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Vi siete mai chiesti cosa mai ci manca per essere felici? Oppure vi siete chiesti appena come poter essere felici?
E cioè cosa dovremmo fare per essere felici. O meglio ancora cosa dovremmo aggiungere a ciò che siamo ed abbiamo per essere felici.
Le due domande sono radicalmente differenti. Perché con la seconda noi ci aspettiamo che la felicità derivi dall’aggiunta, dall’accrescimento, dall’apposizione iperplasica, e per di più nella loro forma attiva, ossia dinamica. Si tratta di un mettersi sempre in movimento per coprire un «vuoto», per annientarlo; in modo che al suo posto vi sia poi un «pieno».
No! Credo che in tale ultimo modo la questione della felicità venga molto mal posta. Credo infatti che le cose stiano invece in maniera diametralmente opposta. Infatti si può essere davvero felici solo se non bisogna fare assolutamente nulla per esserlo; solo se non bisogna riempire alcun vuoto per esserlo. La felicità è solo statica, e non dinamica.
Non bisogna però lasciarsi ingannare dalle parole. Perché quello che ho appena descritto potrebbe far pensare che è felice solo chi si trova in uno stato fisico di pienezza, e quindi (nei termini usuali del nostro linguaggio) «è ricco». Nulla di più falso, perché questo è esattamente lo status terminale di uno sforzo attivo, e cioè esattamente lo sforzo per riempire il vuoto con un pieno. Ciò che viene dopo questo, non è pertanto alcun vero vuoto passivo; ma è invece soltanto lo stato di godimento del pieno. Che è inequivocabilmente attivo. Non è affatto una passio. Dunque non è puro.
Dato però che l’equivoco è ingenerato proprio dal senso da noi attribuito alla parola «felicità», è evidente che, per capirci, dobbiamo attribuire un altro nome a ciò che con essa intendiamo. Probabilmente l’espressione «gioia serena» sarebbe molto più adeguata. Intanto va comunque ribadito che per essere felici bisogna essere passivi. E bisogna allora chiedersi qual’è esattamente la pienezza che è propria di questo status di passività. Ebbene, scaturisce proprio da questo la domanda circa il «cosa ci manca per essere felici?».
La risposta è semplicissima. Anche perché nel darla ci aiuta l’assoluta qualitatività dello stato di pienezza che è proprio di uno status di passività. Infatti non può trattarsi di alcunché di quantitativo. La risposta è dunque la seguente: – per essere felici ci manca il senso del nostro esistere. Infatti è solo sperimentando un senso nel mio esistere, che io posso essere felice non cercando alcunché, non tendendo ad alcunché; ossia nella perfetta passività.
Tuttavia questa non è una condizione che possa essere raggiunta solo individualmente. Essa esige infatti condizioni oggettive, e pertanto sovra-individuali. È dunque nella storia che va cercato ciò che oggettivamente predispone al senso dell’esistere individuale. Qual è questa condizione? Anche qui la risposta è semplicissima. Perché, a mostrarcela, abbiamo davanti a noi l’intera ininterrotta estensione della storia umana. Almeno fino al momento della definitiva frattura, che è intervenuta appena qualche decennio orsono. Ebbene, l’intera storia umana ci dimostra che è l’«appartenenza» ad un luogo, ciò che predispone alla felicità assolutamente passiva prodotta dal senso dell’esistere.
Infatti solo quando si appartiene ad un luogo per nascita, ed ancor più per sangue (e quindi in forza di un vincolo che rende totalmente passivi), si può davvero appartenere a qualcosa. Si tratta evidentemente di una condizione che esclude qualunque forma di assenso da parte nostra; anzi esige espressamente che esso non giochi assolutamente alcun ruolo.
A noi uomini moderni ciò appare senz’altro assurdo. Siamo infatti troppo abituati a pensare che assolutamente tutto dipenda dalla nostra volontà e dalla nostra decisione. Secoli e secoli di idealismo filosofico si sono affastellati ormai, erigendo un edificio che severamente ci impone di credere in questo e solo in questo. Ebbene da un lato questo modo di pensare affonda ormai le sue radici in un passato già molto lontano (e cioè nell’etica attiva umanistico-capitalista che rovesciò il passivo e contemplativo spiritualismo religioso medievale). Dall’altro lato poi essa dilaga nel nostro presente nella forma di un’etica del vivere attivo che è tanto scientifica quanto è anche un vero e proprio popolare common sense.
Il che significa che su questo punto (dal più sofisticato intellettuale e/o scienziato fino all’ultimo degli uomini della strada) tutti la pensano esattamente allo stesso modo. Tutti pensano insomma che la passività generata dall’appartenenza sia quanto di più riprovevole e ripugnante possa mai esistere al mondo. E così tutti sono convinti che ci si debba per principio agitare continuamente per sfuggire a vincoli e pastoie (locali) di ogni sorta; cercando così una felicità possibile solo nel pieno godimento della cosiddetta «libertà» illimitata dell’agire.
È quell’ideologia della «crescita» a qualunque costo, nella quale tutti orami crediamo ciecamente. E vi crediamo ciecamente proprio perché vogliamo essere felici non ragionevolmente, ma invece il più possibile; ed inoltre vogliamo anche essere fieri di essere stati noi stessi gli artefici della nostra fortuna. Non dovendo così la nostra felicità a nulla ed a nessuno.
E tuttavia è davvero strano che sembriamo affatto turbati dal fatti che tutto ciò sacrifica completamente l’unica possibilità che abbiamo di sperimentare un senso nel nostro esistere. Senza legame, senza radicamento, senza stasi, infatti, non vi può essere alcun senso. In sé, e cioè nella nudità della sua natura, la nostra vita di esseri mortali (per quanto gloriosamente consapevoli) è appena ciò che è. Né più né meno. È una faccenda mortalmente seria (in quanto costellata di varie morti ed infine concludentesi con la morte stessa, ossia con il nulla). E quindi è in sé solo una tragicommedia, cioè qualcosa su cui si può solo o ridere a crepapelle oppure versare calde lacrime. Dunque, come hanno sostenuto così tanti filosofi esistenzialisti, la nostra vita mortale non ha davvero alcun senso. Essa è appena un nascere per poi sempre soltanto morire. Ci si può mettere in mezzo un infinito godimento oppure anche un’infinita sofferenza, ma le cose non cambiamo davvero molto.
Pertanto non vi altra possibilità di sperimentare un senso nell’esistere, se non installandoci saldamente in qualcosa che, essendo molto più grande e vivente di noi, è realmente capace di sorreggerci in questo nostro continuo e fatale decadere. Si tratta di ciò che i pensatori più religiosi hanno sempre definito come «Dio»; mentre i pensatori meno religiosi l’hanno sempre definito come «Fondamento» (magari anche solo del conoscere). Non vi è però una vera differenza tra i due termini. Si tratta di un Qualcosa che ci può sorreggere nell’estendere gli striminziti limiti della nostra esistenza individuale in direzioni di limiti che essa non potrebbe mai raggiungere –  per quanto possa affaticarsi febbrilmente in quell’attività di cui parlavamo prima. Questo Qualcosa che ci sorregge dilatando i nostri limiti può essere definito come «trascendenza».
Ebbene a questo mondo vi sono due generi di trascendenza. La prima forma di trascendenza è davvero trascendente, ed è quella divina; ossia quella alla quale abbiamo accesso per mezzo di ciò che si definisce come «religione». Non a caso il termine (religio) rinvia esattamente alla valenza unitiva, e quindi dilatatoria (in senso comunionale e sociale) del credere individuale.  La seconda forma di trascendenza è invece immanente, ed è esattamente quella del luogo al quale apparteniamo. Luogo che poi riesce ad essere ciò che è, proprio in quanto ha una valenza non solo civile (la Città) ma anche sempre religiosa (come Tempio, o anche Chiesa). Sebbene i termini della sua religiosità non debbano essere affatto né istituzionali né espliciti. E tanto meno dogmatici. Si tratta infatti in primo luogo di una religiosità naturale dell’esistere. Il Tempio è qui il Luogo stesso. Per intenderci, si tratta della religiosità dei cosiddetti popoli primitivi. Non a caso ormai in via di totale estinzione. Ne possiamo avere una buona idea guardando il film Avatar, di James Cameron.
Ebbene, quel Qualcosa che ci sorregge dilatando, e che «trascende» tutto ciò che contiene, è propriamente un Luogo.
Quindi è piccolo e non grande. Quindi è delimitato e non illimitato. Quindi non è frenetico ma calmo. Quindi non vi regna il frastuono ma invece un silenzio tale da poter perfino sgomentare. Eppure esso è comunque immenso. Lo è nello spazio (moltiplicato al suo interno in modo esponenziale come secondo Riemann e forse anche Zenone) e lo è nel tempo (risalendo all’indietro fino ai più remoti primordii, ma senza perdere mai la propria delimitazione locale, e dunque il suo volto e la sua anima).
Qui noi possiamo vivere semplicemente esistendo e basta. Cioè lasciando solo al Luogo il compito di dirci chi siamo e chi non siamo, cosa ci spetta e cosa no, cosa dobbiamo fare e cosa no. Come si può constatare, non vi è qui alcuno spazio per il volere. L’assenza di quest’ultimo coincide però stranamente con due immensi doni: – 1) quello del non dover cercare affannosamente chi si è e perché si vive; 2) quello del sapere esattamente cosa in questo mondo ci tocca e non ci tocca di fare. E ciò che sta al di là di tutto questo, viene da noi tenuto separato dagli stessi confini del Luogo.
In modo tale che la febbrile tentazione non ci tocca. Infine, se in questo mondo del divenire mortale, vi è davvero una possibilità di essere felici, questa sussiste esattamente in tali condizioni. E probabilmente in nessun’altra.
Ebbene, vedo che non ne siamo convinti. Storciamo il naso e guardiamo a tutto questo con un incoercibile disgusto.
Quanto appena descritto è infatti esattamente ciò da cui tutti siamo fuggiti (almeno in pectore) proprio per non essere costretti a vivere «una vita senza senso».
E allora gettiamo uno sguardo davvero profondo sul mondo senza limiti e confini in cui abbiamo invece scelto di vivere.
Il mondo espugnato dalla smania di felicità attiva. Bene, cosa lo caratterizza? Lo caratterizza esattamente la perdita di qualunque forma di appartenenza. E così nessuno dei suoi luoghi ha più né un volto né un’anima (se non appena entro vuoti clichés retorici). Ecco che viviamo tutti intruppati in città sempre più immense, ipertrofiche e cancerose, eppure confortantemente scintillanti, echeggianti ed inebrianti. Pur di viverci ne sopportiamo addirittura i lati più oscuri.
In primo luogo sopportiamo senza fiatare il brulicante affollarsi quotidiano di masse inverosimili. Che il più piccolo discostarsi delle costanti fisiche dalla norma mediana basterebbe a scompaginare ed agitare come una mostruosa ondata di marea. Generando così un’immensa valanga che, per poter scampare alla morte, schiaccerebbe ed annienterebbe ogni cosa sul proprio cammino. È esattamente il «Grande Animale» di cui parlava Simone Weil.
In secondo luogo facciamo finta di non vedere le multiple sacche fetide e purulente (di povertà, devianza e degrado) che spontaneamente si formano all’interno di questo corpo, stentando la vita, emanando veleni e minacciando ogni giorno ed ogni ora l’incolumità di chiunque.
Ebbene, noi viviamo in questi luoghi perché sono quelli in cui la storia pulsa più eccitantemente. E se non viviamo in questi luoghi, noi facciamo in modo di trasformare sul loro modello quel piccolo o medio luogo nel quale la sorte avversa ci ha dato di vivere. Così, cancellando grandi distese di campi o di boschi, vi costruiamo immensi centri commerciali rigurgitanti di merci e illuminati giorno e notte. Poi moltiplichiamo lungo le sue strade negozi e negozietti altrettanto illuminati e vivacissimamente colorati, ognuno dei quali istiga ossessivamente i sensi del passante in tutti i modi possibili: – «Gusta, prova, scopri…lasciati tentare, lasciati coccolare, lascia esplodere…, abbandonati, concediti, cedi al…!».
Là dove la vita pulsa non vi deve essere un solo millimetro quadrato di ombra nè di tregua dalla continua e convulsa sollecitazione dei sensi. Le tenebre statiche, e quelle sì immense e spaventevoli, possono e debbono invece sussistere solo ai margini del grande corpo pulsante, contorcentesi e sussultante. Nelle bidonville periferiche.
Così noi viviamo, o miei signori!
Noi però non apparteniamo affatto a tutto questo immenso e sempre più uniforme organismo mostruoso e canceroso. Noi ne siamo appena ostaggi, sebbene terribilmente consenzienti. Il consenso al nostro stesso scempio (e peggio ancora allo scempio del mondo) è infatti la forma più alta e compiuta della nostra attività di ricerca affannosa della felicità. Perché anch’essa è spasmodica così come il corpo in cui insorge. Il vero corpo. Non è infatti per nulla nel nostro corpo che tutto ciò accade. Esso è appena un’appendice dell’altro. E così è solo all’universale corpo mostruoso che il nostro minuscolo ed insignificante inerisce. Esso gli è collegato da infinitesimi quanto vitali fili. Fili percorsi da incessanti ed inebrianti impulsi luminosi e sonori. Ricordate Matrix?
Dunque è l’interminabile orgasmo dell’altro quello che a noi si comunica come un mero barlume; lasciandoci così partecipare appena dei suoi quanta infinitesimi. La trascendenza salvifica si è rovesciata in una sua mostruosa e minacciosa caricatura. La trascendenza ora non salva più ma invece solo danna. È la trascendenza mostruosa e nera di un Luogo senza limiti.
Ma a quanto pare noi proprio questo vogliamo. Noi non vogliamo appartenere a nulla. Noi vogliamo solo essere connessi a ciò che è il Nulla stesso. Nietzsche l’aveva ben profetizzato.
È dunque ormai solo il clamore brulicante di pianto e di strazio delle Malebolge dantesche ciò che riesce a renderci felici nel nostro ordinario quotidiano.
Tutto ciò però non ha alcun senso.
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