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Archive for 17 novembre 2015

Ormai…, dice lo scrittore e critico di grido, ormai si vive quà o là come se fosse la stessa cosa. In tante, tante, tante varie città. Non vi è più una sola città. Non vi è più la propria città. Si può nascere in un luogo e vivere in un altro.
Ormai…
Queste parole mi risuonano in testa come una musica funerea mentre mi aggiro alle quattro e mezzo di mattina in uno dei tanti illuminatissimi e luccicanti aereoporti del nostro mondo.
Ormai…
E mi dico che è vero che a stare sempre nello stesso luogo dopo non molto si inizia a provarne nausea e tedio. Se non orrore. Ed allora si guarda a quel giocattolo argenteo che solca lassù il cielo. Come se ci promettesse qualcosa. Come se potesse farlo davvero.
Non può!
Una volta entrati nel ventre di quei luoghi, nel lago di quelle luci e di quegli splendori di cartapesta, allora di colpo tutto il tedio del restare, del permanere, del marcire (specie dei piccoli luoghi), allora di colpo esso cessa di sgomentarci ed inizia a diventarci caro. Così che ci chiediamo come mai abbiamo fatto a non accorgercene prima. Ma è così. Non è possibile farlo se non quando se ne è fuori. Ormai è però troppo tardi. Quando si è fuori si è fuori. Ed è sempre per sempre!
Ed è esattamente allora che inizia il macello. Il giocattolo argenteo è ora lì a pochi passi da noi.
Egli ci aspetta con il suo ottuso e lievemente sardonico lucido muso bianco e quei suoi obliqui occhi specchiati. Ma intanto entriamo nel mulino di quelle luci scintillanti. Non allegre, no, sono invece immensamente tristi. Gelide! Non è un luogo quello. Perché un luogo ha un cuore, per quanto prosaico e dimesso. Un cuore che comunque batte. Anche se debolmente, anche se ordinariamente, anche se umile fino allo squallore. È proprio per questo che non lo senti. Ma c’è! Vivere in un luogo è sempre languire, è sempre sonnecchiare sballottato dalle scosse di quel mare locale. Minuscolo ma furioso. Spesso spietato. Ma è qualcosa in cui sei immerso in modo organico. Come una pianta nella terra con tutte le sue ramificate e tenaci radici. Così che a strapparne solo una, tutto il corpo sanguina. E grida straziato di dolore. Solo una! Figuriamoci tutte. È la morte. Per quanto sia infame quel luogo con quel suo piccolo e crudele mare.
Non è forse proprio questo il «mysterium incarnationis»?
La scoperta che fai allora è delle più terribili. Dopo aver lasciato il luogo, che può essere solo il tuo luogo, dopo aver pronunciato ed impersonato le stesse terribili parole dello scrittore e critico di grido, dopo esserti consegnato (arreso!) ai «tanti luoghi» del vasto mondo, allora non ci sono più luoghi. Soprattutto l’unico che per te può essere tale, il tuo!
Non vi è allora che quel luminoso gelo. «Impersonale!», questo è il suo volto e nome satanico. Un volto ed un nome senza volto e senza nome. È un lungo, interminabile, perenne oblio. Un vagare infinito verso un nulla. Un buio e sconfinato spazio siderale dell’interminabile e smorta deriva.
Per quanto possa essere un luogo. Un altro luogo. In cui si può vivere molto meglio che nell’altro. Il tuo. Il Luogo!
Ormai… Ma ormai… Ma è questo il mondo ora. Lo dice lo scrittore e critico famoso, e c’è da credergli. E così ti giri intorno e ne vedi tanti di loro. Ben vestiti ed indifferenti, con i volti immersi in quegli schermi azzurri. Anch’essi scintillanti. Loro possono ormai … vivere in qualunque luogo. Uno di essi, con una camicia bianchissima sotto il cappotto nero, fuma con gusto un sigaro. Che ne sanno dello Stabat Mater? Non lo ascoltano. Che ne è dello Stabat Mater? Che ne è del Trivium? Che ne è delle Sette Antifone al Magnificat? Non vi sono più timide e dimesse melodie, che esalino sussurranti da ordinari luoghi sacri. Abitati da disgraziati che in fondo non sanno nemmeno davvero perché sono lì. Presero il velo e vestirono l’abito senza trionfi, e con una specie di ordinaria, inerme e vuota gioia nel cuore. Una gioia inane che non ha davvero la forza di attingere il Cielo. E case, e case, e luci gialle sospese nel vuoto della notte. Ed albe bigie. Lento destarsi. Di nuovo i rumori. La vampa del meriggio. E poi di nuovo il declinare nel crepuscolo. E le tenebre.
Ma è questa la vita, amici! È questa la vita. È questo l’incarnazione. È questo la Terra. Un luogo circoscritto. Ed il resto è solo vagare nei siderali vuoti. Per quanto possa avere il confortante, ma illusorio, aspetto di un luogo. Sempre un luogo di altri, e non tuo.
Lo sa anche il topo da aereoporto, ombra lunga e nera (sembra più un’inquietante faina), che sgaiattola in un lampo sulla cima di un muretto e svanisce. Tanto che nemmeno so se lo ho visto davvero – forse fu solo un «oggetto mentale», ma comunque pregno di senso. Esso sgaiattola tra le rampe incrociate e sospese tra glabri spazi di cemento. I sotterranei in cui egli soggiorna sono non meno fetidi ed oscuri di quelli di un Luogo. Ma senza volto né nome. Senza alcuna memoria sepolta. Qui non ci sono davvero morti da calpestare. Qui c’è solo la Morte stessa. Il Nulla.
Ormai…! Ormai…!
È dunque davvero questo il mondo in cui ormai… viviamo?

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