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Posts Tagged ‘ingenuità’

[Mi è sembrato forse utile proporre questa riflessione che nasce entro il mio lavoro di allestimento della tesi di dottorato sul pensiero dell’oggettualità, del reale e dell’essere tra Husserl ed Edith Stein. Il senso di tale riflessione è comunque sostanzialmente di fede e non di filosofia. Ed è per questo che la propongo : perchè potrebbe essere utile a qualcuno….]

Dio è dunque l’Ente e lo è con un assolutezza che sembra poggiare su un aspetto dell’oggettualità che non è affatto in contraddizione con i diversi contributi offerti dalla Fenomenologia. Lo è cioè nell’assoluta pienezza della sua essenza ed insieme esistenza, cioè come pienissimo atto . Giungere a questo è stato possibile alla Stein per mezzo della metafisica, che permette di concepire in Dio la contemporaneità di potenza ed atto, ovvero la mancata contraddizione tra di essi. L’altro volto insomma della coincidenza tra essenza ed esistenza (Tommaso).
Esso è Atto puro, actus purus. E ciò è un’esistenzialità, il costituire un qualcosa che è, che non è disallineato dal costituire in tal modo esattamente ciò che si è, il qualcosa che si è, il proprio specifico “cos’è?”. Il proprio Quid. Quest’ultimo non ha bisogno di alcunchè per essere il “che cosa?” in quanto qualcosa. La potenza della propria essenza non ha bisogno dell’esistenza (esse) per passare all’atto. Non vi è una potenza passiva che abbisogni di divenire attiva. E questa è incondizionatezza dell’essere, ovvero “essere eterno“. Che essendo incondizionato sarà anche “infinito“.
Possiamo qui vedere comparire insieme tre caratteristiche assolutamente metafisiche dell’essere, ovvero purezza, eternità ed infinità. Nulla è più essere di questo,  e con ciò siamo dunque davanti all’Essere stesso.
Sappiamo fin troppo bene che la metafisica ha speculato su tutto questo in modo così profondo e sottile da fare sembrare questa sintesi così estrema da essere perfino filosoficamente rozza, se non fatalmente inesatta in alcune sue parti. O comunque destinata ad essere perlomeno radicalmente discussa. Eppure siamo convinti che essa debba essere lasciata intatta, come punto di inizio della nostra indagine, proprio in forza della sua ingenuità. Ingenuità del tutto voluta, perchè c’è un punto della speculazione filosofica di ogni pensatore autenticamente religioso, in cui è necessario ritirarsi da ogni pensare e fare appello solo a ciò che la fede, cioè in definitiva l’amore, permettono che affiori alle labbra.
Si può pensare che ciò sia vero anche per Edith Stein?
Abbiamo già detto che ci sembra impossibile che ella sia transitata da Husserl ad una metafisica non solo tomistica, ma anche profondamente cristiana e perfino ultra-cristiana, cioè religiosamente spiritualista, senza aver dovuto prendere commiato dalla rinuncia all’ingenuità da cui pur parte tutta la sua speculazione filosofica di fenomenologa. Ed a sintesi di fede ed amore così sommarie come queste, circa l’Essere, non si può approdare senza la decisione di affidarsi una volte per tutte proprio all’ingenuità. Sta proprio qui il dramma della fede, come indicatoci da Pascal, e cioè nel dover compiere una suprema rinuncia, la rinuncia una volta per tutte ad ogni dubbio. Se vi è infatti una sola ombra di dubbio non vi è fede. La fede è proprio l’inevitabilmente ingenua affermazione di una presenza che è negata da tutte ma proprio tutte l’evidenze sensibili. Fede che è veramente follia.
Ed essa parla così : ‒ “C’è un Dio!”. Essa cioè parla di Essere come evidente prima di qualunque altra cosa.
E dunque non si può parlare di Essere nella sua ultimità senza lasciarsi precipitare rovinosamente in quella ingenuità naturalistica che Husserl con tutte le sue forze e per tutta la sua vita (e peraltro con le migliori ragioni) cercò di scongiurare. È un letterale ricadere giù nella più piena immersione nella realtà naturale e mondana, e dunque nella più piena cecità. È la negazione della soggettività come luogo dirimente del pensiero del mondo. Affermando così ‒ ed, in tale affermazione, assumendo come proprio il linguaggio del bambino, del selvaggio e dell‘insipiens, rinunciando così fatalmente a quello dell’innamorato della sapienza, cioè il filosofo ‒ definitivamente : ‒ “È questo solo l’Essere e nessun altro. E nessuno mi convincerà del contrario. Esso è ciò quello in cui mi trovo immerso dentro!”. È il crollare di ogni difesa filosofica, l’atto di resa davanti a quell’irriducibile quanto impercettibile riserva che resta perennemente sullo sfondo della più dotta, agguerrita e profonda riflessione sull’essere. È la riserva che resta sullo sfondo delle più grandi riflessioni sull’essere  : ‒ Aristotele, Husserl, Heidegger. Solo ci permettiamo di non essere del tutto certi che accada anche in filosofi come Platone.
Ed è comunque un atto di resa che da parte di un filosofo richiede un coraggio immenso, quasi sovrumano. Non sarà forse per questo che la Stein ha rinunciato di fatto alla vita accademica dopo che la fede ha conquistato in lei uno spazio così grande? Non sarà forse proprio per il fatto che l’intimo dialogo con Dio giunge nei mistici a superare qualunque bisogno di pensiero? Insomma la risposta è già lì, come ci suggeriscono Agostino ed Anselmo. E dietro di essi, lo si sa, c’è anche Platone. Oltre la Rivelazione.
Ebbene questa voluta ingenuità è senz’altro insipienza, non-filosofia, non amore della sapienza. Ma è per questo veramente assenza di sapienza?
Lasciamo parlare Edith Stein in una delle sue lettere (a Fritz Kaufmann, filosofo), dove riteniamo che sia chiarissima la sua scelta consapevole proprio dell’ingenuità : ‒ “Meinen Rat habe inch Inhen gesagt: zum Kinde werden und das Leben mit allem Forschen und Grübeln in des Vaters Hände legen. Wenn man das noch nicht fertig bringt : bitten, den unbekannten und angezweifelten Gott bitten, daß er einem dazu verhilft. Nun gucken Sie mich recht erstaunt an, daß ich mich nicht scheue, Ihnen mit so einfältiger Kinderweisheit zu kommen. Es ist Weisheit, weil es einfältig ist, und alle Geheimnisse sind darin verborgen. Und es ist ein Weg, der ganz sicher zum Ziel führt” [Edith Stein, Selbstbildnis in Briefen, Erster Teil, Freiburg Basel Wien : Herder 2010, lettera 54, p. 80-81]

[TRADUZIONE: “Il mio consiglio gliel’ho già dato : è quello diventare un bambino, e mettere la propria vita, con tutto il suo cercare e tormentoso riflettere, solo nelle mani del Padre. Se non ci si riesce : pregare l’incognito e dubitato Dio, pregarlo di aiutarci in questo compito. Ora lei mi starà guardando veramente stupito per il fatto che non mi vergogno di venire a lei con un’ingenua e puerile saggezza come questa. Essa è sapienza proprio perchè è ingenua, e tutti i segreti sono in essa riposti. Ed è una strada che con estrema sicurezza conduce fino allo scopo“].

Einfältiger Kinderweisheit…!”, o “ingenua e puerile saggezza“. Vergogna per i filosofi, ed ancor più se fenomenologi. Eppure “Weisheit“, o “Sapienza“. Anzi proprio quella Sapienza in cui tutti ma proprio tutti i segreti sono riposti. I segreti di cosa? Dell’Essere! Cos’altro?
Detto questo chiediamo umilmente scusa a tutti i filosofi. Comprendere ed accettare  tutto questo è effettivamente impossibile senza averlo vissuto, cioè toccato con mano. Cosa che per la verità non è  da augurare. Non si tratta infatti affatto di genialità ma proprio di sciagura e quindi in qualche modo anche di personale infamia o almeno tragica debolezza impotente (qui la Stein parla ad un Kaufmann, che aveva appeno perso sua madre). Ebbene, solo chi è passato attraverso queste ultime, e ne è però uscito con la fede e l’amoore, può capire di cosa si tratta.
E perciò chiudiamo il discorso così come lo abbiamo aperto, per potervi poi ritornare solo quando sarà stato già assolto il nostro dovere di esplicitare filosoficamente ciò che intendiamo come pensiero dell’oggettualità, del reale e dell’essere in Edith Stein.

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