Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for the ‘CARTOLINE DA LISBONA’ Category

Come tutte le città che hanno un certo charme (Napoli ne è cosmico esempio), anche Lisbona è una città dalle multi-facce.
Direi che per risvegliare un certo interesse in chi la visita, una città deve proprio  rinviare ad una certa dimensione di mistero. Di quale mistero si tratti è ovviamente difficile dirlo, altrimenti non sarebbe tale. Ma, almeno per quanto riguarda me personalmente, direi che si tratta del mistero, sempre inquietante, del “perché” dell’esistenza.
Alcune città in particolare, insomma, ci interrogano, e ci lasciano interrogare, proprio circa questo. E la forma della domanda prende corpo proprio nel volto che esse ci presentano. Volto, appunto, dalle mille riposte pieghe, dalle mille ombre, più o meno ampie, dalle mille sfumature, dai mille, ora lampeggianti ora smorti e spenti, misteri ondeggianti sotto la superficie. Nulla, più che un volto, può lasciarci penetrare nell’intimità sotto di esso nascosta, ed insieme anche repellerci, intimarci di colpo imperiosamente l’alt! Lo disse così bene la donna per la quale (intellettualmente!) sono qui a studiare, Edith Stein : ‒ “Io guardo negli occhi un essere umano ed il suo sguardo mi risponde. Egli mi lascia penetrare nel suo intimo o mi respinge …”. Due misteri l’uno davanti all’altro. Wir stehen uns genenüber, diceva Marlene Dietrich.
E dunque anche Lisbona ci presenta il suo volto. Pensoso e lungimirante, a volte ridente ma con discrezione, e sempre con una vena di vibrante malinconia (a saudade!). Non raramente torvo, con un cielo screziato di nuvole gelide,  come se lassù, sfumanti verso l’alto, passassero a volo d’uccello, ma lentissime, le sospensioni di vita di remoti e mai risolti crucci, o dolori, o perplessità. E sembra allora di udire nell’aria un sordo ed ottundente perentorio “No!”. A cosa? Forse ad una fin troppo facile esteriore felicità?
Ebbene, direi che non c’è luogo dai mille volti, rinvianti al mistero e parlanti in un vivo sembiante, che non ci rinvii anche alla percezione netta e dissecante della prosaicità ineluttabile dell’esistenza. Ogni identità di luogo,così come ogni identità di persona, eleva contro di essa sempre la sua vibrata protesta. E per questo, nel presentarsi a voi, come alla vita stessa, essa vi inganna. Si maschera agghindandosi, si sbraccia, si dà da fare, si riempie di luci, colori e suoni ; mentre però sotto cova il torvo risentimento, che è poi consapevolezza dell’inganno. Che esploderà prima o poi, quando la facciata di colpo crolla e le viscere si mostrano : ‒ nello schiattare dell’umore afoso di un giorno estivo, o nell’uggia serpeggiante di un giorno invernale o autunnale.
E così, è inutile dirlo, ogni città che meriti di essere contemplata, ha i suoi troppo autentici  bassifondi emozionali. Ricordo quelli di Berlino, una città all’apparenza ineccepibile nel suo grigio e gelido nitore germanico (ma basta passare una vuota domenica per le cupe ugge dei passaggi vetrati di una S-Bahn…!). Ebbene in tali bassifondi sempre si macera, ed a volte bolle, la certezza della delusione : ‒ il perenne nulla di nuovo sotto il sole! L’esistenza è disperantemente prosaica dappertutto.
Eppure con quale sontuosa dovizia di immaginazione! Con quale maestosità di rappresentazione tragica! Con quale scoppiettante scintillio di commedia! Dunque grandezza della bellezza e sempre insieme bruttezza. Non sembra che vi sia altra dignità.
Napoli qui docet insuperata ed insuperabile! Essa è una liquida voragine luminosa sotto le furie del Vulcano, in cui proprio tutto, a diverse profondità, galleggia. Dunque non per caso, da sempre, luogo di profonda sapienza. La sapienza del comprendere ultimo…

Ed ora con questo, amici, proviamo a guardare Lisbona.

La sua una discreta, a volte smagliante, a volta compromessa, bellezza…
Scendendo da Amoreiras verso Estrela, ecco lì in fondo, sottilissima, quasi impercettibile (se il led della contemplazione non fosse acceso!), la sfolgorante lamina d’oro del fiume sopra i caseggiati. In pratica tutta la città, scivolata davanti ai miei piedi ed affastellatasi sotto e dentro il Tejo. È oro per davvero, bianco e puro. Forse proprio quello che un giorno accese i sogni febbrili di questa gente intrepida. Ma alla mia destra poi il solito monito estetico-spirituale di Lisbona : ‒ il cielo strenuamente azzurro sopra candidi comignoli candidi. E del  resto basta guardarsi intorno per rendersi conto che la città ti sta intanto sorridendo nell’affastellamento di rosa, grigi e bianchi sotto il cielo sfolgorante.
Così l’occhio corre lungo le facciate di squisiti palazzi color grigio-crema con inframmezzata la splendida pietra bianca di spigoli e lesene. Tra questi qua e là gli ispidi ma lussureggianti campi incolti davanti a decrepite case già mezzo sventrate. I muri come denti erosi ancora si ergono con delicati piastrellati e resti di antichi e cari angusti passaggi spolverati un tempo della carezza di un tiepido sole. Sono vivi ancora vivi, mentre agonizzano in un interminabile sogno ad occhi aperti, costatando ancora stupiti l’inspiegabile essere esposto al sole delle loro viscere erbose. Finchè non saranno per sempre seppelliti. Forse erano lì da quando il sublime e volgarissimo Maques de Pombal ri-eresse Lisbona su immense travi sepolte e maree di macerie dopo il Terraemotus. Che pena! Al loro posto saranno erette facciate non più grigio-crema ma grigio-ghiaccio, con vetrate specchianti ed atroci abbaini, in un improbabile stile germanico di conquista culturale. Infine ci si ritrova seduti ad un caffè, con alle spalle i rintocchi tonanti della bianca Basilica di Estela e davanti  un’alta vetrata circolare oltre la quale, su un’acqua verde-petrolio dai cangianti ghirigori giallo-azzurri, nuotano anatre, oche e cigni. Ed intorno la gente al sole ridendo, seduta ai tavolini di ferro smaltati anch’essi di verde scuro. Lì gli splendidi capelli nero-ramati cascanti di una giovane donna ti colpiscono al cuore.

“Em  Portugal tudo è pequenino”, di diceva un giorno Joaquim, ri-emigrato qui dagli USA. Eccola la piccolezza ordinaria e malinconica….
Ecco allora (come a Napoles!) i panni stesi sventolando slla gialla facciata dallo splendore ora spento ora intensissimo, con da un lato un rettangolo verticale di ombra gettatovi con impressionante regolarità dal sole.
I panni sono già lì dalla mattutina Dämmerung (non è un crepuscolo ma lo sembra) dell’alba livida ed umida in faccia all’Oceano. Panni multicolori, avion, rosa scuro, grigio, rosso, con le braccia penzolanti. Ma ve ne è uno in alto che più degli altri intenerisce :  ‒ solitario, color carne, con tre mollette rosse e verdi che a tenerlo. Più degli altri in balia del vento. Posseduto, scivola continuamente verso destra. Poi si acquieta e lascia sventolare debolmente appena un risvolto come una coda. Poi bascula. Poi freme. Per poi, coitado (poverino!) è lui ad esultare per primo appena la facciata grigia si impregna di sole e vi appaiono le ombre di uccelli plananti come su uno schermo cinematografico.
Alfama ! Se ne parla tanto. Era l’antica Giudecca ed anche Kasbah ed anche luogo di residenza dei mouriscos, mezzo cristiani e mezzo mussulmani. Invisi a tutti. I binari del 28 (o Electrico) vi si arrovellano tenaci ma dubbiosi, sferragliando e cigolando da far pietà, come se serpeggiassero per i nostri Quartieri Spagnoli, tra bassi, bettolucce, panni stesi, afrori umidicci, odori di cucina miserabile. C’è forse qualcosa da conquistare lassù ai piedi del castello de São Jorge. Cos’è? Forse, come sempre, l’alta vedetta sull’Infinito?
E i  vecchietti in coppola bercianti alle panchine di Estrela. Seduti in modo piuttosto composto per dei latini (ma loro sono molto più celti!), eppure si danno delle gran manate e di tanto in tanto sghignazzano. Chissà perché non giocano né a carte né a bocce. Come fanno invece i vecchietti dei Giardinetti ombrosi di Via Ruoppolo, a Napoli, o al Parque da Redenção a Porto Alegre. Il loro è forse lo spirito dimesso di questo popolo, sempre  concentrato e chiuso in sé stesso, mentre cova in eterno la vocazione al dominio planetario dei mari. O quinto Imperio!. Gli spagnoli li hanno troppo umiliati. Poi gli inglesi, Salazar e la sublime Merkel fecero il resto. Ora non sanno bene chi sono e chi vorrebbero o dovrebbero essere.
Per il Parque da Estela, gioiello Belle Epoque, passeggiano anche ogni mattina i pavoni custoditi di solito dal custode in un alto recinto. Beccheggiando con la testa ritta si aggirano per le stradine circostanti emettendo a tratti il loro barrito. Il quartiere come un immenso pollaio domestico. Domesticità portuguesa. Amalia, l’eterna, la cantò nella famosa “È uma casa portuguesa con certeza…”
E tutto intorno, tra le bettole a buon prezzo come “A casa do Lavrador”, si aggirano affaccendate e sempre preoccupate le vecchiette. Ve ne sono tre tipi molto diversi : ‒ la signora aristocratica in tailleur dalla splendida corona di capelli bianchi, la donnetta ingobbita in loden e pantaloni, e quella con il fazzoletto in testa e la faccia sofrida, spesso senza denti. È quella che più assomiglia alle vecchiette del nostrano Sud.
Ma nel melange non manca una discreta varietà antropologica.
Giovani e vigorosi operai molto maschio-latino. Come i nostri, ma più asciutti ossuti ed alti, mediterraneamente sopraccigliuti. Curiosamente vociano bertucciando. È il loro  gergo di difesa da poveracci . Poi uomini tarchiati e tozzi dal ventre voluminoso (barrigudos) e dalla rubizza faccia larga e quadrata, che sgambettano veloci con uno sguardo pacioso. Infine sussiegosi borghesi, rigorosamente in blu scuro (azul marinho), con naso e labbro superiore inconfondibilmente celtico-ispanico, cioè respiratori buccali. E per il resto dappertutto donne bellissime, con i capelli corvini a manto da Madonna, labbra tumide, sorriso alla Gioconda, pelle candida. Splendori.

Il tempo qui è molto spesso fermo….
Minuscoli negozietti di cianfrusaglie con gli scaffali di legno colorato verde acqua e celeste. Tascas (trattorie) infinitesimali. Dietro le case, negli orticelli medievali (che sostennero Lisbona in molti assedii), ecco alti e svettanti gambi dei cavoli con le foglie in orizzontale disposte a sostenere il cielo. E dietro l’invariabile casetta a tegole rosse : quattro mura rozze e qualche finestra. Somiglia così struggentemente al “soppigno” (soffitta) di mia nonna nella vetusta città osca di Acerra. Oggi nella “terra dei fuochi”. Il giardinetto è solo un angusto rettangolo accanto alla sontuosa villa dalle preziose e svettanti verzure.
Le due eterne vocazioni vocazioni di questo popolo. Quella della miseria industriosa da padeiro (fornaio) e marinheiro mangiatore di sardinhas. E quella di una nobiltà volontariamente pigra, da “lavorare, non sia mai!”. Fu quella che conquistò e colonizzò il Brasile con i suoi sogni di grandezza.

Sì, qualcosa effettivamente si esaurisce qui, si chiude per aprirsi all’Ignoto. È forse la teorizzazione geografica dell’essere per la morte heideggeriano? Forse. Ma molto più, direi, vi si può leggere l’intuizione di una salvifica quanto improbabile Sprengung, sfondamento esplosivo del Tempo verso l’Eternità.
Non per nulla la gente qui è devota quanto mai si possa immaginare!

Read Full Post »

Quando si arriva in aereo a Lisbona chissà perché sempre ci si perde.
Il serpeggiare lunghissimo e pigro del bruno Tejo, dai lontani monti spagnoli dai quali proviene, improvvisamente si interrompe per dilatarsi in una specie di amplissimo estuario costellato di isole sabbiose, da un groviglio di piccoli corsi d’acqua, profonde insenature e larghe baie. Tutte splendenti. E da un lato all’altro un ponte lunghissimo. Inverosimile come tutto il resto.
Ma Lisbona ancora non si vede. Dov’è mai?
La cerchi con lo sguardo, come al solito dimentico che essa guarda a sud e non invece a nord. In realtà se ne sta nascosta un po’ più avanti sotto la pancia dell’aereo. In agguato. Ma tu non la vedi. Vedi delle sponde cosparse di radi agglomerati di casette. Vedi l’acqua grigio-verde con qualche tocco di tremulo azzurro. Vedi il sole riflettersi su  una miriade di lagune specchianti a perdita d’occhio. Ma Lisbona non la vedi. Non vedi il braccio di fiume che la spacca in due. E non vedi nemmeno il mare.
Poi un po’ alla volta accade qualcosa. L’immenso estuario era un trucco. Non era un estuario ma solo un dilatarsi inspiegabile del fiume. Un curioso aneurisma. Una molle sacca venosa. In un insensato ed inspiegato disperdicio di dimensioni. Ed allora di colpo ti ricordi a cosa mai questo somigliava. Un’assonanza fulminea che per un attimo stava per lanciarti in modo misterioso su una prospettiva di spazio immensa e che aveva anch’essa dell’improbabile. Somigliava allo stesso intrico di lagune e corsi d’acqua (sebbene su scala molto maggiore e con un ben più sontuoso sfoggio di dovizie naturali) della città gemella : Rio de Janeiro.
È solo dopo aver assolto a quest’opera di riconoscimento di analogici misteri geografici che Lisbona finalmente si annuncia rivelandosi. L’estuario infatti si restringe e diviene da lassù uno stretto canale. Chi avrebbe mai detto che quel tratto d’acqua che in città sembra venire immutato dall’infinito non è altro che una specie di canale veneziano. Esso si allarga appena nello stretto spazio tra il largo e massiccio mammellone di terra che aggetta nel fiume con un’ampia curva convessa (e su cui le caso iniziano a moltiplicarsi ed addossarsi), e la sponda scoscesa che la segue passo passo dall’altro lato.
È allora che inizi a scorgere i confortanti punti di riferimento : ‒ i primi docs sotto Lapa e Madragoa, il rettangolino ombreggiato e quasi invisibile di Praça do Comercio, la larga macchia verde scuro di Monsanto e la lunga losanga di Parque Edoardo VII, e più lontano Belém. Ed è esattamente allora che scorgi stupito il mare. Incredibilmente vicino alla città, che pensavi solo di fiume. Più vicino di quanto mai avresti pensato. Una lunga e lenta curva estendentesi verso sud appena un po’ più in là della sponda dirimpetto ad essa. città. Quasi a ridosso delle sue basse e tonde colline. Se ne sta lì. Non appena l’estuario, dopo essere stato forzato a sfilare come una maestosa squadra navale tra le due così prossime sponde, finalmente supera la barra e di colpo, senza nemmeno avvertirti, si getta nell’Oceano.
E l’aereo planando placido la segue. Una larga lingua dai contorni perfetti fuoriesce dalla terra in mare aperto e ne tinge a perdita d’occhio di color cioccolata le acque azzurre. E lì come sempre le onde che corrono spumose. E la lunga ribattente risacca che irrompe sulle spiagge color tabacco di Cascais e dell’Estoril. Qui da qualche parte trascorse in una fronzuta villa il suo lungo esilio il nostro ultimo re. Ultimo erede, in questa terra in cui il tempo da sempre procede più lento che altrove, di una lunghissima spina dorsale storica che una volta aveva attraversato il nostro paese nel bel mezzo di glorie, infamie e tragedie di ogni genere. C’è anche parte della nostra memoria qui!
Sulla sponda dell’Oceano sempre battuta dal vento, l’aereo continua ad entrarvi dentro. Che ti chiedi dove mai stia andando. Forse che il pilota, affascinato dallo scintillio azzurro-smaltato, ha dimenticato di virare e si stia lasciando portare trasognato dai venti lungo le antiche rotte che poco a poco piegano a sud verso le mete delle Grandi Scoperte? Chissà? Ancora una volta sospensione e sorpresa. Ancora una volta mistero innestato nel bel mezzo del più prosaico ordinario.
“Che significa Lisbona ? Che significa questa terra ai bordi del ventoso Infinito?”, ti stai quasi cominciando a chiedere, che di colpo arriva la virata. L’ala destra si impenna e scivola in profondità. E l’azzurra tavola scintillante si fa di colpo vicina. La fusoliera oscilla non poco investita dal vento gagliardo. Il velivolo ritrova l’assetto ma plana ballonzolando sul vento come fosse un gabbiano. Saggia il vento e vi si adagia puntando ancora la prua verso il basso.
Intanto Lisbona era diventata lontana. Ma ora ti sta di colpo quasi davanti. Eccola. E l’aereo vi si avventa sopra. Prima che abbia completato la virata hai ancora il tempo di scorgere un’altra vasta curva di costa vagamente spumeggiante più a sud. Oltre il dirupato Cabo …….., affondante i suoi piedi nelle profondità sconosciute di quel mare sconosciuto. Sconosciuto per noi Mediterranei. Mare fiabesco ma non mitico. Mare celtico e goto con profonde venature di arabo e giudaico. Mare severo e corrusco. Mare che ha in serbo ben più abbondanti e remoti misteri del Mare Nostrum. Mare dilatantesi nello spazio invece che nel tempo. Infinite le alienità ai suoi estremi confini. Alcune inquietanti. Ma che tutte questo popolo ebbe il coraggio di rendere prossime ed ormai ordinarie. Dirupi costieri, baie placide, debordanti verzure costellate di spiagge di sabbia bianca. Ed oltre ancora foreste impenetrabili ed oscure. E monti altissimi. Deserti ed ori e pietre.
Tutto si può scorgere da qui.
Ma ora divoriamo la terra cosparsa di non più riconoscibili ed anonime architetture che ormai vicinissime ci scivolano velocissime sotto i piedi : ‒ grattacieli, stadi, viadotti, serpeggianti autostrade, piazze e piazze. La lunga costola das Aguas Livres. Sorvoliamo il tutto a volo radente. Il mistero è finito ed inizia l’ordinario.
La pista è vicina. Il vento ci spinge e continua a farci paurosamente oscillare. Ma l’atterraggio è assolutamente morbido.
Ecco Lisbona!

Read Full Post »

Prima di parlare dei luoghi della sua vita culturale credo che valga la pena di parlare dei luoghi della vita contemplativa di Lisbona. Più generale è il tema di Lisbona come luogo. La domanda potrebbe essere allora : “Cos’è Lisbona?”.

Tema ridicolo per gli anti-metafisici per partito preso : ‒ un luogo è ciò che è e basta!. Ma  l’esperienza intuitiva delle cose suggerisce molto più di ciò che le sole apparenze sembrano imporre. E così un luogo può lasciar trapelare da ogni parte, sotto e tra le maglie delle sue apparenze, una sorta di alone metafisico. E dunque contemplativo.

È la domanda circa l’essenza che si pone in modo del tutto spontaneo e dunque legittimo. Si riconoscerà così allora in un posto qualunque un “luogo metafisico”.

Lisbona lo è. Così come lo è anche Napoli. Per la verità tutte le città di acqua lo sono. Così come anche alcune fatali città di pianura, come la Buenos Aires di Borges e la Berlino di Wenders. Dev’essere la piattezza a suggerirlo. Quanto alle città di montagna viene più spontaneo parlare di “luoghi spirituali”.

Spontaneità imprecisa per definizione, ma poeticamente valida! E dunque superiamo ogni remora e parliamone di questa Lisbona come “luogo metafisico”. Parliamo dunque dei suoi luoghi contemplativi in modo oggettivo (per come sono) ed in modo soggettivo (per come sembrano).

A questo punto, avremo assolutamente bisogno di scrittori come Tabucchi (l’intera sua opera, ma in particolare Requiem),  Saramago (O cerco de Lisboa, A historia da cegueira, O ano da morte de Ricardo Reis) e Mercier (Trem noturno para Lisboa). È in qualche modo ovvia dietro tutti loro la presenza dello spettro di Fernando Pessoa. Esso è infatti decisivo nella percezione della metafisicità del luogo. E lo è chiaramente per averlo lui stesso voluto nei suoi scritti. “Livro do Desassossego” (Libro dell’inquietudine) ne è un esempio lampante. Ma questo istituisce subito una rilevante differenza entro la percezione della metafisicità di Lisbona, e cioè quella tra l’oggettività, condivisa dagli stessi lisboeti, e la soggettività, che è solo dei forestieri. Infatti, anche se Pessoa è per Lisboa un vero e proprio marchio turistico, gli intellettuali locali giustamente orrìpilano davanti all’identificazione con il solo Pessoa dell’intera cultura della città e del paese.

Ma entriamo ora finalmente nel merito e passiamo in rassegna questi luoghi di contemplazione. Anche se, nello spazio di questo articolo, potremo farlo solo a volo d’uccello e cioè con pochissimi tratti.

Per intenderci, i luoghi letterari di Lisboa nei quali è documentata la presenza di Pessoa, e poi ri-visitati da Tabucchi, decisamente non si contano. Anche se le atmosfere evocate da quest’ultimo lasciano pensare spesso e fortemente alle tortuose, ripide e sofferte ombre di Alfama. Ben più precise sembrano le localizzazioni di Saramago, che peraltro richiama spesso proprio Alfama, e quelle di Mercier, anche se queste ultime sembrano evocare più atmosfere-tipo che non riferirsi a luoghi specifici.

Ebbene dovendo fare un’obbligatoria scelta tra i moltissimi luoghi letterari, direi che, tra essi, indubbi luoghi di contemplazione sono i Miradouros della città, cioè i belvedere. Ce ne sono svariati, ed ognuno con una sua specifica prospettiva. Dunque a cosa serve un miradouro se non a mirar, e precisamente a mirar longe, ovvero a contemplare?

Tra i tanti famosissimi Miradouros di Lisboa io ne menzionerei allora due : quello di Santa Catarina (che con le spalle al centro e ad Alfama guarda indietro verso Lapa ed il resto della città tortuosamente distesa sulla sponda del Tejo) e quello del Jardim 9 de Abril, che dà sul molo de Alcântara (a Rua das Janelas Verdes, accanto al Museo di arte antica), e che se ne stà proprio sotto la mira di sguardo del miradouro di Santa Catarina. Il primo, altissimo, è descritto da Saramago come il luogo di soggiorno di Ricardo Reis di ritorno dal Brasile e luogo inoltre delle apparizioni dello spettro di Pessoa. Al suo centro domina l’Adamastor di Camões, Spirito del Grande Capo di Buona Speranza, ai cui piedi veniamo a sapere che la contemplazione è frutto della crudele sfida della carne trasformata in pietra. Il secondo, basso e quasi a ridosso dei docs portuali, lascia planare lo sguardo quasi a pelo d’acqua in intimità con il prosaico e malinconico traffico che si svolge tra vascelli ed impianti, mescolandosi curiosamente con le celesti traiettorie di volo dei gabbiani.

Sedetevici e vedrete se il vostro sguardo immediatamente non si aprirà, seguito a ruota dall’anima, che inizierà di colpo a pulsare emettendo misteriosi segnali di riconoscimento. Allora sia dall’alto che dal basso l’intera materia azzurrastra del paesaggio vi entrerà nelle vene per non uscirne più.

Altro luogo di contemplazione è uno strano e forse misterioso giardino, Jardim do Torel,  che sorge a cavallo dei primi contrafforti del colle che dalla Avenida da Liberdade si arrampicano poi verso Graça ed il Castello. Lo si ha dirimpetto guardando il paesaggio dal famosissimo Miradouro de São Pedro de Alcântara. È un luogo oggettivo questo, perché fuori delle mappe turistico-letterarie e frequentato dunque solo da alcuni lisboeti alla ricerca di atmosfere vitali aperte all’infinito. È infatti un vero e proprio colle dell’Infinito. E come sempre a Lisbona, lo sguardo sull’Infinito deve prima sorvolare un dorso di un altro colle.

Ma vi sono poi anche tutti i piccoli e grandi luoghi contemplativi disseminati quà e là tra viuzze e giardini, improvvise curve di strade e relativi muri che aprono di colpo scorci imprevisti, profondi ed amplissimi. Anche qui il nucleo dell’esperienza sembra essere un improvviso dilatarsi dell’anima, nella quale iniziano a riversarsi torrenti di misteriose assonanze, dolcemente struggenti, sempre a metà tra gioia e rammarico. Soprattutto toccanti. E dunque pianto….!

Chissà mai perché? Chissà, sarà l’Atlantico. Ma del resto metafisica e contemplazione sono proprio questo (con ludibrio dei filosofi rigorosi). Indefinizione!

Infatti proprio verso l’Atlantico, dal cimitero dos Prazeres in poi, le strade serpeggiano letteralmente verso l’Infinito. Incontrando per prima cosa la verde, muta e maestosa, post-desolazione di Monsanto. E così non resta che il finale Mosteiro do Jerónimos. Sulle rive dell’estrema foce del Tejo. Un immensa cattedrale fuori da ogni tracciato urbanistico. A fronte dell’Infinito. A proposito ogni martedì sera vi recita una messa in latino.

Read Full Post »

La foce del Tejo si estende in lunghezza e larghezza in una maniera che, al napoletano in vena di fantasie nostalgiche, suggerisce irresistibilmente una similitudine con l’azzurrissimo braccio di mare che ‒ se contemplato da una finestra (alla quale sia provvidenzialmente nascosto lo scenario troppo tipico della lacapriana “cartolina” ed inoltre l’ampia e chiusa curva costiera sottostante al Vesuvio) ‒  si estende tra le rive della città di Napoli e l’interminabile deriva dolomitica con la quale la penisola sorrentina lentissimamente sprofonda negli abissi del mare aperto. Il Mediterraneo tirreno.
Chi guarda questo scenario da Napoli, trovandosi sulla riva settentrionale del Golfo e guardando dunque verso sud, avrà l’impressione di una foce aperta in senso diametralmente opposto, verso il mare, rispetto a quella lisboeta. Lisboa infatti sorge sulla riva meridionale del Tejo, e così chi si trova nella sua posizione guarderà la distesa acquea rivolto verso nord. Eppure sia le acque del Golfo che le acque del Tejo si gettano nel mare verso ovest. L’Occidente eterno.
Nello stesso tempo su entrambe le città domina un Castello : a Napoli il post-medievale Sant’Elmo, a Lisboa il medievale São Jorge.
Per il resto molte differenze : ‒ Napoli luminosamente e briosamente aperta nella sua sanguigna identità ispanico-mediterranea, e Lisboa ombrosamente e corruscamente ripiegata nella sua pensosa identità luso-atlantica. Dunque luce ed ombra, gioia prorompente e malinconia. Opposti!. Eppure l’Occidente eterno chiama allo stesso modo come un supremo Ignoto pieno di prodigi ed orrori. Così in “Mensagem” di Pessoa. Qui le radici di una “saudade” che non può che essere indicibilmente comune. Il Fado, “Era de maggio” e “Chiove” lo dimostrano inoppugnabilmente.
Dunque differenze solo apparentemente. Le radici greche e perfino pre-greche sono sovrapponibili. Lo stesso è anche per l’affondare in una storia remota sconfinante nel mito.
Un elemento in particolare : Ulisse! Le sue peregrinazioni circumnavigarono i nostri mari e poi si persero oltre il fatidico Cabo São Vicente (luogo mitico perfino in epoca storica con i misteri del corvo di San Vincenzo e con il soggiornare sulle sue rive di quella leggenda vivente che fu El Rei Infante Dom Sebastião, promessa perenne del Quinto Imperio nelle visioni poetiche del Pessoa di “Mensagem”). Ed infine la luce! Identità nella differenza. A Lisboa una luce abbacinante, purissima, che può insopportabilmente penetrare e ferire l’anima come una crudele lama splendente. A Napoli una luce sfolgorante, ma spessa, affatto pura, che però non cessa mai di lasciar partecipare l’anima della sua densa e gioiosa sostanza.
Ebbene chi è mai questo napoletano contemplante? Non si può certo dire che sia un napoletano “tipico”. Eppure in qualche modo lo è. Lo è in quanto è un sempre-fuori-luogo. Proprio come lo è ogni senza patria per natura, predisposto come tale al perpetuo esilio : ‒ in patria e fuori. Dunque perdutamente innamorato delle città che rinviano ostinatamente ad un loro invisibile eppure tangibile paradigma celeste.
Ma ciò accade in fondo proprio perché egli è sì un tipo, anche se affatto comune. Si direbbe antropologico, ma forse sarebbe molto meglio definirlo “spirituale”. In questo senso, sì, “universale”. Ma in senso solo filosofico-poetico. È uno che per costituzione connatale piomba da solitudini eteree in solitudini terrene e terrestri. E così sempre divorato da un sogno divorante. Per questo non può non contemplare. E cos’altro si può contemplare se non il mare, la distesa d’acqua aperta sull’Infinito ed in essa sprofondante? A Napoli oltre gli strapiombi di Trentaremi dove fluttuano i gabbiani narrando di una città che non è quella alle nostre spalle. A Lisbona oltre il forte di Almada (sulle cui rive la notte passeggiava l’amante di un sognatore, l’Infante stesso), oltre la bianca Torre di Belem, ed oltre la barra limacciosa del Tejo. Dove candide creste spumose incessantemente si avventano furiose, pazze d’amore, verso la brulla terra.
L’Infante comtemplare lo fece sempre, seduto lungo intere notti di luna a Cabo sotto O Mosteirinho. Anche lui era uno straniero per costituzione. Altri, molto simili  a lui, lo furono da un lato e dall’altro, in forza del vibrare insopportabilmente spasmodico della loro anima poetica e filosofica. Contemplatori di infiniti per la cruda certezza nell’implacabilità ferrea del destino terreno-carneo, brulicante di indifferenti deità. Leopardi e Pessoa. Stoici per vocazione. Struggentemente simili nel loro affidare ad un ostinato sognare la mistica del fallimento e dell’assenza. Così anche un ormai morente John Keats (una sua lettera che espone questa teoria proprio dal porto di Napoli).
Ma i contemplatori sono inevitabilmente anche camminatori. Flaneurs.
Leopardi, un non napoletano che dovette venire a morire a Napoli, e che sarebbe potuto essere “muito bem lisboeta”. Uno che fuggiva disperato dalle crude e selvagge grazie vesuviane della casa del Conte Ranieri per frugare affamato di vita tra le folle di via Toledo. Tra gli scanzonati e rumorosi caffè dove gli “Einheimische”, gli indigeni, disinvolti come sempre nel loro rigurgitante brodo di coltura, lo gratificavano alle spalle della tipica loro sferzante quanto brutalmente amorevole ironia, con l’epiteto crudelissimo di “rannavuottolo”. Pessoa, un lisboeta che trascinava la sua anima altrettanto irrimediabilmente ferita a morte per le strade di una Lisboa che, perché no?, sarebbe potuta anche essere la Napoli dei napoletani-non-tipicamente-napoletani. Alla Leopardi. Egli passava come un’ombra tra robusti e volgari giovani “Naturburschen”, che discorrevano di amori spermatici e vitalissime scaltrezze, ma intanto marciavano ignari verso la morte in un’esistenza fatalmente senza senso e carattere. Poi sedeva da Martinho da Arcada trovando la pace dell’eterno davanti ad una tazzina vuota mentre fumava. Ed infine la notte, dopo essere appena sopravvissuto a bige mattine frananti in ordinari cataclismi naturali, vedeva nelle case immerse nell’ombra presenze alludenti ad un inesprimibile destino. Mute e sinistre ma confortanti.
Di tutto questo si può sentire la presenza tra Napoli e Lisbona. E direi che ce ne abbastanza per trovarle dei luoghi straordinariamente simili. Oltre perfino lo struggente sarabulho da bettola di Tabucchi ed oltre perfino il treno notturno di Pascal Mercier.

Read Full Post »

« Newer Posts