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Archive for 9 aprile 2015

Risiedendo a Lisbona si può decidere di scoprire cosa c’è oltre i suoi confini urbani.
Lisbona è in qualche modo il Portogallo intero. Un po’ come Parigi è la Francia. Fatto curioso per una nazione come l’Italia (non diversa è la Germania) dove ogni metro quadrato di territorio, fittamente occupato, ha una sua identità specificissima.
Ma naturalmente ciò può valere solo “in qualche modo”. Perché non è che il Portogallo, pur essendo molto piccolo, non abbia le sue specificità locali. Per esempio le sue due estreme regioni, il nebbioso Minho al nord e l’assolato Algarve al sud, non solo si differenziano notevolmente tra di esse ma anche si distaccano abbastanza dal corpo centrale del paese. Comunque, data la sua non grande estensione, quest’ultimo può essere in qualche modo inteso come “dintorni di Lisbona” anche in zone e luoghi abbastanza distanti dalla capitale.
Due di questi luoghi sono Tomar e Santarém, l’uno borgo templare e l’altro borgo goticissimo.
A Tomar ci si va attirati innegabilmente dalla curiosità morbosa legata al mito templare, oggi così in voga nel mondo dei polimorfi gusti di un esoterismo new age che indubbiamente fa di ogni erba un fascio. Per cui, nel progettare la visita e poi ne condurla, bisogna fare il massimo sforzo per sottrarsi ai trabocchetti tesi da questa piuttosto volgare tentazione. Eppure però non c’è nulla da fare. In qualche modo da qualcosa del genere si viene inevitabilmente catturati. Ed affatto in negativo. Lo si sente subito non appena si varcano le poderose mura del Convento di Cristo e Castello di Tomar, rese ancora più alte ed imponenti a causa dell’apparecchio strategico dell’antica fortezza islamica (precedentemente forse romana),  e cioè l’alambor. Una pietrosa e scoscesa parete inclinata destinata a rendere difficile l’approssimazione del nemico alle torri (se ne può prendere visione per esempio nel castello crociato di Crac de Chevaliers in Siria). Immediatamente si è attirati irresistibilmente dalla mole tronco-conica della Charola (l’originale chiesa-fortezza ricavata da un pre-esistente edificio del castello arabo) e dal fantasmagorico apparato decorativo apposto poi ad esso nel corso della cinquecentesca riforma manuelina.
Questo già da lontano, ma quando poi ci si approssima di più si è letteralmente ingoiati da un vero e proprio apparato scenico fiabesco e surreale. Gargoils resi ancora più deliranti ed improbabili dalle tortuosità che ne cancellano i tratti distintivi, profusione lussureggiante di figure simboliche dall’esasperata resa scenica (vere e proprie immense catene e fibbie, rampicanti alberi della vita, fiori di loto…), teste da Bafometto, innumerevoli svettanti pinnacoli. E il rosone della Charola. Mai visto nulla di simile : ‒ un assolutamente asimmetrico vortice tortuoso ed ondoso inglobante vaghe e sospiranti ombre animiche.
Ma tutto questo è nulla davanti allo spettacolo a cui si assiste entrando. Di colpo, facendo ingresso nella navata centrale da una porticina laterale, ci si trova di fronte al ventre tenebroso della Charola. È un immenso e variopinto baldacchino quadrangolare sorretto dalle stesse colonne del  Tempio di Gerusalemme. Dentro di esso presenze statuarie bibliche e le gabbie dorate del gotico fiammeggiante.
Da qualche parte è inciso un sigillo di Davide. Ma dappertutto domina la spirale, riprodotta in ogni forma. Anche nella forma di un reticolo di intrecciate losanghe romboidali.
È abbastanza noto che la spirale è un elemento architettonico di culti assolutamente remoti, e risale infatti a strutture come i santuari sumerici ed il Palazzo di Cnosso, e dove ci viene suggerita la sua associazione alle scale incrociate e quindi ad un labirinto sempre conducente ad un tetto dove la Terra comunica con il Cielo. Così l’Albero della Vita e della Conoscenza, la cui vetta è la stessa Sapienza sacra (la Sofia) nella sua più integrale espressione. Equivalente allo Spirito che soffia sulle acque (pneuma, vayu, e ruah.  Ed infatti nel Convento di Cristo le scale della parte più recente (manuelina) recano proprio ad un tetto dove il sole letteralmente dilaga. Lì ci invade l’aroma delle vecchie pietre arroventate dal sole. Quello della così morbida ed aurea pietra di Tomar. Segno indelebile di un mondo ormai cancellato dal Moderno : ‒ io lo conosco dal profumo che avevano i terrazzi adiacenti al soffitto dell’antica casa paesana di mia nonna.
Poi c’è la cittadina attraversata dal lento e verde fiume Nabão. Anch’essa deliziosamente imbalsamata nel passato. Con viuzze fiancheggiate da negozi dalle austere e dolci vetrine di una volta. Il caffè centrale è un misto di Art Nouveau e lisce rotondità anni 30-40 ‒ il tutto amalgamato dalla rinfrancante sciatteria della decadenza. In questo reticolo sorgono diverse chiese romaniche e gotiche. Ma soprattutto l’antica sinagoga recuperata all’oblio succeduto alla conversione forzata dei giudei. Ha l’aspetto di un’umida ma venerabile cantina. L’altare circondata da un quadrato di sedie, antiche stele, vetrine con mezuzah, kippah ed altro.
Da questo luogo si può poi di nuovo regredire verso Lisbona.
Dopo aver visto Tomar, della città di Santarém ‒ zeppa di chiese romanico-gotiche, regolarmente provvista della sua antica Alcaçova (il castello), sede regale alternativa in quanto prossimissima a Lisbona, e fatta anch’essa di fascinose vie e viuzze ‒ non si fa nemmeno a tempo a parlare.
Molto prossima alla capitale è poi Mafra, sede di un palazzo che fu a lungo sede estiva dei re portoghesi. Altro edificio assolutamente fantasmagorico, con due candidi e possenti torrioni laterali che da soli lasciano a bocca aperta. Ma è di nuovo anche qui l’interno che ci cattura irresistibilmente. Gli amplissimi, altissimi e soleggiati corridoi che collegano i torrioni sono veri e propri viali da passeggio. Ad essi seguono poi gli ambienti di ogni genere e stile succedutisi nel tempo come luogo di soggiorno preferenziale dei reali. Due luoghi in particolare però avvincono allo stesso modo del castello di Tomar : ‒ l’ospedale francescano e la biblioteca.
Nell’ospedale colpisce soprattutto la sala di degenza. Non è altro che lo spazio di una chiesa, davanti al cui altare,  in  una penombra fresca ma ancora aleggiante di presenze, si allineano delle cellette decorate ad azulejos interamente occupate da letti fatti di ferro bruno e tavole di castagno. In fondo davanti all’altare se ne sta ancora, di spalle e pregando per i malati, un monaco di bassissima statura. Irresistibile la tentazione di guardargli in viso oltre il cappuccio calato su di esso. Ma non ci si riesce. È un fantasma. La biblioteca poi, molto simile a quella di Coimbra, appartiene al convento francescano,  anch’esso inglobato nel palazzo e parte integrante da sempre della sua vita.  È uno spazio ampio ed altissimo, dalle pareti decorate di ori e stucchi e zeppo di una quantità immensa di libri. Chissà se consultabili. Ma della loro manutenzione si occupano i morcegos, minuscoli pipistrelli che si nutrono di tarme.
Alla fine, prossimi ormai al ritorno a Lisbona, non si può non fare una deviazione verso Ericeira. La si può cogliere di sorpresa ormai molto prossima al crepuscolo. Mentre le nebbie create dalla risacca riflettono le ultime luci del giorno lungo la riva delle spiagge oceaniche, creando così un velario che più eroicamente romantico non potrebbe essere (ricorda molto Otto Runge e Caspar David Friedrich).  Dietro le spiagge immense falesie incredibilmente regolari e lisce, emicicliche o dritte come muraglie, si levano verso il paesino già illuminato. Tortuose stradine di acciottolato ascendenti e discendenti, che a volte si perdono in spiagge deserte. E dovunque giovani ed atletici surfisti barbuti. Al centro una serrata piazza rettangolare adorna di possenti platani tutti potati. A quell’ora vuota e sonnolenta, ma promettente profumate e brulicanti delizie estive.  E davanti a tutto questo un mare levigatissimo ancora emanante bagliori giallo-grigiastri. Quel mare inquietante e senza fine, che i pescatori di qui attraversavano su battelli mono-albero di venti metri giungendo fino in Brasile.
È il cuore nudo e povero, questo, dell’incredibile e favoloso coraggio sacrificale di questo popolo. Forse per questo la popolazione di Ericeira assistette silenziosa al definitivo addio al paese dell’ultimo suo re, Manuel  II, che da qui si imbarcò per l’esilio sullo yacht reale “Amelia”.
Ancora una volta il passato ci lascia sentire la sua palpabile presenza in questo paese.

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Una delle attività culturali offerte a Lisbona a turisti e non turisti (per chi fosse interessato offro i riferimenti alla fine di questo reportage) è quella dei “literary walks”.

Di iniziative come queste ce ne sono in tutte le città del mondo, ma, visto che la cosa mi interessa da vicino, sono andato a vedere di cosa si trattava. Mi ha accolto Teresa Jorge Ferreira in modo molto gentile ed accogliente. Il suo nome, pronunciato in portoghese, suona un po’ come T’resa. E questa  sonorità è così suggestivamente napoletana, e quindi cara e familiare, che da questo momento in poi la menzionerò proprio in questo modo. Mi sembra peraltro che questa assonanza possa rendere più prossima al lettore la specificità del luogo. T’resa è come me una dottoranda, ma in letteratura, e quindi su ogni aspetto della letterarietà urbana lisboeta ella è a conoscenza delle svariate teorie che i pesquisadores (ricercatori) si compiacciono di estrarre dai tanto amati documenti. Sembra infatti che nel settore delle scienze umane (una volta “scienze dello spirito”) non si possa più fare sapienza senza che essa, proprio per mezzo dei documenti, si renda credibile in quanto “scienza”. Io personalmente, come diceva Ferrini, “non capisco ma mi adeguo”.

In ogni caso questo scrupolo di ricerca risulta estremamente accattivante per il turista a caccia di informazioni e curiosità. E quindi, nella circostanza specifica, non si può che considerarlo benvenuto. E così anche chi, per sua passione personale di conoscenza, già sa degli autori e delle opere di cui in queste passeggiate letterarie si tratta, viene a sapere particolari molto interessanti. Gli scrittori, nel percorso offerto da T’resa, sono Camões, Eça de Queiroz, Pessoa e Saramago. Insomma i nomi più rappresentativi della cultura portoghese, anche se inevitabilmente solo la punta di un grande iceberg, e che quindi lascia fuori i nominativi di affascinanti poeti, narratori e pensatori. Del calibro di Antero de Quental, Camilo Castelo Branco, Alexandre Herculano, João Baptista Almeida Garrett, etc. In ogni caso  ce n’è più che abbastanza per cogliere l’aura e l’aroma dei luoghi che hanno fatto nel tempo la vita letteraria di Lisbona e la sua rappresentatività per l’intero paese. Escludendo ovviamente Coimbra (l’antica Coninbriga romana e celtica), che era stata dal Medioevo in poi il vero cuore pulsante della cultura lusa.

E su tutto ciò sembra curiosamente dominare proprio  Eça de Queiroz con il suo verismo così sprezzante verso la Lisbona provincialissima e perdutamente “borghese” della fine del XIX secolo. Insomma una nota polemica in più rispetto al verismo naturalista dei nostri Verga, Capuana, De Roberto, Deledda e Matilde Serao (ai quali assomiglia molto più un Camilo Castelo Branco). Eça, polarizzato com’era da Parigi e dai suoi piaceri “intellettuali” (dice lui), proprio non poteva soffrire questa Lisbona che si trascinava invece ancora dietro la zavorra di pesanti condizionamenti moralistico-religiosi. E che a lui quindi appariva come un provincialissimo luogo di noia borghese e di imbarazzanti corruzioni nemmeno poi tanto tenute nascoste. Fatto sta che però, pur vivendo prevalentemente a Parigi (dove le influenti amicizie della moglie Dona Emilia gli avevano procurato un prestigioso posto di diplomatico), egli dipendeva comunque strettamente da Lisbona per le ispirazioni necessarie alla sua produzione letteraria. La quale fu dunque una continua descrizione (critica ovviamente) della vita lisboeta.

Ma è proprio a tutto questo che si riaggancia la generazione successiva di scrittori, anch’essi polarizzati dalla trasgressiva creatività della vita parigina. Nella quale ritroviamo l’emblematico Fernando Pessoa. Lui era un uomo, uno scrittore ed un pensatore senz’altro del tutto sui generis (sebbene anche lui tutt’altro che non cosmopolita, in quanto come il grande Borges, scriveva correntemente anche in inglese), e quindi affatto paragonabile al del tutto prevedibile (e forse perfino non proprio autentico, se non cinico) Eça, ma comunque nella sua cerchia di sodali vi erano intellettuali come quell’Almada Negreiros la cui passione principale fu proprio quella di “épater les bourgeois” con trovate e sparate simili a quelle dei nostri futuristi. Cosa che riaggancia fortemente l’intero movimento a quel nietzschianesimo stravolgitore ed estremisticamente rinnovatore  che già nell’intero mondo di idee di Pessoa trovava un sostanzioso aggancio.

Ma su tutto ciò domina, tra vari luoghi (tra i quali il famosissimo Chiado), quella fatidica ed antica Praça do Rossio  che già aveva assistito alle intemperanze bohémiennes dello stesso Camões. Il quale pare ammettesse che proprio il ripudio subito da Dom Manuel I, che poi lo costrinse ad una vita girovaga da soldato ed avventuriero tra Africa ed Indie, non solo lo allontanò da quella Lisbona ctonia di eccessi notturni, ma anche fu alla radice della sua massima creatività artistica, ossia la stesura del poema bardico Os Lusíadas, cioè l’autentica epopea mitico-eroica dell’identità lusa. Proprio tra gli innumerevoli caffè di Praza do Rossio, Almada Negreiros saliva sui tavoli producendosi nelle sue improvvisate e convulse pieces trasgressive, destinate a cambiare  una volta per tutte la vita culturale portoghese. L’obiettivo primario era senz’altro quella Chiesa cattolica portoghese che sempre, nel corso di innumerevoli vicende (dalle baldanzose crociate anti-more, ai deliranti quanto fascinosi sogni teocratici e guerreschi dell’Infante Don Sebastião, alla reazione sanguinosa scatenata dal famigerato Don Miguel, ed infine allo Estado Novo fascista di Salazar) aveva giocato un ruolo chiave nella politica e nella cultura dell’intero paese. Ovviamente in primo luogo nella capitale. Infatti proprio a Praça do Rossio si ergeva ‒ laddove poi (dopo il distruttivo terremoto del  1755) sarebbe sorto il teatro nazionale Dona Maria II ‒ il cupo e sinistro edificio dell’Inquisizione portoghese. Che si insediò in quel luogo nel corso del 1500 proprio nel mentre si svolgeva la febbrile epopea dei “Descobrimentos” delle più remote plaghe del globo (che vide protagonisti, oltre Vasco da Gama, anche uomini come Camões e Fernando da Magalhães). E sempre a Praça do Rossio si svolsero gli atroci auto-da-fé, mentre nel 1506 nell’adiacente (impressionantissima) Igreja de São Domingos iniziò uno dei più violenti e sanguinosi pogrom della storia dell’antisemitismo.

T’resa guida il curioso di cultura lisboeta attraverso tutto questo, approdando infine al Saramago di Memorial do Convent, racconto che si estende dalle ombre senza pace del Rossio al palazzo reale di Mafra.

Ma sempre tra queste ombre si aggira anche il bellissimo libro di Miguel Real, A voz da terra, descrivendo l’allucinato e terrifico scenario proprio della piazza dopo il terremoto e nell’imminenza dell’onda di tsunami che avrebbe di lì a poco spazzato via quel pochissimo che era ancora restato in piedi. Un viaggio questo per davvero affascinante, del quale non si può che rendere grazie a T’resa ed al suo progetto (walks@tellastory.pt ) destinato a restringersi a pochissimi ma splendenti nomi di una tradizione di scrittori, intellettuali e pensatori veramente nutritissima ed invidiabile.

In conclusione c’è solo per un attimo da tornare ad Eça ed alle successive voci di un “modernismo” (tra cui senz’altro quella di Pessoa), che auspicava per Lisbona un’apertura a quel mondo di intelletto e di arte dalla quale essa era rimasta separata dopo il tramonto definitivo delle glorie di un intero popolo. Parigi e le sue raffinatezze sottili e trasgressive dominava questa vasta fantasia. Eppure non mancava di essere da lui stesso riconosciuto che anch’essa era città di vizio e corruzione. Proprio a Parigi egli collocava la perdizione di Maria Monforte (e galeotto fu proprio un nobile partenopeo come al solito senza scrupoli, Tancredo).

Oggi Lisbona, dopo la Lisbon Story di Wenders ha riconquistato il suo tocco internazionale. Aldilà del cosmopolitismo culturale e razziale che comunque non aveva mai perso. Ma la stessa T’resa sottolinea con amarezza che si tratta troppo spesso solo dell’attrazione esercitata da un immenso parco giochi. Sul quale aleggia sbiadita proprio l’icona del povero Pessoa. Proprio mentre ci illustra la storia delle ombre del Rossio ci passava davanti baldanzoso un veicolo amfibio giallissimo che trasporta i turisti in visibilio dalle acque del Tejo fin nelle vie e viuzze della città.

È veramente questo che vogliamo dal mondo e dalla cultura? E’ veramente questo ciò di cui abbiamo bisogno? È veramente questa la Lisbona che abbiamo bisogno di conoscere ? O non è invece forse molto quella di un passato che è qui ancora palpabilmente presente? Cosa che non implica affatto, a mio avviso, un provincialismo ipocrita da disprezzare. Sono infatti sempre più convinto che la noia dei luoghi piccoli ed appartati sia ormai solo protettiva. Per la salute, per la mente, e soprattutto per la “comunione” sociale.

Ma comunque le risposte ultime (sempre personali) le lascio al cortese lettore.

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