voce dei tanti che non sono più disposti ad accettare supinamente il sussistere e prosperare di un’operazione di spettacolo, i cui effetti devastanti sono immediatamente intuitivi. E proprio alla descrizione di tali effetti questo articolo è dedicato. In ogni caso devo dire che la petizione sta riscuotendo un grande successo. In sole 24 ore sono state infatti raccolte già ben 70 firme. Ed inoltre il loro numero continua a crescere. Ciò che io sostengo incontra quindi senz’altro un sentimento di scontento e indignazione che è molto diffuso tra i Napoletani. Ed era quindi decisamente ora che esso venisse allo scoperto.

Noi viviamo ormai in tempi assolutamente terribili, nei quali il confine tra bene e male è divenuto labilissimo. Tempi in cui, come ha scritto Hannah Arendt [Hannah Arendt, Responsabilità e giudizio, Einaudi, Torino 2010, p. 15-27, 41-126] (commentando la grande stagione dei processi contro i criminali nazisti) tre fenomeni congiunti aprono ormai la strada al male senza che assolutamente nulla si possa frapporre alla sua marcia distruttiva: – 1) la paralisi del giudizio impostaci dal relativismo morale sul quale tutti concordiamo; 2) l’assenza di fatto del crimine, in una società il cui ordine è criminale in quanto conformisticamente compatta nel ritenere che l’etica sia ormai morta e seppellita; 3) il già avvenuto naufragio di tutte le forme possibili di teorie morali, filosofiche (quella socratica del male come irrazionale, e quella kantiana dell’«io devo») e religiose (quella cristiano-paolina, del libero «volere-il-bene»). In altre parole quel Nichilismo che nel XIX e XX secolo fu intuito, pensato ed in gran parte anche vissuto, da parte di sofisticati intellettuali (Stirner, Nietzsche, Heidegger, Michelstaedter, Sartre etc), è oggi diventato pane quotidiano e credo delle masse, cioè di tutti noi. E proprio il Nichilismo, con la definitiva archiviazione dei valori da esso determinata – anche se molto più come costatazione di evidenze già in atto, che non invece come promozione della distruzione dei valori –, determinò di fatto quel “collasso morale” [Hannah Arendt, Responsabilità… cit., p. 30-32] che rese poi totalmente plausibile un ordine criminale (incentrato sull’anti-comandamento dell’”uccidi!”). Esso era infatti ormai sostenuto saldissimamente da un conformismo non più scalfito da alcuna eccezione o deroga. Ed è esattamente questo conformismo granitico, ciò che per la Arendt contraddistingue un’effettiva “società totalitaria” (la quale è ben più che una semplice “dittatura”).
La cosa più terribile fu però che, di fronte all’evidenza di tale collasso morale, ci si trovò solo dopo gli eventi. E non prima, o anche magari nel corso dello svolgimento dei fatti. Fu solo dopo, infatti, che un’intera società – fino a poche ore prima schierata come un corpo solo sotto il proprio indiscusso Führer –si riscosse di colpo dall’incanto e dall’inganno, e si vide così costretta ad interrogarsi su come fosse stato possibile che fosse accaduto ciò che intanto era davvero accaduto.
Lo dimostra magnificamente il “Was ist geschehen?” (“Cos’è mai accaduto?”) cantato allora da Marlene Dietrich. Ma la Arendt ci mostra come la spiegazione di ciò non è affatto complessa, ma è invece semplicissima. Era infatti semplicemente accaduto che tutti avevano continuato a comportarsi come ottimi cittadini (obbedendo ed eseguendo a puntino i compiti loro affidati) in una compagine statale burocratica perfettamente organizzata, il cui fine era ormai divenuto il male e non più il bene.
Ebbene questo è esattamente ciò che può accadere tutte le volte che in una società non agisce più alcuna morale. L’ordine resta, perché in assenza di esso una società cessa totalmente di essere un corpo (perfino un disintegrato corpo canceroso). Ma diviene del tutto indifferente se questo ordine, nel suo essere, pensare ed agire, si ispira al bene o al male.
Questo è senz’altro avvenuto in tutto il mondo, ed inoltre accade proprio oggi, sotto i nostri stessi occhi, in maniera ancora più terribile che non sotto le svastiche naziste (o le bandiere rosse di Lenin e Stalin). Il conformismo nella supina e perfino complice accettazione del male – come sfrenato edonismo egocentrico, ricchezza sempre piò smodata e illegale, perversioni e crimini atroci di ogni genere, e soprattutto totale disintegrazione della società – domina infatti oggi non solo sovrano, ma anche sotto del tutto mentite spoglie (e cioè quelle di un ipocrita buonismo lassista e della collettiva ossessione per la «sicurezza» e per la political correctness). Ma che dire allora di una società come quella napoletana nella quale da sempre il bene ed il male (il bello ed il brutto) sussistono l’uno accanto all’altro? Ed in quale società, se non in quella napoletana (come sto dimostrando nei miei articoli), domina sovrano quel conformismo che volontariamente maschera come bene ciò che invece è male?
Ma è qui che emerge il fenomeno «Gomorra» come uno straordinario fattore aggravante di tutto questo. Insomma, amici miei, cosa si può dire di una società come quella napoletana, nella quale (proprio grazie alla serie Gomorra) possono tranquillamente coesistere addirittura due speculari versioni del male: – quello concretamente e ordinariamente vissuto (cioè visto con i propri occhi e toccato con mano) per le strade e nella vita stessa delle istituzioni; e quello spettacolarizzato in una fiction che però non sarebbe affatto ciò che è, se non rispecchiasse fedelissimamente la realtà effettiva e ordinaria? L’uno è il male da noi direttamente vissuto senza alcun diaframma, e l’altro è il male da noi vissuto attraverso il diaframma dello schermo televisivo o cinematografico. (altro…)

Annunci

Read Full Post »