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Archive for 29 agosto 2014

Ho letto Deleuze E precisamente il suo “Che cos’è la filosofia?”
Cosa può essere questo? La confessione della vergogna per non averlo ancora letto? O la confessione della vergogna per averlo fatto? O nemmeno si può parlare di vergogna ma magari appena di colpevole ed inconfessabile imbarazzo?
Forse è proprio questo. Perchè, anche se sono un dottorando in filosofia non è con questo spirito che ora sto parlando dopo questa lettura. E nemmeno con questo spirito ho aperto il libro di Deleuze per poi  chiuderlo dopo poco. Troppo poco, devo dire.
E questo significa appunto che non posso proprio parlare come un filosofo. Devo infatti limitarmi ad illazioni più che a fondate riflessioni critiche.
Eppure da Deleuze cercavo proprio questo : ‒ aiuto nella mia ricerca critica verso la filosofia istituzionale.
E il guaio è che Deleuze critico verso la filosofia istituzionale lo è per davvero. La sua tesi è che  filosofare non è fare il professore dei concetti ma è invece fare il creatore dei concetti. Cosa ne viene fuori però?
Ne viene fuori che nè nei concetti nè nella filosofia vi è in realtà alcunchè di oggettivo. Così come nel mondo al quale entrambi si rifanno. Deleuze non si pronuncia in verità affatto sul mondo nè sulla scienza che lo studia. A lui interessa solo definire cos’è filosofia. E dato che per lui la filosofia è concetto e solo concetto, quale creazione (soggettiva, lo voglia o no), allora in essa non è  nemmeno il caso di parlare nè di oggettivo, nè di mondo nè di essere. Per la verità non è il caso di parlare nemmeno di soggetto, visto che esso, nel suo creare filosofico, si limita ad agire e non ad imporre la sua presenza. E se lo fa, dice il pensatore, diviene anch’esso appena un concetto. E come tale viene immediatamente espropriato della sua esistenza oggettiva.
È chiaro che in tal modo non è data alcuna storia della filosofia. Deleuze, nella sua dottrina di riedizione dell’eterno ritorno all’uguale (Nietzsche), non può fare altro che darci della filosofia l’immagine di un infinito andare e venire alternante di produzioni concettuali, che così come emanano allo stesso modo si ritraggono su se stesse. E tutto ciò non può che avvenire su un piano, quello della filosofia, che non è altro che una stupefacente quanto allucinatoria sezione del corpo del pensiero nella sua interezza. Da un lato e dall’altro c’è il pensare (“riflettere”) comune, quello della vita ingenua e della scienza. Nulla a che fare con quello della filosofia, che è creazione pura e fine a sè stessa. Dichiaratamente “inutile”. (altro…)

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