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Vincenzo Nuzzo. Un manifesto conservatore della borghesia etico-professionale in tempi di Avvento.

 

Questo documento è stato scritto quando mancavano pochissimi giorni al Natale dell’anno 2011 e per questo esso inizierà e si svolgerà come un racconto di ciò che in quei giorni si lasciava cogliere nell’aria.

                                                                                                                                                                                          A pochi giorni dal Natale

 Mancano pochi giorni al Natale e l’aria è già di nuovo da tempo piena delle sdolcinate, ipocrite ed ormai del tutto vuote melensaggini varie che usualmente la saturano fino all’insopportabile in questo periodo.

 

A tutto ciò si accompagna come di consueto la solita furiosa frenesia dei cosiddetti “acquisti natalizi”, delizia ossessiva dei compratori e spasmodica preoccupazione dei venditori.

 

Perché da tempo ormai il Natale è, anzi deve essere, una ghiotta occasione per rimpolpare la pulsioni desiderose degli uni e degli altri. Una volta ripulito di tutti si suoi infimi connotati ciò si definirebbe come “volontà di acquisto”, alla quale corrisponde ovviamente, in modo speculare, una “volontà di guadagno”. Ma su quest’ultima si preferisce di gran lunga glissare, ritenendola troppo grigia, mentre va messa in evidenza l’altra volontà, nei termini di una presunta gioia, una gioia in fondo innocente, anzi fisiologica, e pertanto ormai ammessa come legittima ed affatto criticabile tanto da destra quanto da sinistra.

 Dunque “gioia d’acquisto”, o anche “esperienza d’acquisto”. Entrambe corrispondono alla popolarità assunta ormai universalmente dql temine “emozione”, per designare un’esperienza di eccitazione senza alcuna differenza se si tratti di un trasalimento o prurito genitale oppure di un improvviso trasporto trasgressivo-rivoluzionario oppure del desiderio irresistibile di un luccicante articolo bombasticamente promosso dalla pubblicità.

 Emozione, delizia, soddisfazione. Siamo sempre più tutti eccitatamente emozionati e poi, regolarmente, deliziosamente soddisfatti. Del resto, si sa, la regola almeno idealmente è severissima : ‒ soddisfatti o rimborsati…!. Ma poi dopo pochissimo tempo di nuovo slanciati lungo la traiettoria di un nuovo furioso desiderio.

 Usque quo?!, si chiedeva Sergio Quinzio1 nel suo libro sugli ultimi tempi del mondo e della chiesa

 E di fronte a tutto questo assurdo ed insensato ciarpame ‒ che però ogni volta, ogni anno, prende di colpo a scorrere sulle limacciose e nauseabonde acque di un fiume che, fatto sgorgare come d’incanto da Satana in persona, prende a scorrere per le nostre strade provenendo dal nulla e pori ritornando nel nulla ‒ , nel fondo di noi stessi, siamo costretti a porci l’usuale fatale domanda, ma una domanda per carità da non esprimere altrimenti anche il più paziente degli ascoltatori ti griderà in faccia prima o poi che sei un maledetto guastafeste ed un vecchio rompiscatole. Perché perché “…ch’aggia fa, a me me piace assaie campà!” (“….cosa ci posso fare, a me piace troppo vivere!”).

 Vivere! Sic! Questo sarebbe vivere…!

 Ebbene tutto ciò, le azioni collettive ed anche le dubbiose reazioni dei sempre più pochi (il cui numero diminuisce progressivamente in relazione con la progressiva dipartita dal mondo d’oggi di coloro che sono nati almeno un po’ più di una cinquantina di anni orsono), torna a ripetersi invariabilmente ogni anno come se nulla fosse.

 

La crisi ed il Natale

 

Quindi, anche adesso tutto ciò torna a ripetersi come se nulla fosse, vale a dire come se il mondo non fosse scosso da una delle più profonde crisi che abbia mai conosciuto. (altro…)

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