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Posts Tagged ‘edonismo’

Ieri sera ho visto il film francese “E se vivesssimo tutti insieme?”.
Un film, per carità, gradevolissimo in quanto avvincente, garbato, delicatamente ironico, affatto ideologico e peraltro non poco malinconicamente poetico. Ed inoltre Dio solo sa se si possa anche solo minimamente mettere in dubbio la rilevanza e la terribile serietà del tema che esso porta alla ribalta.
E peraltro la cosa mi riguarda non poco essendo estremamente prossimo alla fatale soglia dei sessanta!
Non è quindi certo mia intenzione né mettere in dubbio questo né denigrare questo film sul quale si può dare tutto sommato un giudizio positivo.

E tuttavia, almeno per quanto mi riguarda, trovo inevitabile pormi di fronte ad esso la seguente domanda : ‒ ma esistono ancora, realmente, i vecchi?
Esistono ancora insomma degli esseri umano-terreni connotati integralmente da tutto ciò che oggettivamente è vecchiaia, ossia, in termini brutali, la vecchiaia intesa in termini schiettamente naturali?
Da ciò che si vuole mettere in primo piano in questo film sembrerebbe proprio di no.
In buona parte delle sue circostanze, infatti, esso si preoccupa di mettere a nudo il fatto che esistono tuttora troppi pregiudizi che impediscono di comprendere cosa realmente la vecchiaia sia.
Ed ecco come questo viene messo in luce.
C’è il fatuo fotografo libertino, un inveterato puttaniere (e perfino disinvolto traditore dei suoi migliori amici!) che rivendica la bellezza poetica semplice, fresca ed innocente, del continuare ad essere tutto ciò anche da vecchio.
C’è l’ancora bella ex professoressa di filosofia (Jane Fonda) che si diverte a titillare maliziosamente un ingenuo ragazzino tedesco con l’evidenza della persistente sessualità delle vecchie donne (per intenderci, quelle che una volta si definivano “gallina vecchia che fa buon brodo”).
C’è il vecchio signore prossimo all’Alzheimer che continua a gratificarsi con l’estetica teorica e pratica dei piaceri del palato.
C’è l’inveterato agitatore che non rinuncia a vivere la sua passione politico-filantropica nel bel mezzo della sua vecchiaia.
C’è infine la donna (Geraldine Chaplin) che si sente veramente invecchiata e non fa nulla per nasconderlo, ma si guarda bene dal metterlo in campo come argomento, limitandosi a desiderare di farsi i fatti i suoi.
Insomma tutti vecchi esseri umani che insistono sul fatto di non essere affatto riducibili al clichè pregiudiziale del vecchio, così come spontaneamente tende a venir inteso.

Eppure, proprio nel fare questo, l’immagine di vecchiaia presuntamente reale che ci viene proposta, e cioè quella che ci viene proposta come nudamente elementare, non è affatto nemmeno per un attimo quella naturale (per quanto si faccia appello non poco all’argomento retorico del naturale come normale : vedi sesso…). Ma molto più invece quella culturale-civile, cioè quella artificuiale.
Si tratta in poche parole non dell’idea eterna di vecchiaia, con tutto ciò che essa oggettivamente comporta, ma molto più dell’idea di vecchiaia che è propria di un assetto culturale e civile che poi è quello nostro tempo moderno, cioè l’assetto che si adegua ad un determinato spirito del tempo.
Il nostro!
E qual’è il modello che è al centro del moderno spirito del tempo?
È quello dell’edonismo!
Certo, almeno come rappresentato in questo film, si tratta di un edonismo piuttosto puro (sul modello di quello antico-filosofico di un Aristippo), ossia un edonismo che, come ci fa notare Max Scheler (Il formalismo nell’etica e l’etica materiale dei valori) non invita affatto a coltivare il desiderio delle “cose di piacere” (come i possessi, la fama, il potere…) ma invece proprio il piacere in sè
Gli uomini vecchi qui rappresentati sono quindi in definitiva dei vecchi e per nulla riprovevoli epicurei.. Tanto che il loro modo di essere, sentire e pensare sembra essere molto prossimo al modello, nobile, di epicureismo raccomandato da Montaigne nei suoi Saggi.

Ebbene cosa viene fuori da tutto questo melange peraltro così francese?
Qualcosa ahimè di assolutamente prevedibile, e cioè nient’altro che il topos estetico-letterario ormai veramente ossessivo in tutte le forme di arte, e specie nel cinema, del survivalismo.
La vecchia insegnante di filosofia, e garbata erotomane, si scoccia a morte di sopravvivere come una malata cronica e pertanto se ne frega della malattia che la sta portando alla morte. Ed allora progetta la sua morte come se essa potesse essere una continuazione della vita nel senso del brio, del colore e dell’allegria.
Si fa così seppellire in una bara color pink sotto un pergolato fiorito, e dà mandato ai sopravviventi di soffermarsi appena possono a bere champagne sulla sua tomba.
E non prima, peraltro, di aver fatto in modo che il ragazzino tedesco che le sta simpatico possa realizzare finalmente le sue fantasie sessuali godendosi una sontuosa scopata con una bruna tettona, cioè una “donna esotica dal seno abbondante”.
Bene! E cosa faranno allora i sopravviventi?
Si accorgeranno di colpo che chi ha ragione è proprio il semi-Alzheimer, il vedovo della filosofa, il quale, avendo completamente dimenticato la morte della moglie, va in giro a cercarla invocando il suo nome. E così, nell’ultima scena del film, tutti, i vecchi ed il ragazzino finalmente soddisfatto sessualmente, gli andranno dietro chiamando il nome della donna : ‒ “Jeanne!”.

È così che la vecchiaia e la morte possono tutto sommato essere archiviati nel contesto di un edonismo che promette di non cessare di far sentire i suoi benefici anche in tarda età.
Ne deve pur avere il diritto!
Insomma : ‒ …della questione se la vecchiaia e la morte possano essere i prodromi (per quanto oggettivamente infelici e sgradevoli) di un trapasso a quella che è realmente la vera vita, cioè quella per la quale vale la pena di lasciar battere il proprio cuore, di questa questione qui proprio nessuna traccia!

È questo lo spirito del tempo in cui viviamo. Un tempo di ormai irrimediabile e desolato estremo Materialismo. E proprio per questo volutamente brioso!
La domanda finale è dunque : ‒ ci serve veramente tutto questo ? Ovvero “cui prodest?”

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