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Archive for the ‘FOLGORAZIONI’ Category

26 Settembre del 2014
Signore Iddio, Ti prego : ‒  fa che io continui sempre a subire l’onta del passare in questo mondo come un’ombra, purchè non cessi mai di essere e sentirmi “qualcosa” solo e soltanto in Te.

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Evoluzione.
Stupidità assoluta del concetto di evoluzione.
Per definizione la prosecuzione dello slancio vitale (Bergson) a partire dalle forme elementari non può essere cieca ma solo intelligente. Essa prevede infatti come paradigma fondamentale la formazione (Formung), la quale a sua volta presuppone un modello ricostituito in un determinato che obbedisce al dover essere ideale, cioè è esattamente ciò che doveva essere. Senza di questo vi sono solo aborti di essere, e non cose o creature. Il processo di generazione di forme consecutive alle forme originarie implica dunque una persistene capacità di formare, e quindi è chiuso e non aperto. Tutto ciò richiede un’Intelligenza creativa cosmica. Che la Stein vede proprio nella Wesensform, Forma essenziale donatrice di essere. In altre parole Dio.
Non lontano da tutto questo il concetto di intelligenza creatrice di Bergson e quello di ragione sufficiente, come causa del determinato (ottimo per definizione) di Leibniz.
Se dunque, sulla spinta di Voltaire, non vogliamo presupporre un piano creativo originario, perchè ci imbarazza per la sua (presunta) ingenuità, siamo comunque costretti a prenderne atto riflettendo (senza pregiudizi) sul livello di realtà costituito dalle morte cose.
Deduco tutto questo dalla riflessione di Edith Stein, sebbene ella (forse per pudore) non nomini qui affatto l’evoluzione.
(Edith Stein, Endliches und ewiges Sein, VII, 7, p. 356)

Tutti al mare ! ‒ mare e montagna….
Colpisce la differenza nello stato d’animo indotto dai due ambienti. Ed il nucleo della differenza sembra stare con ogni probabilità proprio nell’esperienza della purezza.
Per quanto gli scenari naturali marini siano sensualmente coinvolgenti, essi però non offrono la stessa esperienza degli scenari naturali collinari e montani. Qui infatti, non a caso, la concentrazione intellettuale è più intensa e penetrante. Più intensa, in verità, in quanto più serena e profonda. Cosa che rappesenta a prima vista un paradosso. Che però svanisce riflettendo sul fatto che l’intensità dello stato d’animo (o della condizione di spirito) non è frutto dell’eccitazione dei sensi, bensì del suo esatto contrario.
E così si constaterà che mentre il mare estenua la montagna invece corrobora. Quel prodigioso ristoro delle forze spirituali ‒ che Edith Stein descrive come del tutto indipendente dall’esteriore, e dipendente invece solo dall’aprirsi in noi di fonti profondissime e nascoste ‒, può pertanto avvenire solo in  montagna e non al mare.
Al mare ci si sente gioiosi perchè si gode intensamente e ci si immerge nella bellezza, mentre in montagna ci si sente gioiosi perchè, davanti alla bellezza, si prega e si contempla.
E dunque che il mare sia un vero e proprio imprescindibile “must” del divertimento collettivo estivo (se non ci sei andato non avrai nulla da raccontare agli amici!), è cosa che deve lasciar pensare su come siamo ormai collettivamente diventati.
Semplicemente meno uomini! L’uomo infatti è veramente tale (essere più spirituale che sensuale) quando gode nel contemplare.

Amore e credere.
Il desiderio spasmodico (egoistico per definizione) di amore terreno, il cui corrispettivo simbolico elementarizzato è il puro piacere sessuale  (specie se compulsivo), non è altro che il frutto della disperazione : il non credere che il Padre pieno d’Amore è costantemente presso di noi.
Crediamo di più, cioè crediamo di più contro ogni evidenza, e saremmo naturalmente più felici.
Il che significa non credere del tutto a ciò che abbiamo sotto gli occhi.
La psicanalisi e la fondamentale esperienza psichica dell’anima.
Edith Stein (Endliches und ewiges Sein, VII, VII, 7, 2, p. 362-365) ci insegna che l’Erkenntnis, cioè l’atto fondamentale della conoscenza (il ri-conoscimento), è un’esperienza dell’anima prima che dell’Io. Con essa si tratta infatti dell’auto-coscienza come momento di un processo psico-evolutivo il quale equivale in pieno ad una vera e propria “formazione dell’anima”. Fondamentale è qui un’auto-osservazione che è auto-conoscenza in quanto è soprattutto un sapere scendere nel profondo di sè stessi. È un’immersione nel dentro, ovvero appunto esperienza dell’anima.
Ma il momento centrale di tale processo è quello del potere e sapere riconoscere la natura della propria anima per poterla poi anche giudicare. È insomma un’auto-osservazione critica. E ciò ai fini della modifica di sè stessi per mezzo della modifica dei propri comportamenti.
Ciò non giunge però ai suoi scopi se non comporta anche un’immersione autentica. Cosa impossibile se l’auto-osservazione viene fatta dal solo punto di vista dell’Io. L’Io infatti vive letteralmente nell’anima come suo corrispettivo razionale, e però non ne è che un fenomeno accessorio e limitato. Una pura virtualità funzionale e non una vera entità psichica. Esso manca di essere. Osservare dal suo punto di vista è quindi assumere il punto di vista di un mero ed irrecuperabile esteriore. Il quale non potrà mai prendere contatto sintonicamente con quella dimensione morale-emozionale che è propria solo dello “stare dentro”, e che sola fornisce l’energia per il cambiamento.
Fin qui la Stein.
Ora, si può credere che tutto questo avvenga anche nel corso del processo di cura psico-analitico (al quale pure noi moderni abbiamo affidato tutte le nostre residue speranze di “esssere migliori”)?
Evidentemente non si può.
In tale processo infatti chi “giudica” osservando è appunto appena un Io razionale : ‒ quello del terapeuta, primariamente, ma anche quello del probando (il curando). Ma costui è chiamato a prendere contatto con il suo profondo appena quanto basta per prenderne poi definitivamente le distanze, cioè per essere educato a “non stare più dentro”. Il “dentro” infatti (inconscio e profondo della psiche, cioè di fatto tutto ciò che è anima) è per principio considerato equivalente al male che va sradicato. La cura consiste infatti nell’assoluta depurazione della razionalità dalla contaminazione irrazionale profonda.
Quale può essere il risultato di tutto questo?
Ovviamente un cambiamento non solo falso (perchè non si avrà la necessaria “contrizione”) ma anche contro-producente, perchè ne sarà eliminata proprio la fondamentale risorsa. Quella costituita dal “dentro” quale luogo positivo e non negativo (l’anima è in realtà per Agostino il luogo stesso della presenza di Dio). Il  risultato finale non potrà essere altro che una mostrificazione, o anche disumanizzazione, del probando.
È proprio questo del resto l’effetto medio delle terapie psicanalitiche, così come risulta dall’esperienza comune.
Esse, infatti, se non hanno successo (come accade nella maggior parte dei casi), non cambiano un bel nulla nel probando. E se invece hanno successo (in una minoranza dei casi), trasformano il probando appunto in un mostro di gelida razionalità. Che poi paradossalmente sarà proprio una nuova forma di contatto con il proprio profondo (giudicata “sana”), quella che consente il libero flusso dell’istintuale verso il razionale senza più (presuntamente) alcuna dimensione negativa.
Si poteva mai pensare che una bestialità simile potesse costituire la nuova Chiesa dell’evo moderno? Eppure proprio così è stato.

Città moderna.
La città (moderna e non quella antica!) sembra essere il frutto abnorme di un’idea assurda.
L’idea che possa veramente esservi altro oltre la noia divorante dei piccoli centri.
È proprio così che si trasforma la noia divorante in un vuoto divorante.
Che è molto peggio!.
Il risultato : ‒ le apparizioni proprio in questo periodo delle larve umane non più nascoste dalla folla.
L’armonia può essere noiosa ed oppressiva, in quanto fatta di forme obbligate (ed appunto noiose, non eccitanti, di vita), ma è pur sempre armonia. La città ce ne priva.
Ed il risultato è l’orrore.

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Amare

Per divenire finalmente davvero capaci di amare, bisogna finalmente cessare di desiderare di essere amati.

Di colpo un immenso spazio di libertà ci si distende davanti.

È lo spazio dell’interiore.

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Seneca, Lettere a Lucilio,  IV, ep. 41.
“…fai cosa ottima se continui a progredire verso la perfezione, che è da stolti invocare dal di fuori, dato che uno può ottenerla da sè“.
Leggendo, mi veniva subito da pensare ai così frequenti, innumerevoli per la verità, falliti tentativi di tanti di noi nel chiedere aiuto, nelle nostre ambasce esistenziali, a qualcosa come uno psicoterapeuta. Proprio oggi (simultaneità junghiana) pensavo quanto è da stupidi farlo, e quanto invece è da intelligenti non farlo. E mi si crocifigga pure!
Insomma, dice Seneca, “non serve invocare il custode del tempio…per potere essere meglio ascoltati“. E cosa cerchiamo tutti noi in uno psicoterapeuta? Ascolto, appunto. E cosa troviamo invece? Troviamo solo i pregiudizi di un sacerdote, che sempre sà già in partenza chi dovresti essere o non essere  e cosa dovresti avere o non avere. Ed allora, o ti lasci violentare e deviare, o ti tieni, irrisolte, tutte le tue perplessità.
Quanto più vale invece invocare proprio Dio in persona!
Non naturalmente per ottenere salvezza dalle circostanze in cui ti trovi (cosa che nessuno potrà darti : meno di tutti uno psicoterapeuta). No, solo per ottenere, nel dolore, il sommo bene della Sua immediata prossimità (noi cristiani lo chiamiamo incontro con Gesù). Cioè la pura e semplice felicità della fede. Ben superiore al dolore. Che a questo punto diviene veramente felix culpa.
Ma è lo stesso Socrate a dirlo, un non cristiano, sebbene con parole che spesso nemmeno i cristiani hanno il coraggio di proferire : “Dio ti è vicino, è con te, è dentro di te. Sì, o Lucilio, uno spirito divino è dentro di noi, osservatore e giudice delle nostre azioni buone e cattive : e come noi trattiamo lui, così lui tratta noi. Certo nessuno è buono senza Dio. Come ci si può innalzare al di sopra della sorte se non col suo aiuto? Dio ci dà i nobili e retti consigli ; in ogni uomo onesto «c’è Dio, anche se non sappiamo chi sia» (Virgilio, Eneide, VIII, 352)”

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Montalambert pubblicò integralmente il testamento di un pensatore e prete cattolico,  P. Lacordaire, che pare avesse speso la sua vita per il valore della libertà. Lo pubblicò dieci anni dopo la morte dell’autore, dato che, essendo stato a lungo suo amico, era veneuto in possesso del manoscritto appena dopo il decesso.
Si tratta del  testo pubblicato come “Testamento di Lacordaire“.
A volte accade che uno scritto ed uno scrittore vengano apprezzati per qualcosa di generale che riguarda la loro opera, ma in realtà andrebbero molto più apprezzati per qualcosa di ben più specifico e magari non in stretta relazione con la natura del merito generalmente attribuito loro e condiviso.
Personalmente non mi entusiasamano molto i pensatori della libertà, ma ho comunque deciso di leggere comunque questo scritto.
Ed ecco la piacevole sorpresa.
Si parla di un fenomeno che riguarda molto da vicino proprio i pensatori della libertà, e che non va certo a loro onore e merito. In tempi lontani, ma non tanto, lo si denominò come fenomeno dei “voltagabbana“. Lacordaire lo mette in luce impietosamente.
Ed a me viene in mente a questo proposito un modernissimo ed accorsatissimo pensatore della libertà : Martin Heidegger. Un fervente adoratore di Hitler che però dopo la guerra, per incanto, divenne un filosofo della libertà e campione del più fervido umanismo terrestrista.

Ma ecco i fatti, che qui riguardano specificamente il chierico, pensatore e letterato La Mennais.
Lacordaire racconta che egli aveva appena finito detestare le pose del La Mennais ‒ attiranti su di lui una vera e propria sgradevolissima “idolatria“, e questo per il suo esplicito professare “dottrine assolutiste” ‒, che di colpo, allo scoppiare della rivoluzione del 1830, accade il miracolo.
E con tale miracolo, il La Mennais, che prima trattava Lacordaire dall’alto in basso, di colpo gli diviene amico.
Ecco come viene descritto il miracolo : ‒ “Quella notizia mi causò una gioia sensibile e come una specie d’ebbrezza : essa giustificava ai miei occhi il ravvicinamento poco comprensibile effettuatosi tra La Mennais e me. Egli non era più il compice delle dottrine assolutiste avversate dall’opinione generale, ma, trasformato d’incanto, mi si presentava come il difensore delle idee, le quali m’erano sempre stare care….” (“Testamento di Lacordaire”, Bari: Ed. Paoline, 19663, p. 51-52)

I pensatori, specie quelli grandi (oggi i filosofi accademici li venerano come “i giganti“), hanno lo straordinario e raro dono di riuscire addirittura a plasmare il loro pensiero a seconda delle circostanze più favorevoli e/o gradevoli.
Il sospetto è dunque che proprio così essi riescano a lasciarsi tramandare dai posteri come “giganti“.

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Ma che significherà mai questa vorticosa girandola di nuovi “scrittori” intorno a scabrosi-temi-di-attualità?
Una volta trattavasi di letterati disoccupati, professionisti o anche dilettanti. E così più o meno andava meglio. Ma oggi sono in genere tecnici approdati alla scrittura-per-vendere : ‒ magistrati, bancari, assicuratori, ingegnieri.
Magistrati ce n’è a bizzeffe. Pare che conoscano l’uomo. Ma quale uomo? L’ homo peccans!
Perchè non i medici allora? Questi invece scarseggiano.
E non a caso l’attività letteraria degli emergenti ruota intorno a ciò che oggi più colpisce il pubblico : il morboso. Si tratta infatti del trionfo assoluto della letteratura criminalistica.
Epigoni, insomma, degli effettivamente grandi Dashiell Hammet, Raymond Chandler, Friedrich Dürrenmatt. Ma quanto più piccoli questi quà! Quanto fortuita, frivola, flebile e superflua l’intera circostanza del loro “scrivere”! Eppure ad essi quanti onori di cronaca!
Conta molto più il ruolo svolto (maxime nel caso dei magistrati), cioè la consuetudine di fatto con il marciume umano-mondano. Di questo essi sanno moltissimo. E tanto che ci hanno fatto il callo, acquisendo peraltro, come capita a polizziotti, confessori e psichiatri, anche una certa destrezza riflessa in quegli affari. Insomma sanno bene di cosa raccontano. Ed a tratti sembra quasi che ne condividano lo spirito.
E lo dimostrano i loro modi : quei vezzosi e così affascinanti resti di originari dialetti del sud resi sfarzosamente barocchi dall’inurbamento in una capitale, il sentore di rilassato consenso alla debauche del quale sapientemente rivestono la loro Weltanschauung condendola con strascinatezze dell’eloquio da consumati viveur goderecci.
Come attira tutto questo la generale simpatia! E perfino il consenso! Si dice : ‒ “Io l’ho conosciuto. È molto simpatico! Anzi, affascinante direi!”
Simpatico! Affascinante!
Fermiamoci un attimo.
A cosa vegono chiamati sempre più spesso questi professionisti dello scrivo-vendo-piaccio?
Vengono chiamati a commentare temi di pubblico dominio,  proprio come si chiederebbe a chi possiede chiavi interpretative ed argomenti di approfondimento e chiarimento di questi temi. Parlo insomma di un pensiero!
Ma dov’è mai qui il pensiero?
C’è la simpatia, il fascino dell’eloquio, dell’aspetto, del ruolo, l’ingombrante e fatuo chiacchiericcio che, come un’atomica, spiana tutt’intorno per chilometri qualunque ombra di seria ponderazione.
Ma dov’è il pensiero?
Cioè, visto che costoro sono ormai i nutritori intellettuali delle masse, qual’è mai il cibo (“spirituale”) di cui queste ultime si nutrono?
Chissà se qualcuno si accorgerà di questa riflessione?

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