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Archive for 28 aprile 2014

Di nuovo sulla filosofia come possibile pensiero religioso.

La filosofia, se troppo pura, cioè se non poetica ovvero sentimentale (e quindi se non fortemente sensibile al bello ed al buono : cioè se non religioso-morale), rischia di essere, in mani poco prudenti, una mera (in principio ripugnante) vera e propria tragica ed insoddisfacente mutilazione dello spirito. Che in fondo non serve a nulla ed a nessuno.
Allo stesso modo la pura poesia (quella condannata severamente da Platone nella Repubblica).
Sono poeta? Sono filosofo? Ringrazio Dio di non avermi mutilato facendo di me o l’uno o l’altro soltanto. La filosofia mi permette di toccare profondità vertiginose e la poesia mi permette di sentirvi l’orrore dell’infinito e l’ammirazione per la natura vivente” (Sully Prudomme, Diario intimo, Milano: Fabbri, 1963, pag. 61)

Fa eco a ciò la riflessione della Stein sul momento del sentimento come decisivo per il costituirsi di un mondo oggettivo in comune tra gli uomini (“comunitario“), il mondo della cultura e dello spirito. Un mondo oggettivo in quanto profondamente condiviso dalla comunità dei soggetti (cioè il riflesso vivo, morale-sentimentale, del così gelido ed asettico mondo inter-soggettivo puramente eidetico di Husserl). Ebbene qui l’oggettività si presenta a noi nella forma della “novità“, cioè come “un nuovo mondo oggettivo…il mondo dei valori“. Un mondo nuovo costruito su quello reale.
Esso si presenta a noi (e solo a noi: perchè i valori sono sempre in comune, così come il sentimento che coglie valori come la bellezza) in una forma che invece il mondo immediatamente svelantesi a me e solo a me, senza l’intermediazione di alcuna spiritualità con forti aspirazioni oggettivistiche (e quindi non puramente soggettivo-eidetica), non può proprio ambire a raggiungere. Occorre infatti qui una soggettività appassionata, ovvero intensamente attiva in modo sentimentale-morale. E quindi attiva nel configurare (creare) un oggettivo astratto ma affatto in modo puramente gnoseologico, e cioè nel senso appunto del bello e del buono. In un senso cioè affatto lontano dalla dimensione poetico-religiosa del pensiero.
La bellezza è infatti valore che costringe l’io a prendere posizione nella forma del sentimento (la gioia per la bellezza che dall’interiorità risponde al mondo nuovo dei valori).
Decisiva qui è dunque l’azione trasfigurante di uno psichismo nella pienezza della sua dimensione sentimentale, e la cui essenza è la spiritualità. Decisivo è quindi il sussistere di quest’ultima prima di qualunque ontologicamente previa oggettività. Previa cioè in modo moralmente e sentimentalmente neutro, che sia al modo dell’eccessivo realismo della scienza (o anche della teologia troppo istituzionale : per la quale il mondo in fondo non è un miracolo ma una necessità oggettiva), oppure al modo del laicismo filosofico che nega il profondo mistero dell’essere nella forma di una troppo esplicita metafisica.
E dunque la bellezza non ha nulla a che fare con il sensibile nella sua immediatezza e nella sua capacità si svelarsi come tale ad un soggetto pensante che solo di esso prenda atto senza alcuna sentimentalità. Anzi, per Heidegger, addirittura in forza di una sentimentalità negativa, la Angst, o angoscia primaria.
Con la bellezza e la conseguente gioia (facoltativo sentimento, e positivo : apertura ben diversa dalla fondamentale Angst), che è poi un giudizio (e quindi pensiero e non invece mera sensibilità), si tratta allora di un'”accettazione del valore“. O meno!. Si tratta cioè di un atto libero, ossia arbitrario. Ma al modo di una vincolante responsabilità morale.
La bellezza pone infatti condizioni alle quali non è affatto detto che si debba aderire, e quindi richiede ben altro che il solo pensare. Pensare solo puro, o pensare solo potentemente vitale. Essa esige, insomma, che il mondo venga da noi (insieme) interiormente (spiritualmente) trasfigurato, anche se affatto in modo lontano dal pensiero.
La bellezza è presa di posizione, decisione morale-sentimentale per un determinato tipo di mondo (affatto il mondo che si apre a me nella sua impositiva oggettività oppure che io stesso apro quale soggettività dominante), il rinnovato mondo spirituale (quello di cui parlà Cristo sotto la crice annunciando che avrebbe “fatto nuove tutte le cose“) : ‒ “…la bellezza richiede che io mi apra interiormente ad essa, che lasci determinare nella mia interiorità e fino a quando non do la risposta che richiede, la bellezza non mi riempie completamente e l’intenzione, che è insita nella semplice presa d’atto, rimane incompiuta“. (Edith Stein, Psicologia e scienze dello spirito, Roma : Città nuova, 1996, pag. 185).

É anche per tutti questi punti di vista che la filosofia non può che essere religiosa, e religiosa in senso morale ed estetico, cioè poetico.

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