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Archive for the ‘ATTUALITA’ E COSTUME’ Category

Ho visto a Lisbona il nuovo film di Scorsese Silenzio. Il film è stato qui una specie di evento nazionale, dato che il tema è di fatto ancora attualissimo per il Paese. Esso è infatti duplice, riguardando da un lato la storia delle colonizzazioni portoghesi e dall’altro il loro legame con l’espansione del Cattolicesimo.
Ora, nonostante il rinsavimento post-salazariano, il tema della colonizzazione è restato qui comunque al centro della sensibilità collettiva. Per alcuni (l’uomo della strada) lo è restato in termini di un’autentica nostalgia risentita, mentre per altri (gli intellettuali) nei termini di una nuova consapevolezza della «missione» universale del Portogallo; e cioè nel senso della solidarietà tra popoli diversissimi ma ormai uniti da una sola lingua e quindi anche cultura. Insomma in qualità etica del sentimento gli intellettuali sorpassano decisamente l’uomo della strada. Non a caso la letteratura lusa si è avvalsa negli ultimi decenni di non poche penne africane.
Quanto poi all’altro tema, quello della fede cattolica, esso è ancora tremendamente attuale in questo Paese. E qui le cose decisamente si invertono in termini di gerarchia qualitativa del sentimento. Come dappertutto, infatti, gli intellettuali tendono qui ad essere agnostici se non anti-religiosi, mentre invece la fede è molto intensamente ed autenticamente sentita e vissuta dall’uomo della strada. Come altre volte ho avuto modo di dire, il fervore che si avverte nelle chiese di questo Paese supera infatti di gran lunga quello che si può avvertire nel nostro.
Ma forse proprio in questo Scorsese ci mostra la piaga tuttora aperta e ci mette impietosamente dentro il dito. Il problema discusso nel film è infatti proprio il fervore vivissimo di quei gesuiti, che – da autentici impavidi soldati delle truppe d’assalto del Cattolicesimo – si gettarono allo sbaraglio nell’esperienza di evangelizzazione di popoli dotati di tradizioni e costumi immensamente diversi da quelli occidentali. E qui il Giappone davvero ha fatto la differenza. Dato che laggiù è miseramente fallita l’operazione che invece era riuscita praticamente dappertutto.
Con grande sapienza scenica ed anche grande onestà intellettuale, Scorsese ci mostra il crinale sottilissimo sul quale si giocò l’intera partita – tra il fervore ingenuo (ma anche insidiosamente violento) dei gesuiti, e la consumata saggezza (violenta ma in modo aperto e pragmatico) delle autorità politico-religiose nipponiche. La questione si gioca tutta intorno alla complicità di fatto dei preti missionari con i tormenti inflitti dalle autorità ai martiri per la fede. Ed è proprio questa complicità che poco a poco finisce per essere portata alla luce in tutta la sua tremenda nudità etica, per divenire alla fine la causa inevitabile stessa dell’apostasia dei predicatori. Si ripropongono qui insomma più o meno i termini del tremendo scenario tragico di contraddizioni etico-antropologiche che fu proposto da Conrad in Cuore di Tenebra (e poi ripreso da Coppola in Apocalypse Now). Qui, cioè – come in tante altre costellazioni oggi drammaticamente attuali –, le più solide certezze della cultura occidentale si infrangono miseramente.
E così, attraverso il dipanarsi di una vicenda in cui chiaramente viene messo in scena l’inconcepibile eroismo della fede proprio dei martiri cristiani (qui le masse di contadini convertiti ed i loro pastori), nello stesso tempo poco a poco emergono anche tutte le loro tremende contraddizioni. In tal modo alla fine la resa incondizionata dei due «apostati», Padre Ferreira e Padre Rodrigues, si rivela essere il suggello stesso di una rovinosa sconfitta ideologica, ovvero la sconfitta dell’intero spirito missionario cattolico. Insomma tutti i missionari, e primi tra tutti i gesuiti, avevano oggettivamente torto marcio nel sentirsi chiamati al diritto e dovere di «convertire» popoli che avevano già una propria legittimissima religione.
E qui il Giappone fa la differenza proprio perché, diversamente perfino dall’Impero romano, ha saputo realmente resistere all’arma più temibile dell’apostolato cristiano, e cioè quella della sollevazione delle masse diseredate. Ma proprio in relazione a questo, il film lascia emergere il fatto più sconvolgente per l’uomo di fede (e non solo cattolico) che si confronti con questi così estremi eventi: – i poveri contadini, i quali conducevano una vita miserabile e priva della minima speranza, nel Cattolicesimo cercavano solo la speranza di una vita migliore nell’Aldilà, e quindi vi cercavano di fatto solo la gloria della morte. Era in questo e solo in questo che consisteva la nostra fede. Per cui essi davvero andavano a morire per sé stessi. Non per Cristo.
Bene! Ora la visione di questo film viene consigliata dal Vaticano così come dal parroco della Chiesa di São Roque; dove visse ed operò a lungo lo stesso Padre Ferreira, unitamente ad un altro mitico gesuita locale, e cioè Padre Antonio Vieira. São Roque, una delle più belle chiese barocche di Lisbona, ospita anche un interessantissimo museo sulle rotte gesuitiche.
Ma insomma la perorazione attuale dei predicatori propone questo film come descrizione dell’attualità ancora oggi del martirio cristiano. Le cose però non stanno affatto così. Perché il film lascia semmai emergere le contraddizioni di quest’ultimo; insieme a quelle dello spirito missionario e forse dell’intero ecumenismo cattolico.
Questo non significa però affatto che si tratti di un film anti-cattolico e magari anche anti-religioso. Tutt’altro! Esso invece mostra semmai –  a chi sia ancora interessato all’esperienza di fede (in questo senso il film interesserà molto poco a chi alla fede non attribuisce più alcun valore oggettivo) – che esistono due diversi Gesù Cristo, i quali alla fine non hanno molto a che fare l’uno con l’altro. Ve ne è uno (il più autentico) che continua ad essere un dio a tutti gli effetti pur prendendo parte in prima persona a qualunque nostra sofferenza (ed ancor più gioia). Ed Egli si presenta a noi solo e soltanto in questo modo. Poi ve ne è un altro, il quale, nel corso della nostra esperienza religioso-esistenziale (sempre intessuta di dolore o gioia), si presenta a noi soprattutto in forma istituzionale (in immagini sacre e contenuti teologici). Egli si presenta insomma come il Dio esclusivo di una religione esclusiva.
Ebbene è di fatti in primo luogo proprio quest’ultimo quello che veniva predicato dai gesuiti. E la prova del nove sta proprio nella forma dell’atto di apostasia preteso dalle autorità giapponesi, ossia il calpestamento dell’immagine sacra di Gesù da parte del fedele. Sta di fatto che il vero Gesù Cristo, quello che soffre e gioisce con noi, non stava affatto in quella immagine. Ed anche se vi fosse stato, se ne sarebbe stra-infischiato del nostro patetico atto di poveri uomini, soggetti inesorabilmente alle ferree leggi del mondo.
È proprio comprendendo questo che i Padri apostatano. E ciò accade solo alla fine; quando di una fede evidentemente non autentica non restava ormai più nulla. Ebbene, quale fede c’è oltre quest’ultima? Difficilissimo dirlo e la terribile provocazione del film sta proprio in questo.
La domanda resta pertanto aperta, e spetta ad ognuno di noi la risposta ad essa. La mia personale risposta è che la fede autentica è quella in un Dio-Uomo (Gesù Cristo) che non si aspetta da noi nulla di quanto noi, da uomini, possiamo figurarci come fede. Egli infatti non vuole altro che starci accanto nel nostro periglioso, difficilissimo e scandalosissimo passaggio per questo mondo, in preparazione di quella che è la sola autentica vita. Egli non vuole fare altro che accompagnarci fino a questa meta, che poi consiste ontologicamente nel suo Corpo stesso. In questo senso Egli è tanto più «cattolico» (kathòlon) quanto meno appartiene a qualunque forma di teologia.

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Nel dopo-trump ci sono, credo, tre convergenti notizie di cronaca da commentare.
Notizie che alla luce degli spaventi provocati a tutti noi dal Tycoon (tranne a coloro che sono in male fede, qualunque ideologia politica professino) assumono il senso inquietante di inconfessabili verità finalmente rivelate. E credo che l’articolo scritto su questa rivista da Fano sul senso della vittoria di Trump (da intendere come «fiine», e non invece come «inizio») dovrebbe farci interrogare piuttosto angosciosamente sul perché ciò stia accadendo proprio adesso.
E questo, temo, non è altro che l’inizio.
Le notizie (verità rivelate) da commentare sono tre: – 1) la constatazione finale da parte dei TG del già ampiamente previsto successo di The young pope di Sorrentino; 2) l’inizio delle grandi manovre mediatiche per accreditare la semi-bufala di un’imminente viaggio umano su Marte; 3) la notizia (verosimile e per questo ancora più angosciante) dell’invenzione di un motore a propulsione magnetica che consentirebbe il viaggio umano su Marte in soli 70 giorni.
Alla luce di questo non è difficile cogliere l’essenza dell’inconfessabile verità finalmente rivelata.
È questa e tanto semplice quanto choccante (almeno per chi ha ancora orecchie per intendere): – «Signori è davvero la fine (come diceva Fano)!  E dunque si sbologna! Insomma si smamma!».
E Trump c’entra eccome. Dato che ha annunciato che il problema ambientale non è altro che una bufala inventata dalla Cina. E così, siccome l’uomo medio è dappertutto un imbecille (forse negli USA più ancora che altrove), egli ha avuto gioco facilissimo nel lasciar credere che il suo «fantastico» programma economico consentirà al morto di fame dell’entroterra americano di liberarsi finalmente delle pastoie ecologiste, aspirando così di nuovo alla ricchezza illimitata promessa da sempre dal sogno appunto «americano». Che fin dall’inizio è stato una delle più grandi minacce alla sopravvivenza del Pianeta Terra.
Sta di fatto che benissimo ha fatto chi ha detto (non ricordo dove e quando) che l’unica e semplicissima spiegazione al distruttivo deterioramento ambientale del Pianeta Terra è uno solo, e cioè l’avidità umana. E figuriamoci ora a quali limiti arriverà tale avidità se è diventato ormai presidente degli USA un magnate.
Insomma nella Trump Tower erano già inscritti tutti i crittogrammi che servivano per decifrare quelle verità inconfessabili che ora però ci vengono buttate in faccia senza più paura di nasconderle. È evidentemente giunto il tempo (come qualcuno potrebbe leggere nelle stesse previsioni nostradamiche).
Intanto comunque ci viene detto che perfino il Papa può essere tranquillamente un tanghero senza che nessuno più nemmeno si indigni. Anzi mettendo in scena (sapendo bene che è però solo per ridere a crepapelle, come ben sa primo tra tutti Sorrentino) addirittura la santità che il papa sarebbe giunto a conquistarsi appena decidendosi ad essere apertamente un tanghero.
Come aveva fatto a non pensarci prima? In fondo bastava pochissimo, e cioè trasformarsi dal bacucco di sempre in un giovane, scattante, seducente, flessuoso ed ammiccante young pope.
Uno che non si deve capire mai se sta in estasi mistica oppure in orgasmo sessuale.
Mentre questo accade, e mentre Trump trionfa (promettendo così di ammazzare in maniera ancora più rapida un mondo che già agonizzava penosamente), ci viene intanto comunicato che quella tecnologia che è stata la causa di tutti nostri guai (come visto da tempo da una catena inarrestabile di pensatori, tra i quali Hannah Arendt e Hans Jonas) ci sta offrendo ora i mezzi per andarcene da questo pianeta ormai condannato. L’espressione usate nella relativa fiction (per il momento) è sublime nella sua delirante cattiveria: – «Raddoppiare le nostre possibilità di sopravvivenza».
E giù i così americani great e fantastic degli idioti di turno in veste di imminenti astronauti (rigorosamente multirazziali) e geni dell’astronomia e dell’ingegneria spaziale. Con in più la retorica dell’eroismo tipicamente americanoide – «Sempre oltre! Sempre oltre!».
Insomma, c’è bisogno di dire più di questo?
Sono pessimista, molto pessimista. Sì lo ammetto! E non dico neanche che intanto non debba esistere che invece non si rassegna a restare comunque ottimista. Dico solo che sono necessari entrambi. Dopotutto le Cassandre hanno avuto sempre la loro giustificazione. E sempre solo a posteriori. Del resto io, oltre che il pensatore di professione, faccio anche il medico. E così mi occupo di fatto della morte. Anche quando proprio non sembrerebbe. Cercare di garantire il più possibile la salute è infatti proprio il cercare di scongiurare il più possibile la morte. Almeno finché ci si riesce.
Ed allora non ci resta che guardare in faccia alla realtà.
Cosa vogliamo fare? Rassegnarci a ciò che è «moderno», e quindi non si può in alcun modo criticare? Oppure invece iniziare a renderci finalmente conto che nella «fine» le responsabilità sono ben più ampie di quanto sembrano. Non si tratta infatti nemmeno di politica ma soprattutto di antropologia.
Ho già cercato di dirlo in alcuni articoli che ho scritto in questa rivista. Noi siamo ormai tutti gravemente ammalati della sindrome del «viaggio», dell’«abbandono» e dell’«oblio» a qualunque costo. Tutte le nostre vite sono organizzate intorno a questa malattia ossessiva e delirante. Tutte le puntate della nostra speranza si risolvono in questa assurdità.
Vogliamo vederlo o no che così non stiamo procedendo affatto verso il futuro ma lo stiamo invece annientando? Mai infatti nell’intera nostra storia di essere terrestri siamo stati così stupidi e ciechi da non comprendere che in assenza del Passato (e della relativa Stasi), il Presente non è altro che un episodio morboso in cui tutto il Futuro viene consumato dalla febbre.
Questa è esattamente l’avidità. Di cui tutti noi, senza alcuna eccezione, siamo responsabili.
Dunque sarebbe auspicabile che la smettiamo di applaudire entusiasticamente le porcherie che ci vengono propinate solo per permetterci di continuare a fare quello che stiamo facendo. Ossia non vedere!
Smettiamola allora di sognare davanti ai così tanti schermi che ci affliggono la vita. Mettiamo finalmente i piedi per terra. Rallentiamo. Fermiamoci. Ricostruiamo un Passato!
Si sono un inguaribile pessimista. Ma è troppo sperarlo?

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Strano, davvero strano! Visto che The Young Pope ha riportato il tema religioso alla ribalta, ora si può essere di nuovo autorizzati a parlarne. «’O popolo ‘o vvò!» (Il popolo lo vuole!). Infatti siamo espressamente autorizzati dai milioni di spettatori che hanno seguito la serie di Sorrentino.
La religione fa di nuovo audience. Del resto c’era da aspettarselo. «La serie ha avuto ancora più successo di Gomorra», dicono candidamente i TG. Non sapendo che in certe orecchie (anche se di pochi) questo suona ben più come un’offesa che non come un complimento.
Ma, sia come sia, ora abbiamo finalmente un Papa mediatico in piena regola. E pure americano. Anticipato da Papa Giovanni, da Woytila e da Francesco, ora lo abbiamo davvero dove doveva stare, e cioè esattamente laddove George Orwell (1999) aveva previsto che dovesse stare una simile figura. Nello schermo!
Ebbene, di che genere è questo perfetto Papa mediatico? È cattolico? No! È più in generale cristiano? No! È religioso? Pare di sì. Perché la suora-keaton dice che è santo, e lui stesso si intrattiene in segreti conciliaboli mistici con i pochissimi in Vaticano che abbiano ancora una parvenza di homines religiosi. Che poi credano o meno in Dio, è un particolare di secondo piano. Come già i Papi pre-mediatici ci avevano insegnato, Dio non è infatti per nulla davvero trascendente ma è invece solo immanente. E questo è quello che dice anche il Papa mediatico.
Però sta di fatto che non si può davvero credere in qualcosa che sia «un dio», se non si crede in primo luogo nella sua trascendenza; ossia nella sua totale invisibilità soprannaturale.
Anche se però facciamo finta che non sia così, il problema non è affatto ancora risolto. Perché manca ancora qualcosa, e cioè la coerenza bilaterale dell’affermazione del Dio immanente.
Ebbene, vediamo, questa coerenza può essere attribuita a Papa Pio XIII? In qualche modo sì, perché appunto egli pone la religiosità al di fuori dei così angusti e soffocanti limiti dell’Istituzione. Così da lasciare di stucco il satanico orlando-vojello, il quale vorrebbe invece che il Papa fosse un uomo di Stato. Ed a questo poi il Sublime aggiungerà (con le fulminanti intuizioni trasfusegli dal Sorrentino-Gambardella) che il fior fiore di immensi pensatori moderni (gruppi rock, cantanti ecc.) si contraddistinguono proprio per il non lasciare mai apparire mai la loro immagine. Cioè non lasciandosi mai intervistare. Eppure chissà perché (mi chiedo io, povero scemo) non lo fanno anche rinunciando ai famosi cachet da capogiro di discografici ed organizzatori di concerti! Del resto abbiamo oggi anche un Bob Dylan Nobel che manco se lo fila il premio ricevuto!
Ma comunque qui emerge la possibilità, ed anzi l’urgente necessità, di essere religiosi senza essere intanto bacchettoni e formalisti. Ed a questa possibilità-necessità il Papa mediatico per eccellenza impresta perfino anche le forme più adeguate, ossia quelle dionisiache. Si muove infatti con la stessa flessuosità femminea e la stessa santa crudeltà (da amante invasatore e mangiatore di carne sanguinolenta) che sono del Dioniso adulto di ritorno dall’India con un corteo di Menadi infoiate, pantere e leopardi. E di Menadi di certo il nostro Pio XIII non manca. Prima tra tutte l’arianna-suora-keaton. Tipica madre-nutrice-amante del dio.
Ebbene qui c’è però davvero poco da scherzare. Anzi proprio qui casca l’asino! Infatti, se c’è una religiosità nella quale il Cristianesimo (anzi il Cristo stesso) affonda le sue radici profondamente, questa è proprio quella dionisiaca. Ci sto scrivendo in libro, e se qualcuno avrà l’ardire di pubblicarmelo, forse potrò dimostrarlo nei fatti. Ma qui casca comunque l’asino. Perché a questo punto la coerenza delle affermazioni circa l’immanenza di Dio viene per davvero allo scoperto in tutta la sua drammaticità e serietà. Non c’è infatti vera esperienza religiosa se essa non tocca davvero il corpo di Dio e non ne è toccata. E questo non è ovviamente possibile se non si presuppone comunque un Dio Trascendente che intanto stia anche nella pienezza della sua immanenza. Quello che il dionisismo ha fatto addirittura fino a rasentare ed oltrepassare i confini della bestialità.
Pertanto non si può parlare di una pienezza dell’esperienza religiosa se non si ammette che sta nel dionisismo il suo paradigma. Anche se Dio mi guardi dal sostenere che la relativa liturgia debba basarsi su orge sfrenate, sbranamento di animali vivi, castrazioni, stupri, assassini, sacrifici umani, ed altre porcate del genere. La cosa viene spiegata bene da Mircea Eliade in moltissimi suoi libri – al fondo di tutto ciò vi è qualcosa di santissimo, e cioè la ierogamia (il congiungimento primordiale tra il principio maschile e femminile). Fonte non solo di vita, ma soprattutto di vita che non si estingue mai, e cioè immortalità. Un punto di riferimento per innumerevoli metafisici.
Orbene a questo ci crede davvero il Papa pre-mediatico, anche se si fa un punto d’onore di dire che il Dio è talmente immanente da dover essere identificato precisissimamente con l’uomo che più soffre? Ci crede davvero a questa esperienza religiosa che è intensamente spirituale e personale, prima ancora di essere morale, ecclesiale ed istituzionale? È davvero difficile affermare di sì!
Ma ci crede poi il Papa mediatico? Il quale sostiene (sebbene dopotutto tra le righe, e cioè tra le maglie delle varie schifezzelle oggi indispensabili per fare spettacolo) che la religiosità dovrebbe essere totalmente riformata nel senso di una sua davvero totale autenticità. Ebbene, per rispondere, dobbiamo chiederci quale sia questa autenticità. È forse quella del Dioniso femmineo impegnato nel suo trionfo e compiaciuto di sé stesso nel farlo? E con tutti gli annessi e connessi (già illustrati nel precedente articolo)? È davvero difficile che sia così.
Ed allora bisogna guardare con grande equilibrio al Dioniso che funge effettivamente da paradigma del Cristo. Una volta, infatti, purgata di tutte le sue possibili impurità umane (che nemmeno Dioniso stesso aveva mai voluto; anche se, poverino, non sapeva che poi sarebbe venuto Nietzsche a contraddirlo), la religiosità da lui proposta non è affatto quella nietzschiano-titanica; e cioè quella della danza ebbra e ferina di uno schifa-uomini aristocratico-belva del pari del nostro Pio XIII.
Essa ci propone invece questo: il lasciarci invadere da Dio; l’essere ispirati profondamente da Lui; l’essere agiti da Lui da dentro; il mangiare davvero interiormente ogni giorno il suo Corpo e bere il suo Sangue; il sentire che siamo vivi solo e soltanto nel mentre la sua Presenza (sempre assolutamente silenziosa, invisibile e rispettosissima) circola negli interstizi tra le nostre cellule; il sentire che è Lui la Forza che ci spinge a resistere sempre, a lottare sempre, a sperare sempre, a sempre continuare a vivere qualunque avversità stiamo intanto vivendo; ed il celebrare il più possibile tutto questo insieme a quello e quelli che sono davvero alla nostra portata.
Ma questo per un solo scopo, e che Platone ha illustrato alla perfezione (meglio di tanti Cardinali e Papi), e cioè quello ritornare alla fine totalmente a Lui, al suo Corpo; che poi è quaggiù il vivere integralmente per il Bene, per il Giusto, per il Bello e per il Vero. Sapendo quindi oltrepassare con saggezza ed equilibrio qualunque forma di immersione, anche quella eccessivamente religiosa.
E soprattutto sapendo scansare qualunque tentazione titanica, perfino quella del santo-riformatore ad oltranza.
Bisognerebbe udire parole come queste per convincersi che si sta davvero parlando di autenticità religiosa, ossia di una religiosità davvero non istituzionale. E non mi sembra che parole come queste vengono correntemente affermate né da Papi pre-mediatici né da Papi mediatici. Anzi, il Papa mediatico sembra avere probabilità molto maggiori di farci dimenticare per sempre cosa sia davvero religione.
È vero sissignore che abbiamo bisogno di una radicalmente nuova religiosità. Ma questa non è affatto la risposta.

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Cosa c’è in questo film-serie tranne la certezza di successo, grazie agli ingredienti, presso gli spettatori di fictions? Ingredienti: l’estetismo dell’immagine (al massimo), il lezioso ed ammiccante divertissement satirico-ironico (al minimo).
Difficile rispondere alla domanda, per cui bisogna dire che questo film-serie evoca solo domande.
La prima di tutte: quale può essere il senso ultimo del prendere a motivo di spettacolo un oggetto così serio quantunque già di per sé compromesso? Serio o solo faceto? Sincero o solo calcolato? Meditativo o solo scurrile? Il sospetto è forte: che si tratti solo di «scrittura creativa»? Cosa in cui il gepgambardelliano Sorrentino è maestro, essendo così anche maestro del calcolo d’effetto.
In questo senso, di questo film-serie, hai visto un quarto d’ora e hai visto tutto.
C’è qui un oggetto scenico che rappresenti qualcosa, o vi è un oggetto scenico che rappresenta solo sé stesso? Insomma qui Sorrentino auspica un altro Papa, un’altra Chiesa ed un’altra religiosità, oppure solo si frega le mani per la ghiotta occasione del poterne mettere in scena le così ridicole ed atroci larve?
Cosa esattamente si è proposto Sorrentino, dato che, per il così particolare oggetto del film, dovrebbe ben essersi proposto qualcosa? C’è per davvero questo qualcosa, oppure, come lui stesso sembra suggerirci, qui c’è solo da scherzare con ciò che di per sé (ormai) non si lascia più prendere sul serio? Insomma cosa bisogna chiedersi qui: se si fa bene a chiedersi se c’è un senso, oppure se si fa male a farlo? L’arte, si sa, è arte. E non si discute, solo si gode!
A cosa serviranno mai le presenze provocatorie di attori della stridente contraddizione scenografica: il dandy effeminato e decadente Jude Law e la reincarnazione di Gep Gambardella, nell’Orlando-Vojello (pacco di pasta, o anche prototipo di certi sornioni e malefici baroni universitari partenopei di mia conoscenza)?
Che senso avrà mai questo Papa-Mussolini, che si sganascia come un venditore narciso USA, questo dandy-titano, questo perfezionista ironico della perversione cinica, questo schifa-uomini e edonista dell’opulenza ottimamente accolta? A cosa mai servirà questo raffinato ed elegante tiranno e raffinato cultore di aforismi velenosi da Voltaire a Nietzsche? Questo Papa della preghiera-sfottò e della confessione come psicodramma a sorpresa. Questo Papa con sigaretta, raffinato cultore della canettiana malvagia arte del potere (gatto che gioca col topo). Questo Papa dell’estenuato gesto effeminato ad effetto. Questo Papa il cui infinito divertimento (“…ma scherzo!”) sarebbe occuparsi della mondanità adulante le stupide masse.
E dovrebbe avere un senso il Vojello contemplante in ginocchio la Grande Madre? Gli abiti e cappelli immacolati leziosamente fasciati d’oro, tutti morbida e sensuale haute couture? Una Roma-Vaticana le cui campane a distesa colgono sul fatto prelati col culo da fuori o sul bidè? Una Roma-Grande-Bellezza cosparsa di una patina tanto roseo-dorata quanto marcia? L’ambientazione dannunziana per una profondità teologica del solo inciucio?
E che dire poi della suora-diane-keaton-woodyalleniana, che pure lei fuma, e che giura e spergiura che ‘sto gran fdp è “un santo”? E le sparate del Papa che senso hanno: – “Cosa abbiamo dimenticato?”, grida dal fatidico balcone. E giù battutacce da adolescente. “La mia coscienza non mi accusa di niente!”, sussurra estenuato in confessione (“…ma scherzo!”). E giù profondità meditative farsesche accompagnate dal solito malinconico violoncello. “Io non credo in Dio”. E giù schiaffi in faccia al povero confessore (“…ma scherzo!”).
Insomma cos’è mai questo? Una critica alla Chiesa, o un divertirsi un mondo (pensando intanto alle tasche) con la critica alla Chiesa come fonte di audience?  Cos’è insomma questo Vaticano che un napoletano verace (via Sandomenico, Vomero) si è andato a guardare come lo guarderebbero americani ammaliati da una Roma felliniana?
Cosa dovremmo farci con questo oltre che sorbircelo da pubblico pecorone? Guardar dietro (tra gli scheletri nell’armadio) per poi poter guardare fuori con lo stesso cinismo dei protagonisti? Rileggere la riforma papafranceschiana attraverso un Papa che fa ridere e piangere? Restare sospesi tra lo sbellicarsi di risa e cadere in ginocchio davanti all’incomparabile genio? Pio XIII, al secolo Lenny Berardo, o Paolo Sorrentino ipse?
Insomma cosa che ne facciamo di questo in un modo già desacralizzato a sufficienza, e così spesso proprio per mano di coloro che dovrebbero sacralizzarlo? Oppure, lo ripeto, non dobbiamo farcene nulla, e quindi solo godere e stare zitti? Ed ammesso che comunque dobbiamo farcene qualcosa, questo Young Pope amerecano (Sorrentino ipse?) da cosa ci vorrebbe-dovrebbe liberare? Dai pregiudizi bacchettoni del cattolico formalista? Dal cinismo religioso di cui siamo vittime e complici? Da un qualche background teologico-metafisico che ci hanno lasciato studi umanistici ammuffiti e perdutamente italici, e che la ricetta yankee-sorrentiniana (dell’uomo della strada e selfmademan, entrambi puri peer definizione) manderebbe finalmente in pensione?
O forse di una falsa fede ed esperienza religiosa? E basterebbero forse per questo i quadretti intimistico-mistici (con tanto di luci divine pioventi dall’alto) nei quali, insieme al prete santo, il Papa-Fellone si fa finalmente seriamente meditativo? Basterebbe solo questo, in mezzo a tanta cura per l’immagine fine a sé stesse e per la satira di sicuro incasso?
Suvvia, siamo seri! Perché in mezzo a tutto questo bisogna pure in qualche punto esserlo.
E chiediamoci allora se qui, oltre il puro spettacolo, ci sono anche la profondità di pensiero e la sensibilità religiosa che ci dovrebbero essere.
Insomma cosa dovrebbe lasciarci questo film-serie? Oppure davvero non dovrebbe lasciarci nulla, ma solo un estasiarsi pecorone davanti a tanto sfarfallare danzante dionisiaco-shivaico sul cadavere putrefatto e maleodorante della teologia e della religione?
Lei è omosessuale eminenza?” “Si, Santo Padre!”. Dio mio, la ricetta è antica e scontatissima: sana liberazione psicanalitica dalla sovrastruttura religiosa, ed anche sanissimo outing.
Great, very great, Sorrentino.

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Innanzitutto non può esservi dubbio che Capalbio è l’Italia, anzi l’Europa, anzi l’Occidente intero.
Le restrizioni ideologico-politiche non c’entrano molto, dato che ciò che emerge è ben più generale nel senso di radicalmente umano. È del resto del tutto ridicolo aspettarsi che l’«essere-di-sinistra» metta in qualunque modo al riparo da questa così radicale dimensione, esentando così dal poter assumere posizioni definibili come «xenofobe». E ciò implica poi che anche queste ultime sono in definitiva radicalmente umane, e pertanto molto difficili da inquadrare in senso politico-ideologico. Tra poco cercherò di fare chiarezza proprio su questo. Per ora va detto solo che è del tutto naturale che posizioni xenofobe siano presenti in tutti gli individui di qualunque comunità, e del tutto indipendentemente da sovrastrutture ideologiche (di tipo etico-politico o etico-religioso).
Ora, però, che di fronte alle prese di posizioni collettive di Capalbio, ci sia da vergognarsi, questo è più che certo. Il problema è solo di cosa dobbiamo davvero vergognarci. Non certo del fatto che queste prese di posizione siano state assunte da uomini di sinistra. No! La questione è ben altra. E di essa (come ho già scritto) possiamo avere la tangibile percezione non appena usciamo di casa. E molto più se viaggiamo.
L’altro giorno, cercando la fermata di un autobus regionale nei pressi della Stazione Centrale di Napoli, l’ho trovata trasformata in un ricovero per migranti. Una sorta di casa con tanto di materassi e piccole suppellettili. Mancavano solo i mobili. Ovviamente a nulla vale chiedersi perché in questi casi non intervengano le forze dell’ordine presenti in loco in modo davvero ingente.
Insomma, prima ancora che tentiamo di rispondere alla domanda circa il «di cosa dobbiamo vergognarci?», dobbiamo rispondere alla domanda circa il «da cosa mai vogliamo difenderci?». Ma qui non è affatto in questione in primo piano la legittimità della difesa territoriale (sulla quale si è espresso recentemente a muso duro Salvini). Infatti è del tutto artificiosa, teorica e non poco ipocrita, la costante sollecitazione da più parti (papa Francesco compreso) alla generosa rinuncia delle comunità nazionali all’auto-difesa. Essa viola in realtà una tendenza assolutamente naturale che è propria della più elementare biologia umana (e che qui si sovrappone davvero decisamente a quella animale). E non a caso, quando quest’ultima viene dimenticata ad arte dalla politica e dall’etica, poi sempre si vendica in modo viscerale, assumendo proporzioni mostruose e divenendo poi travolgente.  In altre parole la responsabilità per le derive populiste-xenofobe delle società minacciate da forti ondate migratorie va imputata, prima che a chiunque altro, proprio alla retorica anti-xenofoba. Pertanto, tutto ciò è quanto sta mettendosi poco a poco in modo adesso. Ed a nulla vale indignarsi e protestare. Tutto dipende infatti solo dalla portata del fenomeno. Il quale può ancora consentire il lusso di ogni possibile retorica solo finché resta entro certi limiti. Quando invece questi limiti vengono superati (cosa sempre certa), allora la biologia prende decisamente il sopravvento sull’etica politica; ed allora la retorica viene comunque spazzata via. Per quanto prima possa essere stata impiegata con mano generosa e con ampia condivisione.
Dunque questo è il punto. Ed allora il punto (come ho già scritto) sta dentro la nostra società (così come sta anche dentro noi stessi) e non invece fuori di essa. Sta pertanto proprio qui la risposta al «da cosa mai vogliamo difenderci?» ed anche al «di cosa dobbiamo vergognarci?».  Dobbiamo vergognarci del fatto che, in Europa ed in Occidente, negli ultimi decenni, siamo a poco a poco scivolati verso un assetto sociale così iperplasico ed ipertrofico da essere ormai insostenibile. Insostenibile oggettivamente, e cioè in forza di certo teorico ideale di società. Per noi questo ormai mostruoso assetto sociale è insostenibile in eccesso, nel senso della totale degenerazione edonistico-consumistica dell’esistere. Per gli altri (i potenziali migranti), esso è insostenibile in difetto, e cioè nel senso di una sproporzione sempre inaccettabile tra il loro livello di esistenza ed il nostro. Laddove però il nostro è stato da noi di fatto presentato come quello ideale (mentre non lo è affatto!) Ed è esattamente a tale ideale che si appellano i disperati desideri dei migranti.
In altre parole siamo noi i motori generatori della migrazione, e non le guerre e le penurie di quei luoghi.
Intendiamoci, queste ultime esistono per davvero e spesso sono davvero disastrose e terribili. E tuttavia la migrazione non solo non viene sempre spiegata da esse, ma soprattutto non ne viene spiegata nel suo spirito profondo. Che è molto semplice: – essa è stata scatenata dalla sensazione di avere troppo poco rispetto allo standard ideale parossistico da noi generato. In altre parole chi possiede una casetta ed un podere per sfamarsi non è affatto povero in assoluto. Lo è però senz’altro se, in queste condizioni, si misura con le immensamente più alte possibilità alla portata di una famiglia europeo-occidentale.
Ebbene tutto questo corrisponde ad un del tutto nuovo e rivoluzionario ordine di valori da noi stessi introdotto e sviluppato. Si tratta della svalorizzazione in generale di tutto ciò che è località dimessa ed oscura – come se essa fosse vergognosa ed inaccettabile, e quindi altamente umiliante. Ciò da cui vogliamo difenderci è pertanto proprio la fame da benessere ipertrofico e sopra le righe che noi stessi abbiamo alimentato per sfuggire al disprezzato grigiore dei piccoli luoghi. Ciò da cui vogliamo difenderci è il fuoco divoratore al quale noi stessi ci siamo consegnati consacrando ad esso le nostre vite e permettendogli così di fare terra bruciata di tutto ciò che era semplice, tranquilla, ordinata, e soprattutto leggiadra, stasi.
E sempre da ciò discende cosa dobbiamo intendere per «vergogna».
La vergogna che si dovrebbe avere è questa: –  noi in realtà non abbiamo alcun diritto di difenderci da tutto questo, e semplicemente perché noi stessi lo abbiamo voluto. Chi semina vento, sempre raccoglie tempesta. Ebbene, se finora avevamo raccolto i frutti solo apparenti (ed illusori), ora è arrivato invece il momento di raccogliere quelli reali e definitivi. E non possiamo dunque in alcun modo far finta di essere le vittime del fenomeno. Le ondate migratorie (come già dimostrò Tolstoj in Guerra e pace) non costituiscono affatto un fenomeno metereologico e quindi naturale. Non si tratta affatto della Natura ferina accusata la Leopardi, ossia quella dalla cui offesa, se solo potessimo, avremmo ben ragione di difenderci. No! Si tratta invece di un fenomeno socio-politico e socio-economico, e quindi di un prodotto umano. E noi ne siamo peraltro triplamente responsabili perché lo abbiamo impersonato e voluto con tutte le nostre forze. Anzi la nostra intera ideologia dei «diritti civili» (null’altro, oggi, che una teoria del diritto al consumo illimitato) è frutto di tale prepotente afflato.
È pertanto lampantemente immorale, che, qualunque siano i motivi da noi accampati, noi pretendiamo di tener lontani i migranti solo e soltanto perché vogliamo mantenere intatte le isole dorate nelle quali imperterriti (in un mondo ormai sconvolto) crediamo ancora di poter consumare tranquillamente i riti consumistico-edonistici delle cosiddette «vacanze estive». Riti consumati in luoghi immorali sempre, che essi siano volgar-berlusconiani o raffinato-dalemiani.
Ed allora abbiamo la decenza di starcene semplicemente zitti. Che siamo di destra o di sinistra! Noi tutti abbiamo voluto tutto questo; e continuiamo anche a volerlo imperterriti, mettendo davanti alle atroci evidenze il paravento della nostra stupidità. Non a caso molto prossima da questa voluta inconsapevolezza è l’insopportabile quanto stantia retorica del Presidente Mattarella al raduno di CL. Che si affatica anch’essa intorno ai leggendari «ponti». Non c’è bisogno di alcun ponte! Perché la storia, quando diventa travolgente, dei ponti se ne infischia. E più ancora dei loro così inani costruttori. Smettiamola dunque con queste così superflue tirate e piuttosto sopportiamo virilmente ciò che dobbiamo sopportare, ma nel riflettere gravemente sulle relative cause. Stiamo insomma vivendo decisamente negli stessi tempi in cui vissero Ambrogio ed Agostino.
Non ci resta dunque altro che subire. Almeno finché l’ondata di piena non tracimerà, e del tutto giustamente spazzerà via questa nostra ormai così esangue civiltà. Della quale la storia decisamente non sa proprio più che farsene. Attendiamo allora serenamente l’inevitabile, e cioè il momento in cui la biologia prenderà il sopravvento. Momento questo in cui tutto ciò che ora è ancora sociale, politico ed economico, dovrà divenire ahimè militare. Sarà tristissimo e dolorosissimo, ma non potremo sottrarci. Ci sarà infatti da difendere l’essenziale e non più il superfluo. E nessun uomo si è mai tirato indietro davanti a questo così basico richiamo.
Del resto questo non è altro che ciò che accadde davanti alla marea delle armate hitleriane. Per quanto sia terribile, vi sono momenti in cui la pace non può essere conservata senza rendersi complici delle più atroci ed immonde ingiustizie. È terribile ed è anzi pure vergognoso. Ma è una vergogna di cui ci si deve macchiare. Per evitarla, infatti, ci si sarebbe dovuto pensare molto molto prima. E soprattutto lo si sarebbe dovuto fare privandosi sacrificalmente di qualcosa. Noi però non l’abbiamo voluto fare. Anche in questo caso da destra come da sinistra. La logica buonista non è infatti per nulla meno colpevole di quella oltranzista.
Quello che è certo è che saremmo dovuti essere così saggi ed umili da continuare a cercare una piccola ed umile felicità nei piccoli ed oscuri luoghi in cui il destino ci aveva dato di nascere. Ma invece, disprezzandoli ed abbandonandoli, abbiamo voluto mettere in moto un inesorabile volano esponenziale. Ed eccoci davanti ai suoi mostruosi frutti.
Ora, o uomini d’Europa e d’Occidente, cosa mai vogliamo?

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Credo che, nel confronto tra Occidente e terrorismo islamico si stia ripetendo ciò che è avvenuto, dopo la Prima Guerra mondiale, nel confronto tra incipienti Totalitarismi di destra e Democrazie.
I primi nascevano in buona parte come reazione della consapevolezza occidentale contro alcune forze distruttive: – 1) la scienza tecnologica; 2) l’utilitarismo edonista ed anti-religioso del capitalismo; 3) la spinta rivoluzionaria. Tutte forze, queste, che minacciavano di dissoluzione la millenaria Civiltà occidentale. Dunque, giusti o sbagliati che fossero lo spirito e le forme della loro lotta reazionaria, fatto sta che i Totalitarismi si battevano per la difesa ed il ripristino dei valori minacciati dalle forze in atto.
Lasciamo stare, per ora, la natura positiva o negativa di tali valori. Fatto sta che con certezza essi erano ciò che erano in quanto espressione dell’ordine politico-sociale al quale erano funzionali. E qui bisogna sottolineare anche che la relazione tra valori ed Ordine è un sotto-fenomeno del fenomeno del manifestarsi stesso della più suprema Verità nel contesto della struttura politico-sociale.
Bene, per cosa si battevano invece le Democrazie? Si dirà che si battevano anch’esse per una serie di valori: – libertà, eguaglianza, solidarietà (o fraternità), modernità e progresso. Ed indubbiamente questi sono gli stessi identici valori per i quali oggi l’Occidente si batte contro l’Islam terrorista. Tuttavia che il fatto che questo non sono per davvero di valori, viene denunciato in modo chiarissimo da un solo e semplicissimo elemento: – essi non stavano e non tsanno in relazione ad alcuna forma di Ordine. Anzi stanno invece in chiara relazione con il disordine inteso come ordine. Essi sono insomma valori del Caos. In nome di essi infatti la società dovrebbe rinunciare a qualunque forma rigida (struttura statica e stabile) e dovrebbe invece distendersi in un movimento perpetuo di tipo propriamente liquido – caratterizzato non solo da un’estensibilità infinita nel senso dell’informe, ma anche dal fenomeno del continuo ed illimitato flusso e riflusso. Nulla qui deve stare fermo, e dunque tutto deve essere possibile. È evidente che, a fronte di tutto questo, ci troviamo chiaramente di fronte a «disvalori», e non invece a «valori».
Ora, una volta che prescindiamo anche dalla natura dell’Ordine al quale i valori si presentano legati (è del tutto chiaro che esso può essere anche del tutto negativo, come accade in un Ordine del terrore!), avremo il profilarsi di due fronti che risultano contrapposti in modo abbastanza chiaro: – da un lato abbiamo dei valori, e dall’altro lato abbiamo invece dei disvalori.
Una volta chiarito questo possiamo porci di fronte al fenomeno del confronto odierno tra Occidente e terrorismo di marca islamica.
Ebbene, ogni volta che c’è un attentato islamico possiamo constatare con quanta decisione da più parti si proclami che «…non permetteremo loro di distruggere i nostri valori… i valori in cui crediamo». Ma di quali valori si parla e dove sono mai questi valori? Dopo i chiarimenti offerti prima possiamo facilmente rispondere a tale domanda. Infatti, pur con tutto il rispetto per le culture espresse nei relativi luoghi, si vuole forse dire che la sala attesa di un aeroporto, una spiaggia estiva, una discoteca gay ed una sala per concerti rock sono per davvero posti nei quali si affermano e difendono valori? È ovvio che no. Ed infatti tali luoghi divengono fucine e serbatoi di valori solo e soltanto nel contesto della retorica impiegata per commentare il loro essere stati oggetti di attacchi terroristici. In qualche modo si vogliono così onorare i morti, e questo è anche perfettamente comprensibile e giustificabile. Tuttavia si afferma una grande falsità. La gente infatti non va di certo in questi luoghi per affermare e difendere valori, ma ci va invece solo e soltanto per divertirsi. Ed in alcuni casi è decisa anche a divertirsi in modo più o meno trasgressivo; e cioè non solo andando in modo volontario contro alcuni valori ma anche rivendicando con forza il diritto di farlo in piena libertà. In altre parole l’affermare che in luoghi come questi si gode della libertà (in quanto vi si pratica il diritto all’espressione di culture non sottoposte ad alcun controllo repressivo), non implica affatto l’affermare che essi sono luoghi di manifestazione di valori. E si direbbe che è soprattutto contro questa retorica che è diretta la critica violenta esercitata dal terrorismo. La quale, a questo punto, sebbene paradossalmente, appare essere non poco giustificata. Dato che però la giustificazione riguarda l’essenza della critica, e non invece le sue forme, allora appare chiaro anche che colpevole di questo paradosso è proprio la retorica libertaria occidentale.
Mi sembra che in tal modo le cose stiano in maniera almeno molto più chiara di quanto le fossero all’inizio di tale riflessione. Ed il motivo di ciò è del tutto evidente: – ci troviamo qui fuori di qualunque retorica.
La domanda che insorge, allora, è se davvero sia necessaria la retorica per controbattere il terrorismo.
Di qualunque marca esso sia. Da quanto abbiamo appena visto, la retorica si rivela affetta dal grave svantaggio di occultare la verità. E ciò, di per sé, non può che essere fortemente negativo. C’è però qualcosa di più. Perché forse non è affatto un caso che gli attentati terroristici islamici suscitino nei politici occidentali l’esigenza di fare retorica. Tale retorica menziona infatti proprio i valori. Ma siccome essa è fatalmente falsa, allora anche denuncia, svergogna e tradisce sé stessa. Essa dimostra insomma la fatale falsità del discorso occidentale proprio laddove essa non dovrebbe sussistere, e cioè laddove il suo oggetto sono i valori. Ed i valori, comunque stiano le cose, sono sempre espressione di una Verità. Ebbene il rivelarsi di tale falsità, ed anche perfino le stesse forme mediante le quali essa si rivela (quella di una tragica ed insieme patetica auto-denuncia), sono un evidente segno di debolezza. Ora, a cosa si punta in primo luogo nel contesto di una strategia bellica, se non proprio al fare emergere la debolezza del nemico? Ancor più se essa stessa si copre di ridicolo e di vergogna!
Mi sembra allora chiaro che il nostro cianciare del tutto a vanvera di «valori occidentali», nel momento in cui subiamo l’attacco del terrorismo islamico, non solo non impressioni affatto il nemico ma anzi perfino lo rallegri. Dato che la nostra reazione era esattamente ciò che esso voleva ottenere. Il che rivela la situazione disperata in cui ci troviamo ed inoltre ci copre di ridicolo. Ma il punto sta proprio nella situazione disperata che in tal modo viene alla luce. Il che significa che la lettura di tale complessivo fenomeno conosce un orizzonte molto più vasto ed anche ben più significativo. Perché il nostro così patetico e disperato appello a valori del tutto falsi, e cioè a disvalori, lascia emergere il vero e proprio disastro costituito da quello stato di degenerazione della nostra società (e soprattutto Civiltà) il cui nucleo è proprio la tragica assenza totale di qualunque genere di valore. Cosa che denuncia poi ovviamente il fatto che la nostra non è affatto una Civiltà; e ciò in quanto essa non costituisce affatto un Ordine, ma invece solo un Caos.
Dunque la retorica anti-terroristica fallisce ancora più miseramente laddove essa perde la preziosa occasione di approfittare dell’attacco terroristico islamico nell’unico aspetto in cui esso si presenta come benefico, e cioè nel mettere in luce quanto drammaticamente vitale sia il nostro bisogno di valori. Questo è insomma l’aspetto più drammatico ed insieme ridicolo della faccenda.
A questo punto non resta allora che soffermarsi sulla natura dell’Ordine che viene invocato con la spinta polemica al ripristino dei valori. Ebbene, al di là del Cristianesimo, noi occidentali siamo in questo davvero bene equipaggiati. Alle radici della nostra cultura vi è stato infatti quel pensiero di Platone che come non mai indica i modi mediante i quali può essere eretto un Ordine di natura positiva (e non invece solo negativa), ossia un Ordine totalmente fondato sul Bene quale Giustizia. E questo non configura assolutamente un Totalitarismo, sebbene revochi la giustificazione di qualunque forma di dissoluzione della società e della civiltà. Inclusa, ovviamente, quella sollecitata dallo stesso terrorismo.
È insomma proprio qui che dovremmo guardare per trovare quei valori di cui avremmo assoluto bisogno.
Ebbene, per quanto possa sembrare strano, il terrorismo islamico è esattamente la chance storica che ci viene offerta per rivolgerci finalmente a quest’opera. Dunque è una pura perdita di tempo, se non una bestemmia, il blaterare invocando contro il terrorismo dei valori che o non ci sono o sono del tutto distorti.
Semmai dovremmo invece cogliere l’occasione e fare ciò che la Necessità, sotto le vesti della storia e della politica, ci sta chiedendo di fare.
La lotta contro il terrorismo è in realtà lotta contro noi stessi.

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Non ci capisco un acca di calcio, e non avrei nemmeno visto la finale se non avesse giocato il Portogallo. Questo paese è infatti un po’ la mia seconda casa, e così molti fili d’amore mi legano ormai ad esso.
Per questo, dopo la grande vittoria, permettetemi gridare a squarciagola: «Viva Portugal!».
E permettetemi anche di fare un pò di epos nazionale. Becero, arbitrario e fuori luogo quanto si vuole, ma comunque almeno oggi legittimo. Permettetemi di farlo solo oggi, il giorno dopo la vittoria. Prometto che non lo farò più.
Dunque, signori, giù il cappello davanti all’onore ed alla gloria di Portogallo. E tutti in ginocchio!
A parte l’inno nazionale («Às armas, às armas. Sobre a terra e sobre o mar!»), troppo marziale e fiero come tutti gli inni, quello di «Viva Portugal!» è un grido ben diverso. Lo è perché nobile ed antico in quanto popolare. Esso, infatti, è sempre fuoriuscito non tanto dalle canne dei fucili e dei cannoni, ma invece molto più dal profondo dei cuori. Da un luogo di passione ed amorosa gratitudine. Esso proruppe nelle gole dei meticci nel nord est del Brasile che diedero la loro vita alla così remota patria ultramarina, resistendo all’invasione olandese per poi sbaragliarla. Fu gridato a Buçaco quando le truppe portoghesi sbarrarono finalmente la strada allo strapotente ritorno trionfale di Junot. Ed infine aleggiò anche sopra i garofani della rivoluzione di Aprile.
Più che un violento grido di guerra esso è dunque sempre stato un grido d’amore, di riscossa dall’umiliazione e di ritrovamento di orgoglio. L’orgoglio di un popolo che non è certo mai stato privo di motivo. A parte le Descobertas, già gli antichi Lusitani furono il nerbo dell’esercito a lungo vittorioso di Annibale. E l’eroe popolare Viriato fece passare a Roma davvero un vero pessimo quarto d’ora durato 18 anni.
Ma chi sono ora i portoghesi che gridano il loro orgoglio a fronte delle strapotenti ed arroganti armate calcistiche francesi? Che come Junot erano scese in campo per vincere senza fallo.
Non si può proprio evitare di dirlo: – siamo tutti noi sud-europei!
Come poteva allora non essere irresistibile il moto di solidarietà che, tra le squadre in campo, faceva ad alcuni di noi scegliere per quale delle due tifare? Io personalmente non ho avuto esitazioni. Da un lato l’alterigia irruente ed imperialista degli Bleus, e dall’altro lato la decisione lusa a vendere cara la pelle, a non piegarsi, a resistere, per poi andare alla riscossa. Nonostante la propria inferiorità.
Era un sogno, e tale è stato fino alla fine. Fino a quel gol di Éder (Edersito). Gol che, più ancora che dal suo piede, usciva dal profondo dell’anima di chi tifava per il Portogallo pur non essendo portoghese.
Era un sogno, e la sua forza indomabile si mostrava già quando Cristiano Ronaldo cadeva per non alzarsi più. Forse questo è stato solo il frutto di una crudele combinazione del caso, Ma comunque, anche se prodotto della porca volontà del destino, e non di quelle di Payet e Dechamps, l’atto sembrava troppo sleale, animale, sporco e spregevole per non dover essere punito da un contro-destino ben più puro e giusto. Inevitabile arrivare a pensare ad una sorta di divina Nemesis, ma in realtà si trattava solo del più puro e pulito spirito della vittoria. Quello che a volte si insinua nelle pieghe sudice delle leggi ferree e crudeli del mondo per mettere le cose come esse devono stare. Inevitabile correre con il pensiero al divino «dover essere» platonico. E mi si perdoni di nuovo l’iperbole retorica.
È stato questo alito purissimo e leggerissimo ciò che ha soffiato sulle teste e sulle gambe dei giocatori portoghesi per tutto il tempo. Mentre resistevano ostinati ed eroici alla strapotenza arrogante dei francesi, non mancando però di far loro assaggiare di tanto in tanto l’aculeo della forza indomabile.
Finché non è giunto il gol. Liberatorio come tutti i gol, ma questa volta molto di più. Perché tanto improbabile esso era stato, quanto era stato desiderato con tutte le proprie forze da tutti coloro che erano intanto entrati nel ritmo pulsante di sangue delle vene luse. I tifosi sugli spalti gridavano la loro gioia liberatoria ed il loro orgoglio di razza ormai non più irretito da alcun umiliante destino.
Ma dall’altro lato, stretti con loro, c’eravamo noi, i non-portoghesi, gli europei del sud. Tutti coloro che, volenti o nolenti e più o meno consapevoli, dovevano avvertire in questa partita molto più che un evento calcistico. Il gol ha tolto gli argini a tutti questo, liberandolo e facendolo esplodere e tracimare.
Ora fuori la Francia e fuori anche la Germania!
Anni, anni ed anni di umiliazioni e malversazioni in un’Europa nord-europea che ha voluto essere solo una gabbia d’acciaio burocratica delle peggiori. Anni, anni ed anni di cedimenti e rinunce di tanti alla propria identità di storia, di terra e di popolo. Anni, anni ed anni, soprattutto, di rinuncia al vero e più puro ideale europeo. Quello politico, disinteressato, nobile. Non quello gretto, micragnoso, stupidamente inflessibile, calvinista e feroce, che ci è stato imposto dalle Panzerdivisionen tedesche mimetizzate da banche. Le quali ieri, incredibilmente, hanno invaso e combattuto sotto le insegne francesi ed alle note dell’inno della Rivoluzione.
È la vittoria, finalmente, contro tutto questo, la vittoria che fa gridare dal balcone con quanto fiato si ha in gola: «Viva Portugal e onore e gloria al grande popolo luso!». È un grido di liberazione, un grido di abbraccio gioioso e di affratellamento pieno di gratitudine e speranza. Il Portogallo ci ha finalmente tolto lo scuorno dalla faccia. Il Portogallo ci ha vendicati e riscattato. Ha lavato il nostro onore. Ha vendicato e riscattato tutta la povera gente che in Grecia è morta di fame e si è buttata dalla finestra. In nome degli sporchi soldi, della micragna tedesca e delle scartoffie puzzolenti di Bruxelles, ed in nome dell’egoismo degli altri europei che giravano la faccia dall’altra parte.
Il Portogallo della nobiltà eroica ci ha fatto ritrovare la nostra dignità da tempo perduta. Il Portogallo della nobiltà eroica ci ha fatto ritrovare il vero senso della parola «Europa».
Non a caso il professore lisboeta al quale ieri scrivevo il mio entusiastico «Viva Portugal!», mi rispondeva: «Viva Italia! Viva Espanha! Viva Grecia! Viva Portugal!».
È nobile e valoroso il Portogallo! Come era sempre stato, anche se sotto le vergogne che tutti noi popoli del Sudeuropa in fondo condividiamo: – l’infingardaggine levantina, le varie «caixas dois» (per truccare i guadagni), la proterva corruzione individualista e senza scrupoli.
Il Portogallo nobile e glorioso ci fa guardare in faccia a noi stessi, alla nostra vera identità, alla vera fonte e natura del nostro orgoglio di eredi della grande civiltà greco-romana ed ispanico-atlantica.
È una nobiltà, questa, che ora è lì a nostra disposizione.
Spuntata di nuovo del tutto inattesa, per miracolo e per caso in una stupida sera di luglio. Spuntata come un leggiadro e delicato fiore, dopo una stupida partita di calcio e dopo uno stupidissimo gol. Non possiamo non impossessarcene.
E perciò gridiamo «Viva Portugal!» con quanto fiato abbiamo in gola.

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