Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for 3 agosto 2014

Recensisco qui uno dei più bei racconti che abbia mai letto. Uno scritto che, come il “Periphyseon” di Scoto Eriugena, non può, dopo essere stato letto, lasciare la vita del lettore così com’era prima.
Esso rivela infatti all’uomo qualcosa di veramente fondamentale ed estremo.
Ciò innanzitutto per due aspetti generali del racconto, dei quali solo mi limiterò a trattare, dato che questo libro non può essere raccontato ma deve essere letto.
Il primo di tali aspetti generali è la descrizione dell’uomo nella condizione di decaduto all’altro mondo e caduto in questo mondo. Questo è l’uomo che aspetta e intanto ricorda. I suoi ricordi più lontani sono offuscati ma sensibilmente presenti. E la loro traccia tangibile sta nell’immagine sfuggente di una continuità ogni volta riannunciata da misteriosi “elementi”, che parlano dell’Oltre come se parlassero dell’Infanzia. Ce lo aveva lasciato indovinare anche Pessoa nel suo “Livro do Desassossego” : ‒ i ricordi che facciamo risalire all’infanzia risalgono in realtà molto più indietro. Essi risalgono ad un Oltre che sta alle nostre spalle ed è esattamente quel mondo dal quale, con tutto il cuore, non vorremo mai esserci separati. Ammesso che siamo veramente uomini, e non appena animali. Proprio da lì proviene l’Anima spedita sulla terra senza tanti complimenti dalla Natura, di cui parla Leopardi nelle sue “Operette morali”.
Dunque ricordi dell’Oltre come se fosse qui! Infatti è qui, ci suggerisce Eriugena.
Il secondo degli aspetti generali del racconto è quello di una storia che ha due letture parallele : ‒ quella sana e quella insana, quella realistica e quella visionaria. La prima induce ad un crudele e sobrio reaalismo pragmatico, e la seconda permette le più alte ed incredibili speranze.
Ebbene, le storie e le deduzioni sono entrambe vere! “Tutto è verità, tutto è menzogna”, udremo dire alla Fata delle Briciole.

La storia narra di un certo Michele, un povero malato mentale ospite del manicomio di Glasgow.
E si svolge tra Granville, in Normandia, davanti all’isola di Mont Saint-Michel, e Greenock in Scozia.
Di entrambe la storia ricorda molte cose reali (gli sbarchi dei Vichinghi, la Belle Epoque di Proust, l’ingegnere Watt, il pirata Capitan Kidd, la Scott’s che sfornava navi nell’ultima guerra, il D-Day…).
Ma Nodier ci fa capire che le due città rientrano in verità in un grande regno millenario, ancora oggi retto dalla bellissima Belkiss, nient’altro che la Regina di Saba, moglie di Salomone. Nulla di veramente diviso, dunque. Nel tempo e nello spazio. E tutto invece unito in viaggi straordinari.
Uno di questi quello promesso dall’inverosimile “vascello di nuova invenzione”, avveniristica nave ebraica pilotata da un capitano con sembianze a Michele curiosamente familiari (somigliava a quello che pilotava la nave nel cui naufragio egli era approdato a Greenock). Meraviglia dell’ingegneria navale destinata da Greenock ad un viaggio per canali sotterranei che l’avrebbe portata ad approdare dopo tre giorni ad Arrachieh nel deserto libico. La nave appartiene al Re Salomone stesso, Signore del Regno a cui appartengono anche Granville e Greenock.

Bene. Michele è ossessionato dal sogno illusorio di trovare la mandragora che canta ed in manicomio passa tutto il suo tempo a cercarla. In cuor suo, sul piano della realtà, sà bene che non la troverà mai, e così andrà incontro a quella suprema esperienza così descritta : ‒ “E là, all’ultima mandragora, cui resta ancora un fiore, quella che cadrà sotto l’ultima pressione delle mie dita e sarà muta all’orecchio, come la vostra, il cuore mi si spezzerà ! E voi sapete come l’uomo ami respingere fino all’ultimo limite, con la lusigna di una speranza a lungo cullata, l’idea disperata che egli ha sognato tutto….TUTTO ; e che oltre le sue chimere non è rimasto niente ….NIENTE!”. È terribilmente vero e lui lo sa. Anzi questa è l’esperienza più vera che un uomo mai possa sperimentare nella sua vita. L’esperienza veramente finale dell'”è ora!”. Dopo di essa nulla è più lo stesso, perchè tutto è definitivo. Vero come non mai.
Ma Michele sa in cuor suo anche che troverà per davvero la mandragora che canta. Lo sa su un altro piano, irreale ma non meno vero. E così sa che quel supremo momento è finale, ma nello stesso tempo non lo è. Solo in quell’estremo deserto potrà infatti cominciare la vera vita. Quella della totale dedizione a “fantasia” e “sentimento”, che è propria solo degli “eletti”. È la piena esperienza dell’Invisibile alla quale giunge solo chi non crede ad altro che ad essa. A costo di essere considerato pazzo e di esserlo in qualche modo davvero.

Tra le due polarità qui delineate c’è tutta la storia, che io non racconterò.
Dirò solo che alla fine della narrazione si comprende che esistono in realtà due racconti e non uno. Il primo è ormai alle spalle del lettore e del narratore, ed è ormai per sempre svanito. In esso vi sono Michele e la sua Fata delle Briciole, che altro non è la bellissima principessa Belkiss. E tutti i luoghi chel li conoscono bene. Nel secondo racconto c’è solo e soltanto il manicomio di Glasgow, dal quale pare che Michele sia fuggito in circostanze misteriose ed inspiegabili. Con un fiore in mano e cantando una strana canzone. Quanto al resto, i luoghi abitati dai personaggi del primo racconto, nessuno conosce altri che un pazzo ed una vecchia nana mendicante e storpia.
Non vale la pena di dire di più. Vale solo la pena di ricordare il medico che sembra un mastrogiorgio, un vero energumeno, e di cui Daniel Cameron dice che è venuto a Glasgow da Londra “per fare uno studio filantropico da applicare al progresso scientifico ed al miglioramento della sorte di tutti i malati dei tre regni”. Oltre la fantasia ed il sentimento, non c’è che questo, la scienza. Che per far del bene fà solo del male.

Solo due parole ancora su Michele e sulla Fata?
Chi è Michele, oltre che un pazzo?.
È chiaramente il tipo dell'”inerme” : ‒ l’innocente, l’ingenuo, il sognatore, colui che crede per tutta la sua vita solo e soltanto all’Invisibile. E che per questo pretende inflessibilmente dalla vita la felicità che effettivamente spetta agli uomini di diritto. La sola felicità che ad essi sia riservata. Ma che non si ottiene senza un’assoluta e fanatica fedeltà all’Irreale.
Proprio per tutto questo egli è un eletto, dunque un uomo assolutamente nobile. Ma proprio per questo è anche irrimediabilmente povero. Tutta la sua fede nell’Invisibile si risolve nella pura e semplice fede nel lavoro onesto, che altro non è se non “essere utile agli altri”. Piantare un albero, seminare un campo, costruire una casa, amare ed essere riamati ‒ queste le uniche cose per cui valga la pena vivere. Altro che filosofia e scienza!
Ma appunto l’amore!
La Fata è questo. L’amore vero e pieno. Quello della Donna delle Donne, la conturbante principessa Belkiss che si fa mendicante per stare accanto ad un insignificante ragazzo. Che però è tutt’altro che comune. È l’inerme. L’una e l’altra, i migliori tra le donne e gli uomini. Ma anche i più condannati all’insuccesso. Un insuccesso assoloutamente salutare.

Basta non dirò di più. Leggete il libro!
Tra l’altrro in molti suoi punti somiglia straordinariamente Victor Hugo.

Read Full Post »