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Archive for the ‘BOZZETTI NAPOLETANI’ Category

Caro Silvio,
questa mattina, sedendomi alla scrivania  avrei dovuto lavorare a ben altro. Ma avevo appena ricevuto da un amico per scanner la terza pagina del Mattino e così avevo letto la tua intervista a La Capria sulla morte di Pino Daniele. Ero certo che il caso “Daniele” sarebbe divenuto ben presto il caso “La Capria”. Era inevitabile!.
E così mi sono sentito spinto a scriverti questa lettera
Ti sono molto grato per aver voluto pubblicare quest’intervista, perché essa mi tocca molto profondamente e personalmente. Com’è poi ineluttabile per i napoletani di un certo tipo, cioè appunto quelli predisposti al dover andare in “esilio” (che questo avvenga di fatto o meno). Ma Napoli è per ognuno di noi ovviamente un caso sempre molto personale. E per me lo è in modo particolarmente tragico. Perché, se molte cose mi imporrebbero di andare via, comunque proprio non ci riesco.
Vivo questo tormento ogni giorno a Lisbona, sebbene le due città siano per alcuni versi molto simili. E ti lascio immaginare le conseguenze che questo può avere nella mia vita personale.
Ma, come dice La Capria, Napoli non può non continuare a vivere nel nostro più insondabile profondo. E da lì non può non continuare a chiamarci. Al modo forse, come dici tu, di una città “universale”. Nella mia ahimè non pubblicata biografia (dal titolo “Addio mia bella Napoli, mai più ti rivedrò”) sostenni che si trattava piuttosto di una “città invisibile”, alla Calvino. Quella che non possiamo che amare disperatamente ed irrimediabilmente. Una Napoli sovrapposta in modo celeste ad una Napoli in realtà molto più infera che non terrena. Nonostante la sua irresistibile bellezza.
Pertanto condivido parola per parola ciò che La Capria ha risposto alle tue domande. Almeno negli aspetti più prossimi alla tragicità esistenziale dell’”essere napoletani”. Cosa che può comprendere solo e soltanto chi affonda profondamente le sue radici corpo-animiche in questa terra. In questo caso, come è successo anche a me, è inevitabile piangere assistendo a film come quello di Turturro.
In un’altra opera sempre non pubblicata (dal titolo “La città del figli del Vulcano”) sostenni quindi che Napoli è un’esperienza dell’anima più che un luogo.
Condivido in pieno anche la constatazione della tendenza di Napoli a non perdonare mai coloro che vanno in esilio (così come quelli che, pur amandola, non cessano di fustigarla, come io ho sempre fatto). Anche se, aggiungerei, è in genere proprio lei stessa che in esilio ce li manda.
E questo accresce di molto in crudeltà la paradossalità della profondità della tragedia. Eppure sento sempre più fortemente che nell’andarsene un “tradimento” effettivamente c’è comunque (come i napoletani hanno subdorato anche nel caso di Pino Daniele). È il tradimento rappresentato dal cedere all’impulso di volersi strappare per davvero Napoli dalla carne. Cosa nel bene e nel male oggettivamente impossibile.
Ripeto, che si decida o meno di andarsene. Le cose cambiano infatti molto poco se lo si faccia o no. Come ha appunto detto La Capria.
Ancora grazie per questa tua / vostra testimonianza
Un abbraccio
Vincenzo

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Quando qualcuno muore non ci possono essere affermazioni ma solo domande. Il rispetto per il dolore e per la perdita è infatti d’obbligo. Ed esso impone una certa dose di silenzio.
Ma non il silenzio totale. Almeno alcune domande bisogna porsele e quindi proporle. Ad ognuno, dunque, la risposta dettata dalla coscienza.
Ma la prima domanda è proprio questa : visto che accadono cose come queste e visto che su di esse si discute in un certo modo, disponiamo ancora di una coscienza quale guida sicura?
Intendo a livello collettivo. Perchè è lì che soprattutto si pone il problema. E dunque il problema è al livello in cui oggi la coscienza collettiva si manifesta, cioè a livello dei media.
Dunque le domande che richiedono risposte da una coscienza sono rivolte alla coscienza collettiva. Sulla cui effettiva esistenza c’è però ahimè da dubitare.

Dopo i fatti, manifestazione a Rione Traiano : “La polizia ci dovrebbe tutelare ed invece ci ammazza!”. Viene esibito un ritratto gigante della vittima che è offerto al collettivo compianto.
È questo il trattamento che si riserva ai martiri ed agli eroi. Cioè ai giusti. Esso richiama la folla ad una legittima indignazione.
Domanda alla coscienza collettiva :
ricorrono qui i termini del sacrificio di un martire?
che effetto può avere mostrare proprio questo genere di immagini della tragedia?
dopo l’effetto provocato dalle immagini, si può pensare più ad un rafforzamento della coscienza collettiva o invece più ad un suo indebolimento?

Intervista al superstite dell’incidente : il compagno di motorino del ragazzo deceduto.
Domanda dell’intevistatore : “Perchè non vi siete fermati al posto di blocco?”. Risposta : “Perchè non avevamo patente ed assicurazione!”
Domande alla coscienza collettiva:
quale percezione abbiamo oggi della legge come momento di rispetto di una comunità verso sè stessa ed i suoi generali interessi?
quanto pesa l’effettività della trasgressione sul giudizio circa la qualità dell’intervento da parte del tutore della legge?

Basta !
Alla famiglia della vittima vanno tutto il rispetto e la solidarietà che sono dovuti in un caso come questo. Al milite che per qualunque motivo (giusto o sbagliato) ha ritenuto opportuno sparare vanno tutto il rispetto e la solidarietà che sono dovuti in un caso come questo.
Il resto lo decida la coscienza collettiva.

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Mi stavo dibattendo nel dilemma se seguire o non seguire in TV la serie Gomorra.
Vi sono per la verità molti motivi per non farlo, ma tutti in verità solo secondari rispetto al fatto primario, sottolineato giustamente da cari amici, che effettivamente bisogna guardare in faccia alle cose così come sono. Ammesso naturalmente che questo serva a far seguire veramente i fatti. Cosa in cui nella nostra terra è piuttosto difficile sperare.
Ma, per carità, i fatti possono sempre smentire le peggiori supposizioni.
In ogni caso Napoli sembra essere un luogo molto particolare proprio per l’oscuro e desolante scenario di sfondo cui rinvia proprio una narrazione come quella di Gomorra. Insomma non è affatto un caso che proprio a Napoli insorgano (e possano sempre insorgere) fenomeni inquietanti come quelli descritti (già lo sapevamo dagli episodi di cannibalismo di cui macchiarono le orde della Santa Fede).
Sulla natura di questo fenomeno ho indagato anni fa in un libro dal titolo “Napoli. Manuale per la decifrazione della città dei figli del Vulcano ‒ ovvero invito ad una lettura metafisica del fenomeno “Napoli”, che però non sono riuscito a pubblicare, guarda caso, proprio a causa della scarsa lungimiranza di un editore perfettamente in linea con un certo deteriore spirito partenopeo.
In questo libro sostenevo comunque che la rigidissima determinazione caratterizzante gli eventi della storia e vita partenopea è in stretta relazione con l’inquietante identità profonda del tipo antropologico che più la rappresenta, il figlio del Vulcano.
A tale proposito vorrei qui menzionare la strana sincronicità tra queste riflessioni e quanto ho trovato negli ultimi giorni nel racconto di uno scrittore ottocentesco svizzero-tedesco, Gottfried Keller (“I tre giusti pettinai”). Si tratta di una nota di colore bozzettistica, sia pure alquanto oscura, che non solo è in sintonia con le intuizioni che esponevo nel libro, ma anche le chiarisce ulteriormente. Peraltro ricordo non senza un brivido che una volta un amico vesuviano mi raccontò una storia molto simile a quella qui narrata da Keller.
Chi vuole dunque ascolti:
«…così Napoli è la capitale del Regno omonimo, col suo Monte Vesuvio che vomita fuoco. Su tale montagna una volta ad un capitano della marina inglese ‒ come ho letto in una descrizione di viaggio ‒ comparve un’anima dannata, e quest’anima apparteneva ad un certo John Smidt, il quale centocinquant’anni innanzi era stato un uomo ateo ed ora affidava al suddetto capitano una incombenza da assolvere al suo rientro in Gran Bretagna, in maniera che egli potesse essere liberato dalle fiamme ; l’intera montagna di fuoco, infatti, altro non è che il luogo dove i dannati vengono trattenuti, così come si legge altresì nel Trattato del dotto Peter Halser sopra le presunte occasioni dell’inferno….» (Gottfried Keller, I tre giusti pettinai, Catania: Paoline 1963, p. 67).
Mi si dica ora se quanto narrato da Keller non spieghi perfettamente Gomorra e tutti i significati che ruotano intorno a tale tema.
Ecco, proprio come davanti a Gomorra non bisogna mettere la testa sotto la sabbia, bisognerebbe farlo anche con spiegazioni metafisico-esoteriche, come questa, della determinazione negativa caratterizzante Napoli. Paradiso ed inferno, sempre, come disse il Croce.

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08.03.14

Mi capita di scendere lungo via Luigia Sanfelice in una mattina bellissima, ma resa leggermente allucinata. Forse dal cielo reso oggi troppo terso e puro dal maestrale. Perciò i passanti trasognati, che uno ad uno risalgono la strada in una sorta di mesto e raccolto corteo silenzioso, da monaci, mi sembrano rimandare ad un qualche strano mistero. Discordante, però, dalla prosaicità che è usualmente  propria di un giorno come un altro. Il mistero non tarda a svelarmisi. In fondo alla strada infatti brilla il mare. Nulla di nuovo a Napoli. Eppure quel bagliore aureo-argenteo, leggermente eccentrico rispetto alla tavola uniformemente azzurra ‒ ma di un azzurro pastello, e quindi, oggi, particolarmente tenero e delicato ‒, reca anch’esso esattamente lo stesso tratto allucinato del corteo di passanti. Mi dico che in tal modo Napoli rivela per intero la sua bellezza tragica. È l’intuizione di qualcosa di vero. Ma da dove viene questa intuizione e cosa significa?. Tragico perchè, se è così bello? La risposta mi sovviene ben presto da sola. Perchè trattasi di una bellezza irreale, impossibile, inconciliabile con la realtà. La  realtà infatti, non a caso, è tutt’altra. Completamente differente! Ma eppure questo è un sogno assolutamente presente. Ed infatti le stesse facciate dei caseggiati che sono dirimpettaie del mare ne sono irresistibilmente risucchiate. Quasi da esso smangiate, esse trapassano incessantemente nel niente del sogno. Continuamente indietreggiano, mentre le facciate opposte (per alcuni caseggiati il buon tre quarti di essi che resta in ombra) restano ferme. Esse appartengono solidamente alla realtà. La realtà di una Napoli non nominabile ed infatti innominata. Tanto imbarazzante la sua presenza è. È però quella vera. Appunto quella verso la quale lentamente i passanti ascendevano, in questa mattina troppo bella per non essere allucinata, provenendo appunto dalle nebbie dorate del sogno, e  procedend mesti come verso un loro destino.

È “la bella giornata”, famosa, di La Capria ‒ mi dico. Così partenopea! È strano, però, perchè appena svoltata l’ultima curva di via Palizzi, subito mi coglie di sorpresa l’echeggiare dell’intero stuolo delle campane del centro antico. Che c’entra questo proprio qui ? ‒  mi dico. È la voce, questa, di una Napoli che del sogno mai ha saputo nulla. Ed ancora adesso nulla ne sa. Troppo in basso essa infatti resta. E proprio per questo essa, innocente e selvaggia, risuona a campane. È che sono sceso troppo giù. E così, senza avvedermene, sono entrato anch’io nel sogno. Ora infatti nel sogno ci sono in pieno e per davvero. Infatti, espugnato dalle azzurre nebbie placide, distese sulla tavola azzurro-pastello proprio come se vi fossero da sempre, da un tempo immemorabile ed incalcolabile ‒ come la silenziosa voce di una bellezza intranseunte, eterna (la stessa identica bellezza immota e cullante, che conoscevo da bambino nelle stesse identiche mattine, ma ancora campagnole) ‒, io devo proprio togliermi il cappotto.

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