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Archive for 7 agosto 2014

«Mio caro Maurizio, ricorda sempre che alle offese, le ingiurie, le calunnie, il napoletano deve rispondere con il suo orgoglio!».
È la frase che campeggia a Napoli un po’ dappertutto facendo anche bella mostra di sè. Si sa che l’annotazione a margine di un ritratto, fatta da Eduardo De Filippo per Maurizio Valenzi.
E tutti avevamo visto giusto nel riconoscere in questo un colpo gobbo del nostro Gigino (lo conferma un articolo di Marco Perillo del 25.01.14 su Il Mattino.it)
E tutto sommato si possono anche riconoscere le buone ragioni delle intenzioni di Gigino.
Solo che, forse, diversamente da quanto pensa Perillo, più che di una reazione alla  sistematica “diffanazione mediatica” di Napoli, si tratta semmai uno stratagemma per fortificare l’orgoglio dei napoletani e così per infondere in essi quel rispetto di sè stessi che evidentemente non hanno.
Fatto sta però che invece i napoletani sono fermamente convinti di averlo! E proprio da questo bisogna partire.
Il che significa, diveramente da ciò che scrive Perillo, che il problema non sta affatto nella diffamazione mediatica di Napoli, ma semmai nell’esatto opposto, e cioè nell’interpretazione corretta che di essa bisognerebbe fare. Una chiave per tale corretta interpretazione ce l’aveva data Giorgio Bocca nel suo libro su Napoli, in cui ci aveva caldamente invitato a fare ciò che non facciamo, ovvero indignarci.
Ebbene, il così auto-referenziale e così troppo facile orgoglio dei Napoletani è proprio l’espressione di questa incapacità di fatto di indignarsi. Il che significa che la frase di Eduardo andrebbe molto meglio, ed andrebbe anche forse incontro all’effetto voluto, solo se venisse così riscritta : ‒ «Mio caro Maurizio, ricorda sempre che alle offese, le ingiurie, le calunnie, il napoletano dovrebbe rispondere con la sua vergogna di essere napoletano!».
Insomma la vera via ad un orgoglio napoletano (in principio del tutto giustificato), ma sano, appare essere quello del vergognarsi di essere napoletani. E non invece quella dell’inorgoglirsene.  Almeno in primis. La giusta e sana risposta alle cosiddette diffamazioni mediatiche di Napoli dovrebbe dunque essere proprio questa. E ciò per il semplice motivo che non si tratta di diffamazioni ma di pure costatazioni di verità.
Le verità che noi proprio non vogliamo vedere, e che per questo seppelliamo sotto strati e strati di del tutto immotivato orgoglio. Orgoglio legittimo è infatti quello motivato da un oggettivo valore.
Ma dov’è l’oggettivo valore di noi napoletani? Dico nei fatti e non nel principio!
La prima evidenza che ne sconfessa l’esistenza è il nostro spaventoso provincialismo auto-referenziale ed auto-glorificante. Lo stesso provincialismo che ci permette di essere orgogliosi di noi senza fondamento, e spingendoci così peraltro a comportarci da cialtroni.
Ne volete un esempio?
Il tripudio medio dei napoletani davanti all’umiliazione calcistica del Brasile davanti alla Germania. E ciò per puro e semplice spirito campanilistico. Perchè il Brasile è rivale dell’Argentina, e l’Argentina, calcisticamente, equivale all’amato Ciuccio. Umiliazione che dunque dimostrerebbe il dogma stesso del provincialismo partenopeo in campo calcistico : ‒ “Maradona è meglio ‘e Pelè!”.
Ma si da il caso che questa è cialtroneria!
In primis perchè si è così infierito in modo pochissimo cavalleresco su un “nemico” morente, ammesso che il Brasile possa essere considerato tale (vista l’autentica passione, malissimo ripagata, che i brasiliani hanno mediamente per noi italiani). In secondo luogo perchè in tal modo i napoletani tradivano un diffuso e legittimissimo sentimento anti-tedesco italiano e sud-europeo. Cioè, come al solito, essi si lasciavano andare alla celia irresponsabile laddove si sarebbe dovuto invece essere seri. Nostro male storico, questo.

E dunque, come guardare, alla luce di tutto questo alla notizia diffusi dai TG secondo cui la serie “Gomorra” starebbe “spaccando” in tutto il mondo?
Pare che effettivamente la serie sia stata accolta con favore entusiastico in tutto il mondo da pubblico e stampa! Ma invece di fare trionfalismo, dovremmo non dico chiederci, ma almeno avanzare dei sani sospetti sul vero perchè di questo.
Si può veramente pensare che una serie come Gomorra venga apprezzata nel mondo, per quel che mostra di noi e della nostra natura (la natura profondamente camorrista e malefica che ci appartiene), non in relazione al lato oscuro  di Napoli ‒ che è sempre stato in tutto il mondo oggetto di morboso fascino insieme alla falsa immagine della “cartolina”  e della “città balneare” giustamente deplorate da La Capria ‒, ma in relazione ad un riconosciuto valore della nostra industria dello spettacolo?
Si può veramente pensare che quel pubblico e quei giornalisti che hanno apprezzato Gomorra, lo abbiamo fatto con spirito diverso da quello di un pubblico che ormai mondialmente tributa i giallisti dei titolo di “migliori scrittori” nazionali? E da che cosa è attirato un pubblico del genere? Dal marcio, dal morboso, dall’abnorme, dal perverso? E, al di là delle ben più superficiali intenzioni ddascaliche, cos’altro ci mostra, e con dovizia di complice retorica estetizzante, la serie Gomorra, se non questo?
Embematica è al proposito la sottile e corrosiva ironia germanica (naturalmente da noi non capita) con la quale una testata giornalistica tedesca commentava il tracollo di un altro famoso clan dello spettacolo  a vantaggio dei “the Savastans”.
Si deve dunque inorgoglirsi ‒ e pontificare su Gomorra come volano dell’imprenditoria partenopea, come ha fatto l’attore protagonista al TG, Marco D’Amore, alias Ciro Di Marzio, “L’Immortale” (non a caso faccia d’angelo al servizio del male demoniaco promosso fortunato tema di spettacolo) ‒, oppure molto più sobriamente ci si deve vergognare?
Personalmente penso che sarebbe stato molto meglio che Gomorra non fosse mai assurto ai fasti della cronaca dello spettacolo. E sono convinto che se lo dovrebbero augurare pure i napoletani. Anche quelli più provinciali e cialtroni.
Gomorra mostra di noi, infatti, la pura e nuda realtà profonda, cioè quella che noi stessi non vogliamo vedere. Quella determinazione profonda che fa del napoletano medio (naturalmente con tutte le moltissime dovute eccezioni ‒ ci mancherebbe altro!) un vero e proprio lazzaro per natura, cioè un figlio dell’Oscuro Signore che ci domina, e che ha la forma materiale del Vulcano.
Cosa che la letteratura mondiale ha del resto da sempre conosciuto, come ho dimostrato in questo blog (in un post del 06.06.14) in una citazione da un racconto dello svizzero Gottfried Keller : ‒ «…così Napoli è la capitale del Regno omonimo, col suo Monte Vesuvio che vomita fuoco. Su tale montagna una volta ad un capitano della marina inglese ‒ come ho letto in una descrizione di viaggio ‒ comparve un’anima dannata, e quest’anima apparteneva ad un certo John Smidt, il quale centocinquant’anni innanzi era stato un uomo ateo ed ora affidava al suddetto capitano una incombenza da assolvere al suo rientro in Gran Bretagna, in maniera che egli potesse essere liberato dalle fiamme ; l’inter montagna di fuoco, infatti, altro non è che il luogo dove i dannati vengono trattenuti, così come si legge altresì nel Trattato del dotto Peter Halser sopra le presunte occasioni dell’inferno….». (Gottfried Keller, I tre giusti pettinai, Catania : Paoline 1963, p. 67)

Ma infine voglio pure ammettere di avere torto su tutta la linea.
Ed allora invito i napoletani più intraprendenti in tema di spettacolo ad essere estremamente coerenti, portando alle estreme conseguenze le ispirate parole di  D’Amore.
Dobbiamo insomma organizzare e pubblicizzare in tutto il mondo visite guidate dei turisti a Scampia, così che possano prendere contatto diretto con il luogo fisico che ha mobilitato le loro emozioni di fronte alla serie “Gomorra” ed ai suoi orribile ceffi. Per i quali  un pubblico sano si sarebbe solo augurato che finissero dritti all’inferno e nel più breve tempo possibile. E così, più che tributarci onori, ci avrebbe semmai compatito per le nostre inconfessabili vergogne.
Con questa operazione di marketing turistico, comunque, veramente il cerchio si chiuderebbe e tutto andrebbe definitivamente al suo posto.
In male naturalmente.
Del resto cos’altro ci possiamo aspettare in una città ormai in tutti i modi definitivamente espugnata proprio dalla Camorra? Lo dimostra tragicamente il nostro esultare per la ripugnate materia purulenta messa allo scoperto da Gomorra, un male che (proprio come quel “nichilismo” che Heidegger invitava a guardare in faccia con lo stesso cinismo irresponsabile) solo se guardato da vicino già ti ha irrimediabilmente contaggiato.
E noi infatti ne siamo ormai irreversibilmente contagiati.

Ahimè, perchè io amo profondamente e perdutamente questa terra. E proprio per questo, finchè le cose non cambieranno per davvero (cosa che chissà se mai avverrà), non potrà fare altro che vergognarmi sanamente di essere napoletano. Certo così di obbedire all’altrettanto sano “dispera!” raccomandato da Kirkegaard.

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