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“Il venti di luglio”.
Tre racconti in un solo straordinario intreccio dallo scrittore austriaco Alexander Lernet-Holenia.
Il tema è storico-politico, sia pure con sfondi politico-metafisici. E lo è nei termini dello “scottante”, sebbene, così come trattato dall’autore, in modo assolutamente indifferente a ciò che oggi tende a “mettere in imbarazzo” la coscienza collettiva.
Non caso l’autore ha scritto un altro libro,  “Un sogno in rosso”, dedicato ad una condanna ideologica diametralmente opposta a quella de’ “Il venti di luglio”. Lì la condanna del marxismo leninista, qui la condanna del nazi-fascismo.
Così in questo libro vi sono temi critici largamente condivisibili, come un certo ecologismo animalista, l’esortazione alla compassione, l’anti-nazismo e l’anti-antisemitismo. Ma, sebbene profondamente sentiti dall’autore, essi sembrano costituire solo il prestesto per un discorso ben più profondo e scomodo. Un discorso per il quale sembra essere essenziale qualcosa di invece rarissimo ai nostri tempi, e cioè l’autonomia (del giudizio e del sentire) da quelle che oggi rappresentano delle vere e proprio “parole d’ordine morali”. Esse dettano infatti, come un vero e proprio canone, le cose verso le quali bisogna indignarsi e le cose verso le quali invece non bisogna indignarsi.
Con ciò siamo nel pieno del sinistro scenario orwelliano, rispetto al quale però Lernet-Holenia sembra intendere prendere decisamente posizione.
E così i tre racconti possono essere visti come espressione di un nucleo centrale e di fondo, che è poi il tratto portante dell’intera critica storico-politica, storico-sociale e di costume, che in essi viene esercitata. A me sembra che possa trattarsi di una vera e propria decisa condanna della moderna degenerazione e disintegrazione delle civiltà e società umane. Ed il tratto principale qui ne viene messo in luce è proprio la regressione dall’umano al bestiale.
Lernet-Holenia non dice nulla di ciò che ricorderò adesso, eppure mi sembra che uno dei momenti principali di questo processo sia stato proprio la totale laicizzazione rivoluzionaria della società.
Ce ne dà un’immagine quel Lacordaire di cui andiamo parlando negli ultimi, giorni, cioè un uomo che si sforzò di essere insieme liberale e profondamente cattolico, cosa che ai suoi tempi era divenuta quasi impossibile. Ed ecco la sua desolata costatazione : ‒ “Che fare in un paese, nel quale la libertà religiosa, ammessa da tutti come un principio sacro del mondo nuovo, non poteva proteggere nel cuore di un cittadinoi l’atto invisibile di una promessa fatta a Dio e nel quale questa promessa, estorta dal suo seno mediante interrogazioni tiranniche, bastava per strappargli i benefici del diritto comune! Quando un popolo è arrivato al punto che ogni libertà gli pare il privilegio di chi non crede contro chi crede, si può sperare di ottenere alcunchè e non bisogna disperare di vedervi mai regnare l’equità, pace, la stabilità e una civiltà la quale sia altra cosa del progresso materiale?” (Il testamento di Lacordaire” Bari: Paoline, 1964, pag. 84).
Sicuramente si tratta con ciò della denuncia, che da settimane andiamo facendo, dell’esistenza di un vero e proprio Tribunale di Inquisizione del laicismo, che proibisce severamente ogni pensiero autenticamente religioso.
Ma attenzione ai termini! Qui si parla proprio di “civiltà”. E quindi siamo nel pieno della ben più ampia denuncia fatta qui da Lernet-Holenia, un’ampia denuncia contro i paradossi di uno spirito moderno che, proprio volendo puntare parossisisticamente al progresso, ottiene invece solo la regressione.
E del resto, come constato da Ernst Jünger in “Über die Linie“, quali sono le forze protettive da porre in atto contro il nichilismo se non proprio quelle teologico-religiose? (altro…)

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