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Archive for 18 luglio 2016

Questo scritto intende raccogliere le osservazioni da noi fatte a margine della lettura del testo di Luciano Montoneri, dal titolo Il problema del male in Platone [Il problema del male in Platone, Victrix, Forlì 2014]. In questa molto ampia investigazione (che nel 1968 Luciano Montoneri raccoglieva anche una grossa mole di studi critici) si sostiene che il nucleo della filosofia di Platone è proprio la riflessione sul tema e problema del male. Il che poi significa che il nucleo di tale filosofia è strenuamente etico-religioso; ed inoltre è anche metafisico-religioso, dato che la natura del male trova in Platone una definizione che sta profondamente in linea con la tradizione orfico-pitagorica. È dunque in questo senso che in Platone la dottrina tendenzialmente intellettualistica di Socrate (male come difettività ontologica nel senso dell’”ignoranza”) viene elaborata e sviluppata nel porre in luce una franca ontologia del male. Qui il male è ormai sprofondamento dell’anima nell’immanenza corporeo-materiale e sensibile, e dunque è peccato, caduta e colpa; con la conseguenza poi di rendere plausibili i concetti di espiazione punitiva e giudizio, ma anche di redenzione. Ma a tale ontologia del male corrisponde poi anche una franca ontologia dell’anima, laddove quest’ultima conosce una gradazione di strati gerarchici (corrispondente alla classica tripartizione dell’anima) che si muove in modo verticale-discensivo esattamente equivalendo così alla relazione onto-formante esistente tra l’anima, il corpo ed il mondo.
Ed a tale proposito la riflessione steiniana emerge immediatamente come punto di riferimento filosofico.
La pensatrice infatti dedicò tutta la prima parte del suo pensiero proprio all’esplorazione della formazione animica. In tal modo ella iniziò a muoversi sul percorso che l’avrebbe sempre più distanziata da Husserl per approssimarla invece sempre più a Tommaso. Orbene il primo pensatore rappresentò per lei la filosofia moderna – e con ciò un epistemologismo della coscienza come Io e Ragione, che è poi tendenzialmente anti-ontologista (secondo la tradizione kantiana) –, mentre il secondo rappresentò la filosofia antica, e con ciò un epistemologismo della conoscenza animica, a sua volta interconnessa con una vasta e franca ontologia (cosmo creato e mondo fuori di noi).
Già solo questo percorso steiniano sembra ricalcare perfettamente il distanziarsi di Platone dal piuttosto puro intellettualismo di Socrate (sebbene questo sia stato tutt’altro che laico) in direzione di una visione ontologica dell’anima che è poi essa stessa coniugata ad un’ampia visione dell’essere. Ma inoltre si profila qui un elemento che non è mai stato messo in luce della critica steiniana, e cioè la valenza in primo luogo tendenzialmente platonica (più che aristotelica) del pensiero di Tommaso. Valenza che è del resto perfettamente attestata dalla storia della filosofia (Gilson), anche se qui si tratta soprattutto del come Tommaso viene vissuto ed interiorizzato filosoficamente dalla Stein. Ella infatti si concentra sostanzialmente sulla teoria tomista della conoscenza (“Erkenntnisstheorie”), ed è poi esattamente questo l’elemento che la pensatrice indica come l’anello di congiunzione tra Husserl (filosofia moderna e laica) e Tommaso (filosofia antica e religiosa). Insomma il modo stesso in cui Tommaso viene preso in considerazione dalla Stein ci mostra quanto platonica sia stata la forma del di lei pensiero già nella fase intermedia in cui trovarono risposta le questioni emerse nella primissima fase (cioè quando la riflessione della pensatrice avveniva quasi completamente sotto il segno delle idee di Husserl). Questo, e diversi ulteriori elementi emersi nel corso della lettura del Montoneri (per la cui discussione rimandiamo al testo integrale dell’articolo), ci hanno convinto ancor più della giustificazione della tesi da noi sostenuta in un precedente articolo [Vincenzo Nuzzo, La dimensione metafisico-religiosa nelle opere precoci di Edith Stein, in: “Prospettiva Persona”, 2016 (in via di pubblicazione)]. In esso sostenevamo infatti che il pensiero steiniano è fin dalla sua prima fase fortemente concentrato su un’interpretazione spiritualistica dell’anima (e del suo rapporto con il corpo) che è già molto lontana dall’interpretazione razionalistica dell’interiorità umana esistente in Husserl. Successivamente però avevamo ipotizzato che il pensiero steiniano si fosse mosso da queste premesse per incontrare Platone (e precisamente il neoplatonismo dionisiano) soltanto nella sua ultimissima fase mistico-contemplativa. Avevamo illustrato parzialmente questa tesi in un raffronto con il pensiero di Simone Weil [Vincenzo Nuzzo, “Decreazione” in Simone Weil e dimensione apofatica in Edith Stein L’esperienza di un Dio presente e “impotente”, in: “Prospettiva Persona”, 92(2), 2015, 33-38], poi in altri scritti presentati su questo blog [Vincenzo Nuzzo, L’ipotesi di un idealismo “paradigmatico” alla luce dei pensieri congiunti di Proclo ed Edith Stein; Edith Stein e l’Essere: fede e filosofia. Il concetto di “idea-cosa” quale filo conduttore della filosofia; La-metafisica integrale l’idealismo paradigmatico e la questione dell’essere nella moderna filosofia religiosa], ed infine in uno scritto non ancora presentato dal titolo Edith Stein, il neoplatonismo e la metafisica integrale. Tuttavia il nostro successivo approfondimento del pensiero di Platone, da noi raccolto in una serie di scritti – alcuni dei quali sono stati pubblicati [Vincenzo Nuzzo, Il Platone proibito e l’Idea come la più reale delle cose”, Aracne, Roma 2016Vincenzo Nuzzo, Lo spirito della funzione fisiologica. L’anima in Edith Stein e Platone, Loghìa, Napoli 2016 (in via di pubblicazione)] ed altri sono stati presentati sempre su questo blog [Il moderno riduzionismo filosofico del fenomeno «neoplatonismo» Il moderno riduzionismo di Platone – come aprire la gabbia del canone? ; Il neoplatonismo pagano ed il neoplatonismo cristiano ; Il caso di Gregorio di Nissa. Indizi per un’unitaria metafisica filosofico-religiosa pagano-cristiana] – ci ha convinto di quanto sosteniamo ora (nel presente articolo), e cioè che il così evidente spiritualismo del precoce pensiero steiniano era esso stesso espressione di una profonda ispirazione platonica.
In ogni caso anche in questo articolo siamo stati costretti a toccare il tema spinoso della sostenibilità oggettiva, e cioè documentale, della nostra tesi. Tema che affrontiamo anche nella nostra tesi di dottorato [Nuzzo Vincenzo, L’idealismo realista del pensiero di Edith Stein e suoi presupposti platonici, Tesi di dottorato (in via di preparazione), Departamento de Filosofía, FLUL Lisboa]. Il problema è infatti che, tranne che per l’ultimissima fase del pensiero steiniano (dove la prossimità a Platone si mostra sostanzialmente solo e soltanto per la via di Dionigi l’Areopagita), non sussiste alcun elemento documentale per pensare ad una sua approssimazione platonica. Anche nel presente articolo abbiamo però sostenuto che il metodo documentale non ci sembra affatto di primaria importanza. Quindi il risultato negativo prodotto dalla sua applicazione non ci sembra essere affatto in grado di smentire la tesi che sosteniamo. L’approssimazione platonica del pensiero steiniano ci sembra infatti emergere come un’assoluta (quasi scontata) evidenza nel momento in cui, descrivendone la forma più suggestiva (senza i pregiudizi della critica canonica), se ne coglie anche l’essenza profonda.
NB: L’autore sarà ben lieto di inviare il testo integrale dell’articolo a chi gliene facesse richiesta scritta.

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