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Posts Tagged ‘città moderna’

Evoluzione.
Stupidità assoluta del concetto di evoluzione.
Per definizione la prosecuzione dello slancio vitale (Bergson) a partire dalle forme elementari non può essere cieca ma solo intelligente. Essa prevede infatti come paradigma fondamentale la formazione (Formung), la quale a sua volta presuppone un modello ricostituito in un determinato che obbedisce al dover essere ideale, cioè è esattamente ciò che doveva essere. Senza di questo vi sono solo aborti di essere, e non cose o creature. Il processo di generazione di forme consecutive alle forme originarie implica dunque una persistene capacità di formare, e quindi è chiuso e non aperto. Tutto ciò richiede un’Intelligenza creativa cosmica. Che la Stein vede proprio nella Wesensform, Forma essenziale donatrice di essere. In altre parole Dio.
Non lontano da tutto questo il concetto di intelligenza creatrice di Bergson e quello di ragione sufficiente, come causa del determinato (ottimo per definizione) di Leibniz.
Se dunque, sulla spinta di Voltaire, non vogliamo presupporre un piano creativo originario, perchè ci imbarazza per la sua (presunta) ingenuità, siamo comunque costretti a prenderne atto riflettendo (senza pregiudizi) sul livello di realtà costituito dalle morte cose.
Deduco tutto questo dalla riflessione di Edith Stein, sebbene ella (forse per pudore) non nomini qui affatto l’evoluzione.
(Edith Stein, Endliches und ewiges Sein, VII, 7, p. 356)

Tutti al mare ! ‒ mare e montagna….
Colpisce la differenza nello stato d’animo indotto dai due ambienti. Ed il nucleo della differenza sembra stare con ogni probabilità proprio nell’esperienza della purezza.
Per quanto gli scenari naturali marini siano sensualmente coinvolgenti, essi però non offrono la stessa esperienza degli scenari naturali collinari e montani. Qui infatti, non a caso, la concentrazione intellettuale è più intensa e penetrante. Più intensa, in verità, in quanto più serena e profonda. Cosa che rappesenta a prima vista un paradosso. Che però svanisce riflettendo sul fatto che l’intensità dello stato d’animo (o della condizione di spirito) non è frutto dell’eccitazione dei sensi, bensì del suo esatto contrario.
E così si constaterà che mentre il mare estenua la montagna invece corrobora. Quel prodigioso ristoro delle forze spirituali ‒ che Edith Stein descrive come del tutto indipendente dall’esteriore, e dipendente invece solo dall’aprirsi in noi di fonti profondissime e nascoste ‒, può pertanto avvenire solo in  montagna e non al mare.
Al mare ci si sente gioiosi perchè si gode intensamente e ci si immerge nella bellezza, mentre in montagna ci si sente gioiosi perchè, davanti alla bellezza, si prega e si contempla.
E dunque che il mare sia un vero e proprio imprescindibile “must” del divertimento collettivo estivo (se non ci sei andato non avrai nulla da raccontare agli amici!), è cosa che deve lasciar pensare su come siamo ormai collettivamente diventati.
Semplicemente meno uomini! L’uomo infatti è veramente tale (essere più spirituale che sensuale) quando gode nel contemplare.

Amore e credere.
Il desiderio spasmodico (egoistico per definizione) di amore terreno, il cui corrispettivo simbolico elementarizzato è il puro piacere sessuale  (specie se compulsivo), non è altro che il frutto della disperazione : il non credere che il Padre pieno d’Amore è costantemente presso di noi.
Crediamo di più, cioè crediamo di più contro ogni evidenza, e saremmo naturalmente più felici.
Il che significa non credere del tutto a ciò che abbiamo sotto gli occhi.
La psicanalisi e la fondamentale esperienza psichica dell’anima.
Edith Stein (Endliches und ewiges Sein, VII, VII, 7, 2, p. 362-365) ci insegna che l’Erkenntnis, cioè l’atto fondamentale della conoscenza (il ri-conoscimento), è un’esperienza dell’anima prima che dell’Io. Con essa si tratta infatti dell’auto-coscienza come momento di un processo psico-evolutivo il quale equivale in pieno ad una vera e propria “formazione dell’anima”. Fondamentale è qui un’auto-osservazione che è auto-conoscenza in quanto è soprattutto un sapere scendere nel profondo di sè stessi. È un’immersione nel dentro, ovvero appunto esperienza dell’anima.
Ma il momento centrale di tale processo è quello del potere e sapere riconoscere la natura della propria anima per poterla poi anche giudicare. È insomma un’auto-osservazione critica. E ciò ai fini della modifica di sè stessi per mezzo della modifica dei propri comportamenti.
Ciò non giunge però ai suoi scopi se non comporta anche un’immersione autentica. Cosa impossibile se l’auto-osservazione viene fatta dal solo punto di vista dell’Io. L’Io infatti vive letteralmente nell’anima come suo corrispettivo razionale, e però non ne è che un fenomeno accessorio e limitato. Una pura virtualità funzionale e non una vera entità psichica. Esso manca di essere. Osservare dal suo punto di vista è quindi assumere il punto di vista di un mero ed irrecuperabile esteriore. Il quale non potrà mai prendere contatto sintonicamente con quella dimensione morale-emozionale che è propria solo dello “stare dentro”, e che sola fornisce l’energia per il cambiamento.
Fin qui la Stein.
Ora, si può credere che tutto questo avvenga anche nel corso del processo di cura psico-analitico (al quale pure noi moderni abbiamo affidato tutte le nostre residue speranze di “esssere migliori”)?
Evidentemente non si può.
In tale processo infatti chi “giudica” osservando è appunto appena un Io razionale : ‒ quello del terapeuta, primariamente, ma anche quello del probando (il curando). Ma costui è chiamato a prendere contatto con il suo profondo appena quanto basta per prenderne poi definitivamente le distanze, cioè per essere educato a “non stare più dentro”. Il “dentro” infatti (inconscio e profondo della psiche, cioè di fatto tutto ciò che è anima) è per principio considerato equivalente al male che va sradicato. La cura consiste infatti nell’assoluta depurazione della razionalità dalla contaminazione irrazionale profonda.
Quale può essere il risultato di tutto questo?
Ovviamente un cambiamento non solo falso (perchè non si avrà la necessaria “contrizione”) ma anche contro-producente, perchè ne sarà eliminata proprio la fondamentale risorsa. Quella costituita dal “dentro” quale luogo positivo e non negativo (l’anima è in realtà per Agostino il luogo stesso della presenza di Dio). Il  risultato finale non potrà essere altro che una mostrificazione, o anche disumanizzazione, del probando.
È proprio questo del resto l’effetto medio delle terapie psicanalitiche, così come risulta dall’esperienza comune.
Esse, infatti, se non hanno successo (come accade nella maggior parte dei casi), non cambiano un bel nulla nel probando. E se invece hanno successo (in una minoranza dei casi), trasformano il probando appunto in un mostro di gelida razionalità. Che poi paradossalmente sarà proprio una nuova forma di contatto con il proprio profondo (giudicata “sana”), quella che consente il libero flusso dell’istintuale verso il razionale senza più (presuntamente) alcuna dimensione negativa.
Si poteva mai pensare che una bestialità simile potesse costituire la nuova Chiesa dell’evo moderno? Eppure proprio così è stato.

Città moderna.
La città (moderna e non quella antica!) sembra essere il frutto abnorme di un’idea assurda.
L’idea che possa veramente esservi altro oltre la noia divorante dei piccoli centri.
È proprio così che si trasforma la noia divorante in un vuoto divorante.
Che è molto peggio!.
Il risultato : ‒ le apparizioni proprio in questo periodo delle larve umane non più nascoste dalla folla.
L’armonia può essere noiosa ed oppressiva, in quanto fatta di forme obbligate (ed appunto noiose, non eccitanti, di vita), ma è pur sempre armonia. La città ce ne priva.
Ed il risultato è l’orrore.

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