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In che razza di mondo stiamo vivendo?
Me lo chiedo come al solito guardandomi intorno. E ciò che vedo è quello che, con linguaggio antiquato, si potrebbe dire “il giovane di oggi”. Il termine ed il concetto non rendono affatto, ma comunque usare proprio termini antiquati come questi ha il suo senso. E vedremo ora perchè.
In ogni caso ciò che oggi vedo del giovane di oggi è la versione depressiva. Quella della mattina dopo, quella del dopo-baldoria, e che coincide sostanzialmente con la condizione di un povero disgraziato costretto a fare un lavoraccio qualsiasi per guadagnare qualche spicciolo e senza alcuna certezza del futuro. L’altra versione è poi quella manica, senz’altro più impressionante. E  cioè quella della baldoria come stile di vita. Pertanto per definizione baldanzosa, strafottente, arrogante, cinica, distruttiva, indifferenziatamente e sfrenatamente ilare fino al beotismo.
L’una faccia della medaglia illustra l’altra alla perfezione. Per cui non c’è nemmeno bisogno di diffondersi sulla questione del se della condizione dei giovani di oggi si debba avere schifo o pietà.
È una questione stupida soprattutto perchè oziosa. Ma per motivi completamente diversi da quelli in genere messi in campo nelle trattazioni come al solito moralistico-ideologiche del tema. Quelle interpretazioni che rinunciano per definizione a pensare per limitarsi a rimasticare quel “già detto” senza il quale oggi di fatto non si ha il diritto di prendere la parola.
La questione è un’altra ed essa ci risulta chiara se prendiamo in considerazione un altro degli aspetti tipici dell’odierna condizione giovanile.
Lo stato bi-polare in cui essi usualmente ci si presentano sembra essere infatti dovuto ad un qualcosa che fa sì che essi vivano ormai quasi solo di immagini e non più di testi. Non a caso i testi rientrano in un contesto di sola immagine. Uno dei modi in cui infatti essi spendono il loro tempo è quello di armeggiare con aggeggi elettronici (primo il cellulare), che appunto offrono testi solo entro un predominante contesto (frame, si potrebbe dire) di immagine.
E fanno questo invece di leggere. Ciò di cui si nutrono sono dunque testi miserevoli per concisione, superficialità e scarsità di senso, profondità e contenuti. Tutt’altro che quanto invece offerto dalla carta stampata, cioè dalla vera lettura. Quella che ha a che fare solo con le immagini mentali, cioè quelle creativamente auto-prodotte e non quelle pre-confezionate.

Ebbene tutto ciò ha moltissimo a che fare con il mondo del lavoro con cui si confrontano i giovani d’oggi. Non si può sapere, allora, se l’ossessiva cultura dell’immagine è causa, effetto o invece solo effetto collaterale dello stato in cui versa il mondo del lavoro. Certo è che è perfettamente comprensibile che un mondo come quello in cui ogni giorno circola la notizia “che entro poco tempo scomparirà la maggior parte dei posti di lavoro” sembra essere in forte sintonia con quello in cui lo scritto e la lettura vera non hanno più alcun significato.
Non si tratta solo del considerare la cultura dell’immagine come un ripiego depressivo. Si tratta di ben altro, e cioè del fatto che, mentre fino a pochi decenni orsono (ed in continuità con l’intero passato dell’umanità) si tendeva ad intendere come degna di essere vissuta una vita dedicata, più o meno direttamente (cioè anche solo come stimati ed efficienti “tecnici”), alla “cultura”, oggi questo non solo non ha più senso, ma è ormai addirittura perfino ridicolo. La “scomparsa dei posti di lavoro” sembra essere insomma in stretta relazione con il fatto che non vi è più alcuno spazio per lavoratori di livello, cioè lavoratori il cui ruolo sia fondato su una solida ed estesa base culturale.
La “scomparsa dei posti di lavoro” sembra  significare soprattutto questo, e quindi, se chiamata con il suo vero nome, dovrebbe essere definita come “scomparsa del lavoro degno di questo nome”. Ciò che si vuole dire è insomma che serve un altro genere di lavoro, la cui precarietà è espressione soprattutto del suo bassissimo livello qualitativo. Sembra insomma che basti ormai appena una cultura superficiale, tendenzialmente non pensante ma appena riflessa ed automatica. E ciò cosa altro significa se non il fatto che il cervello umano non è ormai più richiesto come risorsa?
Basta infatti appena l’arco riflesso, ovvero ciò che può essere offerto da un circuito elettronico. Strano, allora, che proprio dai circuiti elettronici i nostri giovani siano compulsivamente dipendenti.
Ecco insomma l’automatizzazione come minaccia, e come tale sfondo per una complessa realtà sociale in cui l’aspetto lavorativo-produttivo va di pari passo con l’aspetto emozionale e morale.
Ma, da Marx in poi, non si può proprio parlare di lavoro e produzione senza parlare anche di economia. Bisogna dunque assolutamente chiedersi quale sia il risvolto di tutto questo sul piano economico.
Ebbene, direi proprio che si tratta del definitivo ed irreversibile oltrepassamento di quella questione ricchezza / povertà che è poi vecchia quanto il mondo. I prodotti umano-sociali di questo assetto, deprivato di cultura e di “posti di lavoro”, sono infatti non a caso degli universali  diseredati, che si trascinano per le vie del mondo non solo senza alcuna speranza ma soprattutto senza poter attribuire alla propria esistenza il benchè minimo senso. Si tratta di diseredati molto più che di “poveri”, ovvero poveri in senso soprattutto qualitativo, cioè morale e spirituale. Il che ci dà l’esatta misura di come e quanto l’antica “questine ricchezza / povertà” sia stata oltrepassata dall’attuale assetto sociale, produttivo ed economico.
Orbene, ma come è possibile che tendiamo tutti così tanto a considerare tutto questo come qualcosa che è solo nell’ordine delle cose? Ovvero una cosa naturale al pari di un mutamento metereologico. E com’è possibile che, quando riusciamo a reagire, sappiamo farlo solo mancando clamorosamente il bersaglio ? E cioè chiamando in causa ancora appunto tematiche come quella della “questione ricchezza / povertà”, cioè ostinandoci a mettere in primo piano il pauperismo invece che il ben più sofisticato disagio ormai in atto. La verità è che, almeno in generale, nessuno dei “poveri disgraziati” di oggi è povero come lo si era una volta.
Insomma la “questione ricchezza / povertà” è ormai “superata”!
Attenzione, però, perchè questo è proprio quanto ci dicono gli stessi che vogliono far passare, come naturale e dovuta, la notizia della scomparsa dei posti di lavoro. Questa è l’interpretazione pelosa ed interessata delle cose. Ma secondo un’altra interpretazione la “questione ricchezza / povertà” (così come tutti gli argomenti simili) è superata in tutt’altro senso. È superata perchè ciò che viene ormai prodotto è un uomo povero per definizione, e che quindi ricco non lo sarà mai. Nè in senso fisico nè per traslato, nel senso di una ricchezza spirituale e morale. È la definitiva destinazione dell’uomo allo stato di naturale di diseredato. È la normalizzazione dello stato di diseredato, ovvero qualcosa di ben più atroce, in quanto ben più profondo, dell’ingiustizia sociale del mondo di una volta.
È con tutto ciò che sono coerenti la scomparsa della cultura, la scomparsa dei posti di lavoro, la degradazione del lavoratore quale “uomo di cultura” (di fatti intellettuale). Ma soprattutto tutto ciò è coerente con la mancata affermazione dell’assoluta inaccettabilità di tutto questo.
Sta qui il vero scandaelo e nucleo del problema.
E qui si ripone drammaticamente la domanda iniziale : ‒ “In che razza di mondo stiamo vivendo?”.
Guardiamo la disperazione senza nome che serpeggia intorno a noi, la tocchiamo con mano. Poi semplicemente la ignoriamo, oppure ne diamo spiegazioni che non colgono affatto il nucleo della questione. Ed in entrambi i modi manchiamo pure di prendere atto della nostra stessa disperazione. Ma soprattutto non ci indigniamo, non ci leviamo in piedi “empört”, come direbbero i tedeschi, non reagiamo. Lasciamo fare!
Com’è possibile?
L’unica e sola spiegazione sta nel fatto che siamo tutti vittima di un vero e proprio incanto collettivo, che ci abbaglia e ci paralizza, facendo sì che lasciamo che poco a poco ci venga portato via tutto quanto è assolutamente indispensabile per vivere. Almeno da uomini e non da bestie o vegetali. È quello che un tempo di chiamava Civiltà, e che del tutto a diritto veniva opposto a tutto ciò che è Natura. In altri termini Cultura. Si proprio così, Cultura. Appunto ciò di cui abbiamo appena parlato.
Ebbene i responsabili originari di tutto questo ci sono e sono ben individuabili. Sono coloro che dall’Illuminismo in poi (e forse ancor prima) hanno fatto del “naturalismo” un criterio di giudizio distruttivo su tutto ciò che è Civiltà e Cultura. E così hanno messo in ridicolo e bandito l’opposizone di Civiltà e Cultura alla Natura.
Ora siamo agli estremi esiti di tale operazione. Ed il mondo è divenuto senz’altro “più naturale”, ma solo nel senso che è diventato “naturalmente mostruoso”.
Possiamo dire che ne sia valsa la pena?

Dunque, o uomini, recuperiamo il raziocinio che fa di noi degli esseri umani. Un raziocinio che con il naturalismo non ha assolutamente nulla a che fare.

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