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In un libro di grande peso entro la Scuola della Prof. Ales Bello, Marina Pia Pellegrino – nell’ambito di un suo progetto di sostanziale traduzione e confronto di testi – sostiene la tesi generale secondo la quale il pensiero di Gerda Walther sarebbe quasi interamente riducibile a quello di Edith Stein, e conseguentemente anche a quello di Edmund Husserl [Angela Ales Bello, Marina Pia Pellegrino (a cura di), Edith Stein – Gerda Walther. Incontri possibili. Empatia, telepatia, comunità, mistica, Castelvecchi, Roma 2014]. Questa tesi si raccorda senz’altro all’altra tesi, secondo la quale in generale (ma soprattutto in Edith Stein) il pensiero religioso degli allievi di Husserl non si sarebbe mai significativamente distaccato da quello del maestro. Questo sarebbe poi giustificato dal fatto che in effetti anche in Husserl sarebbe stato già presente almeno l’abbozzo di un pensiero religioso – tesi affermata più direttamente ed in generale dalla Prof. Ales Bello [Ales Bello Angela, Edmund Husserl. Pensare Dio – Credere in Dio, Messaggero, Padova 2005; Angela Ales Bello, Il senso delle cose, Castelvecchi, Roma 2013, IV p. 75-105; Angela Ales Bello, Edmund Husserl, in: Angela Ales Bello, L’universo nella coscienza, ETS, Pisa 2003, 4 p. 73-91 ] ed in maniera più specifica e indiretta anche da altri studiosi (ad esempio nel ricondurre la sua visione a quella di Agostino) [Michael R. Kelly, “On the Mind’s ‘Pronouncement’ of Time: Aristotle, Augustine and Husserl on Time Consciusness”, Proceedings of the American Catholic Philosophical Association, 78, 2005, 249-262; Klaus Hedwig, “Intention: Outlines for the History of a Phenomenological Concept”, Philosophy and Phenomenological Research, 39 (3), 1979, 326–340; Klaus Hedwig, “La discussione sur l’origiine de l’intentionnalitè husserlienne”, Les Études Philosophiques, 3, 1978, 259–272; Ludwig Scheglmann, “Der Subjektzirkel in Der Psychologie Augustins”, Zeitschrift Für Philosophische Forschung, 22 (3), 1968, 327–344]. Proprio su questa base la Prof. Ales Bello sostiene (insieme a molti altri autori) la tesi secondo la quale il pensiero di Edith Stein non si sarebbe mai discostato dalle sue radici husserliane nemmeno nella sua fase ultima e più mistica. Ebbene, nell’introduzione al testo della Prof. Pellegrino [Angela Ales Bello, Marina Pia Pellegrino, Edith Stein – Gerda Walther… cit., Introd. p. 11-30] tale interpretazione viene riproposta ed allargata inoltre anche alla Walther. Tuttavia, al di là del grande valore oggettivo e peso dottrinario degli argomenti addotti per sostenere questa tesi, per poter davvero giustificare la relativa presa di posizione bisognerebbe forse tener conto in particolare di quanto dice Marion della Fenomenologia husserliana quale campo ideale per una moderna filosofia religiosa [Jean-Luc Marion, Il visibile e il rivelato, Jaca Book, Milano 2007, Pref. p. 1-5, I, 1-3 p. 7-16]. Bisogna però sottolineare il fatto che il pensatore nega recisamente che in Husserl sia rintracciabile qualunque genere di metafisica, meno che mai religiosa. Inoltre anche altri autori evidenziano come nel suo pensiero si possa parlare solo molto alla lontana di una metafisica religiosa – semmai invece al massimo si potrebbe parlare di una “teologizzazione” della Fenomenologia, e comunque in primo luogo si dovrebbe parlare appena dell’affermazione del punto di vista umano-immanente su Dio [Markus Lipowicz, “Das Leben als das Unausprechliche ‒ oder: Simmel und Wittgenstein als Vordenker der Postmoderne”, Freiburger Zeitschrift für Philosophie und Theologie, 61 (1), 2015, 24-44; Markus Kneer, “Das Verhähaltnis von Phänomenologie und Theologie neu gewendet: Der Ansatz von Emmanuel Falque“, Freiburger Zeitschrift für Philosophie und Theologie, 62 (2) 2015, 350-367; Tamsin Jones, “Questions from the borders: a response to Kevin Hart’s Kingdom of God”, Sophia, 56 (1) 2017, 5-14; Bradley B. Onishi, “Between a Saint and a Phenomenologist: Hart’s theological criticism of Marion”, Sophia, 56 (1) 2017, 15-31; J. Aaron Simmons, “Cheaper than a Corvette: the relevance of phenomenology for contemporary philosophy of religion”, Sophia, 56, 2017, 33-43; B. Keith Putt, “A poetic of parable and the ‘basileic reduction’: ricoeurean reflections on Kevin Hart’s Kingdom of God”, Sophia, 56, 2017, 45-58; Kevin Hart, “Concretion and concrete: a response to my critics”, Sophia, 56, 2017, 69-80; Joshua Lupo, “The affective subject: Emmanuel Levinas and Michel Henry, on the role of affect in the constitution of subjectivity, Sophia, 56, 2017, 99-114; Shan Mackinlay, “Hermeneutic perspective on ontology, after metaphysics has been overcome: from Levinas to Merleau-Ponty”, Sophia, 56, 2107, 115-124]. Quello che è certo è che comunque, entro tale letteratura, la riduzione fenomenologica husserliana viene considerata il paradigma stesso di quella moderna FR, la quale aspira a porre la religione come l’atto di riduzione (per mezzo della Rivelazione in tutta la sua storicità) dell’intero mondo alla sua essenza profonda (prevalentemente etico-agapica).
Marion sostiene comunque che il metodo fenomenologico consente di ri-avvalorare l’effettivo sussistere di entità che non hanno alcun riscontro nel mondo dell’esperienza. E queste ultime corrisponderebbero pertanto pienamente alla valenza di “fenomeno” attribuita dal pensatore ad un ente che è un primo luogo “datità” pienamente autogiustificata dal fatto di essere oggetto di coscienza (dato in primo luogo dall’”intuizione essenziale”). Ebbene, se così stanno le cose, le entità di cui qui si parla – ossia quelle proprie dell’esperienza religiosa – non costituiscono affatto delle autentiche e piene oggettività onto-metafisiche, in quanto di natura puramente onto-spirituale trascendente. Esse invece non sono altro che enti non meno immanenti di qualunque altro, ma sfuggenti all’ambito dell’esperienza sensibile, la cui effettiva esistenza (o anche realisticità) viene garantita dal fatto che essi insorgono del tutto intuitivamente entro lo spazio della coscienza umana. Per l’ammissione del loro esistere basta quindi pienamente la loro natura soggettiva. Con tale caratteristiche, tali entità sono quindi rigorosamente immanenti, e proprio come tali sono pienamente concepibili dalla filosofia senza alcun bisogno di sconfinare nel campo della metafisica religiosa. Come dice Marion, ciò che caratterizza quest’ultima è infatti proprio l’attribuzione (da parte sua) di una piena oggettività a tale genere di entità. Oggettività che configura pertanto entità decisamente trascendenti, e quindi non solo estranee all’ambito del sensibile, ma anche all’ambito di ciò che il senso comune (prima ancora che la filosofia) intende come «reale». Il pensatore francese fa comunque riferimento al senso più rigorosamente filosofico di tale concetto di «realtà» di un oggetto, e cioè quello che (da Spinoza fino a Leibniz) fu statuito entro il principio di “ragion sufficiente” – secondo quale può esistere solo ciò che riconosce per davvero una causa sufficiente.
Si dà il caso che però in tal modo non ci troviamo affatto di fronte alle entità metafisiche che la Walther pone al centro stesso della sua visione [Gerda Walther, Phänomenologie der Mystik, Walter-Verlag, Freiburg im Breisgau 1955, Einl. p. 21-34, 2 p. 47-53, 9 p. 110-118]. Infatti, se c’è un carattere che la pensatrice concede ad esse è proprio quello della piena oggettività che è propria di effettive oggettualità onto-spirituali e trascendenti – e come tali pienamente esperibili (per quanto solo interiormente) esattamente in quanto esse sono tanto più reali quanto più sono onticamente inafferrabili (e cioè immateriali e perfino incorporee). Ecco allora che – anche prescindendo dalla validità delle specifiche prove filologiche e dottrinarie che vengono addotte per l’assimilazione totale ad Husserl del pensiero religioso fiorito entro la sua scuola – si delinea in tal modo chiarissimamente una cesura tra ciò che può venire credibilmente sostenuto e ciò che invece non può esserlo. E si noti bene che il criterio impiegato per tale distinzione è estremamente semplice ed anche estremamente generale – prescindendo così da sottili questioni filologiche e di coerenza dottrinaria.
La distinzione dipende insomma dal fatto che un’effettiva filosofia religiosa (FR) può davvero sussistere soltanto in presenza di una metafisica religiosa (MR) – e viceversa. Pertanto, solo se si prescinde da questo principio (come fa senz’altro Marion, di concerto con tutta la più moderna FR, inclusa ovviamente quella fenomenologica), si possono poi senza eccessiva difficoltà ricondurre ad un pensiero come quello husserliano altre forme di pensiero (come quello della Stein ed ancor più della Walther) che sono invece oggettivamente molto diverse da esso in termini filosofico-religiosi.
E questo è esattamente quanto noi abbiamo sostenuto recentemente in una riflessione sul testo della Walther [Vincenzo Nuzzo, “Il pensiero Gerda Walther sulla scia di Edith Stein e Edmund Husserl”, in: https://cieloeterra.wordpress.com/2017/12/14/il-pensiero-gerda-walther-sulla-scia-di-edith-stein-e-di-edmund-husserl/ ], ed inoltre anche in alcuni scritti in cui ci siamo interrogati su cosa sia per davvero filosofico-religioso [Vincenzo Nuzzo, “La moderna «filosofia religiosa» è davvero «filosofico-religiosa»?”, in: < https://cieloeterra.wordpress.com/2017/11/04/la-moderna-filosofia-religiosa-e-davvero-filosofico-religiosa/ >]. Come abbiamo visto, vi sono opinioni molto discorsi circa la possibile dimensione filosofico-religiosa del pensiero husserliano, e senz’altro le diverse tesi sostenute hanno tutte una loro notevole giustificazione. In particolare la tesi della Prof. Ales Bello si basa su fondamenti testuali davvero di grandissimo rilievo ed anche di grande fascino. Tuttavia, se si parte dal criterio piuttosto secco e semplice che abbiamo poc’anzi esposto, le cose divengono immediatamente ben più chiare. E la distinzione si delinea quindi in maniera molto netta. Diviene infatti chiaro che la FR o c’è effettivamente (cosa che accade solo quando essa si accompagna ad una davvero piena MR), oppure invece semplicemente non c’è. Siamo ben consapevoli del fatto che tale criterio cozza con i presupposti costitutivi dell’intera FR moderna. Ma comunque a noi sembra che esso sia sostenibile proprio in forza dell’immediata intuibilità del seguente concetto: – una religione sussiste effettivamente solo se essa fa riferimento ad entità inequivocabilmente trascendenti. Il che vale poi anche quando queste ultime vengono proiettate sul piano immanente come tangibili presenze spirituali.
Ebbene, questo ci sembra il criterio mediante il quale è possibile esprimere un giudizio critico piuttosto generale (ma non per questo meno fondato) sulle tesi interpretative della Pellegrino sul pensiero di Gerda Walther. Secondo la sua interpretazione, infatti, le cose starebbero in maniera del tutto opposta rispetto a quanto sembra desumibile dalla lettura diretta di Fenomenologia della mistica (FDM). Infatti, mentre in questo testo, l’Io appare venir considerato ontologicamente del tutto secondario rispetto alla sostanza profondo-psichica che lo sostiene, per la Pellegrino invece la prospettiva andrebbe totalmente invertita. E così l’Io andrebbe considerato come il protagonista assoluto della vita psichica profonda così come indagata dalla Walther. Ma, più in generale, ciò andrebbe ammesso perché in tal modo sia il pensiero della Walther che quello della Stein (alla quale la prima in primo luogo si relaziona) devono essere considerati stare perfettamente in linea con il pensiero di Husserl – e cioè con la posizione ed il ruolo attribuiti da lui all’Io.
Una volta che però tutto questo venga osservato dalla prospettiva opposta (quella che ad esempio noi personalmente abbiamo desunto leggendo FDM, e prima di leggere il libro della Pellegrino), sembrerebbe che il progetto perseguito dalla studiosa sia stato di fatto quello di correggere il pensiero della Walther per mezzo del pensiero della Stein. Per poi poterlo infine riannodare integralmente al pensiero di Husserl. E questa – come diremo poi anche nelle conclusioni – ci sembra al di là di tutto un’operazione piuttosto artificiosa. Essa sembra insomma servire uno scopo che non appare coincidere in primo luogo con la comprensione profonda del pensiero waltheriano. (altro…)

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