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Archive for 30 marzo 2014

Per fare il discorso che ora farò potrei anche limitarmi a poche parole e pochi concetti.
Ma i filosofi mi accuserebbero di essere banale, volgare ed imbarazzante. Soprattutto perchè non giustifico le mie affermazioni.
Ed ecco allora la giustificazione, letterario-filosofica, del perchè la filosofia accademica si è trasformata nel tempo in un’istituzione anti-creativa, repressiva ed anti-libertaria.

Edith Stein, scrisse probabilmente “Introduzione alla filosofia” proprio nello scegliere un argomento per la sua docenza universitaria. Ma fatto sta che questo è un testo che apre ampi squarci sul suprannaturale anche se esso sembra guardarsi bene dallo sceglierlo come argomento di indagine filosofica.
Nell’Introduzione e nei primi due capitoli del libro, la filosofa si sforza molto di chiarire quali siano i concetti intuitivamente deducibili nel contesto delle conoscenze della filosofia della natura, e quindi restando conoscitivamente proprio entro i limiti del concetto di “natura” così come fomulato (ed infine imposto) dalla stessa scienza.
Ciò che ne viene fuori è che la continuità spaziale estensiva (sia in senso lineare che nel senso dell’estensione in ogni direzione dello spazio) è e resta in fondo l’essenza intuitiva ultima di tutte le entità e dimensioni naturali. E questo al di là di ogni teoria astratta della natura.
Tutto ciò che conosciamo in natura si presta insomma ad essere inquadrato in pieno in questo concetto.
La Stein non sembra voler dire dire di più. Tanto che verso la fine del secondo capitolo, dedicato di fatto all’attitudine misuratoria di quantità da parte del “fisico”, ella si limita a prender atto del fatto che “la natura e il processo naturale si prestano ad una trattazione matematica perchè sono estesi nello spazio e nel tempo e perchè partecipano di un continuo omogeneo” (pag. 96).
Punto e basta! Naturalmente bisogna leggere dietro ad un’affermazione a prima vista così prudente. E lo faremo tra poco.
Prima di farlo bisogna però solo appena ricordare i tanti squarci sull’invisibile, sull’immateriale, sull’assoluto e sul soprannaturale che in qualche modo sembrano continuare a sfuggire al controllo della filosofa, finendo così per costituire degli spiritelli indiavolati che ella è costrettta a richiamare continuamente all’ordine.
Non intendo entrare nel merito dei dettagli di questo discorso, per cui mi limito solo ad alcuni accenni dedotti da diversi momenti del discorso dell’autrice.
Quando parla dello spazio, del tempo e del movimento, emergono nel discorso i relativi assoluti come unico modo per poter concepire in modo intuitivo (e quindi prossimo all’essenza ed alla verità) dei fenomeni, che invece altrimenti si è costretti ad interpretare per mezzo delle più astruse teorie (astruse proprio in quanto lontanissime dall’intuizione più immediata).
Quando perviene ad illustrare la sostanza come qualità “interiore” (e pertanto stabile) della cosa nella sua identità immutabile, ecco emergere la dimensione della qualità come essenza.
E lo stesso accade quando ella parla della misurazione oggettiva (da parte delle scienze della natura) in relazione alle qualità di cui si ostina a parlare la filosofia per determinare cosa sia la cosa vera. Anche qui emerge la qualità, opposta alla mera quantità, quale vera essenza della cosa, e quindi molto più prossima alla verità. Proprio qui emerge peraltro l’enorme problematicità della misurazione quantitativa, dietro la quale si profila il fantasma (orribile alla vista per la scienza) di una “grandezza assoluta” come obbligatorio punto di riferimento di ogni misurazione. E la grandezza assoluta è qualcosa di “determinato in sè stesso” e quindi di nuovo una qualità e non una qualità.
Renè Guènon, quando scriveva “Il Regno della Quantità ed i segni dei tempi”, faceva osservazioni molto simili a queste. E tra l’altro precisava proprio che l’essenza opposta alla sostanza va intesa come qualità opposta alla quantità. Ma siamo con ciò nel pieno della più pura metafisica integrale, ed il linguaggio di quest’ultima, si sa, viene liquidato sdegnosamente dalla filosofia come “impreciso”. Cioè inammissibilmente poco scientifico.
C’è quindi da meravigliarsi del fatto che Edith Stein, specie all’epoca in cui iniziava a scrivere questo libro, ossia nel 1919 (quando ella ancora permaneva nel pieno di un pensiero puramente filosofico e quindi ancora non apertamente religioso), si sforzasse così tanto di escogitare ogni possibile contromisura contro l’esplosione incontenibile di una metafisica religiosa che già allora faceva sentire prepotentemente il suo effetto nel suo pensiero?
Come ho detto pare che questo scritto dovesse servire per la sua docenza in filosofia. E poi come metterla con la filosofia di quell’Husserl, il suo adorato maestro, la cui aspirazione principale era e restava quella di mettere la filosofia al servizio di una scienza che poco poco solo si accontentasse di accettare questi servigi scendendo così dallo sdegnoso piedestallo sul quale era stata posta dal Positivismo (e più recentemente dal neo-kantismo)?
Ed ecco allora che la Stein sembra voler costringere sè stessa non parlare affatto di quell’assoluto soprannaturale che pure così prepotentemente emerge tra le maglie del suo discorso.
Ella sembra sforzarsi di voler solo limitarsi a dire che c’è qualcosa di più primitivo della cosa che la scienza fisica della natura considera come ultimo in quanto oggettivo-misurabile con il calcolo (l’elementare quale ultimamente costitutivo della cosa), e cioè l’estensione. La vecchissima estensione, di cui perfino i filosofi della natura avevano continuato a parlare fin in pieno XVIII secolo come di qualcosa di incontestabilmente oggettivo. E che poi in un solo colpo Kant veva messo per sempre in soffitta.
Quella della Stein è quindi sì una puntata polemica contro le arroganti pretese della scienza della natura, ma essa si sforza piuttosto penosamente di restare pienamente entro i limiti della filosofia, evitando così accuratamente qualunque puntata nel mondo della metafisica.
Eppure l’accento prima portato sulla qualità (così parente prossima dell’essenza metafisica più pura : Guènon) e l’allusione metafisica suggerita così spontaneamente dall’espressione “estensione”, e cioè l’allusione ad un modo previo, cioè creato, ci forniscono le ragioni per credere che ella volesse dire molto di più.
Più avanti, quando la Stein trarrà le sue ultime conclusioni sul tema dei primi due capitoli, ella sosterrà (citando peraltro Max Planck) che la scienza della natura più spregiudicata rinuncia a sè stessa proprio sposando l’inevitabile relativismo della verità che scaturisce a sua volta dall’impiego di multiformi teorie per giustificare la conoscenza.
Ella ne conclude che comunque resta una rilevante differenza tra la conoscenza della scienza e quella della filosofia. La prima può infatti tranquillamente sacrificare alla semplicità unitaria la completezza della conoscenza, cioè l’indagine esauriente su tutto il molteplice. Mentre la seconda non può per statuto accettare questo limite.
Perchè? Perchè essa punta alla pienezza.
Ora quello di “pienezza” è uno di quei concetti che, se può essere considerato puramente filosofico, riconosce comunque un’immensa possibilità di sviluppo in senso metafisico-religioso. E proprio la Stein si sarebbe incaricata di dismostrarlo nei sui scritti successivi.
Insomma anche qui ci troviamo di fronte ad una  tangibile suggestione metafisica, anche se essa cade in un campo del tutto filosofico.
È però una suggestione che solo noi lettori ci permettiamo, mentre l’autrice stessa non sembra essere disposta farlo. Ma si da il caso l’autrice è la Stein, e cioè proprio una delle più decisamente religiose pensatrici del nostro tempo.

Non è strano tutto questo?
Chi è questa Stein e perchè si comporta così?
Onestamente a me che amo incondizionatamente questa pensatrice, il suo sforzo suggerisce una certa pena. Quasi non la riconosco, dopo averla invece conosciuta attraverso i suoi libri più tardi, “Potenza ed atto” ed “Endliches und ewiges Sein”, libri così appassionati e forti, talvolta addirittura sfrontati nel coraggio che poi era proprio della protagonista. Una donna ed una pensatrice decisamente fuori del comune. Una donna forte, aperta, coraggiosa.
Perchè, dunque?
Chi scrive l’introduzione (fedele alla teoria pochissimo convincente, secondo cui il pensiero della Stein resterebbe, perfino nei suoi momenti più religiosi, del tutto al di dentro dell’orizzonte di pensiero husserliano) si sforza di riportare il senso profondo di questo libro proprio a questo, e cioè alle questioni storiche-filosofiche (sarebbe meglio definirle beghe!) del dissenso dal maestro entro la faccenda del conflitto idealismo/realismo. In ogni caso sembra che perfino per il confrontarsi così serrato dell’autrice con il problema squisitamente oggettivo rappresentato dalla “natura” ‒ in divergenza dalle tendenze di scuola fenomenologiche che imponevano molto più il soggettivo, cioè la coscienza, come oggetto di indagine ‒ sia del tutto sufficiente menzionare le ricerche dell’omnipresente Husserl su Natur und Geist, cioè sui rapporti tra natura e spirito. Dove, come dimostra chiaramente la lettura del secondo volume di “Idee per una fenomenologia pura”, per spirito il maestro intendeva qualcosa di tutt’altro che oggettivo, cioè affatto lo “spirito” come lo intendono tutte le religioni del mondo.

E dunque il perchè di una cosa come questa appare essere molto ma molto più semplice di quanto possa apparire alla luce di dotte e puntigliose introduzioni come questa.
Insomma, il perchè tutto ciò che emergeva e continuamente scappava fuori dalle righe del discorso filosofico (intento a fare le pulci alla scienza ma solo fino al punto di poter fare la finalmente la pace e procedere da quel momento in poi a braccetto) era niente più e niente meno che la metafisica.
Autentica metafisica, anche se nemmeno tra le più ardite, visto che si trattava di quella aristotelico-tomistica. Qui infatti la Stein già iniziava ad assaggiare Tommaso.
Ma comunque era qualcosa di strettamente proibito. Proibito per la verità dalla scienza. Ma da una scienza che era nata dalla filosofia della natura. E così, se la filosofia sotto sotto aveva continuato sempre a pretendere di occuparsi di metafisica (qui la Stein lo riafferma nell’enunciazione del diritto della filosofia a fare “ontologia”, affiancandosi così di fatto al pur mai digerito Heidegger), essa stessa accettava il limite rigorosissimo assegnato dalla scienza, e cioè il limite della “scientificità” del discorso filosofico.
Ebbene, essere “scientifici” nel mentre si fa metafisica è decisamente troppo (sebbene proprio pensatori come Aristotele e Tommaso ci abbiano provato con grande forza e decisione). Non a caso in questo scritto, almeno nei capitoli finora esaminati, la parola “metafisica” non ricorre mai. Mentre invece ricorre la parola “ontologia”. Si tratta evidentemente del rispetto del limite di decenza conoscitiva imposto dalla scienza.
Ma fatto sta che la stessa parola “ontologia” è già di per sè stessa sufficiente ad evocare scenari metafisici. E quindi è di per sè stessa pericolosa abbastanza.
Dietro  il continuum spaziale che la Stein colloca sullo sfondo delle conoscenze della scienza della natura è infatti riconoscibile chiaramente la cosa nella sua più piena oggettività, e cioè quell’entità di un mondo di cose nel quale si imbatte chi nasce come creatura. Ma non solo, perchè si tratta anche di quel mondo nel quale è immerso chi, come la Stein stessa criticamente dice (da fenomenologa), ingenuamente, vedendo sè stesso come oggetto immerso nel mondo, e quindi come una parte del “mondo oggettivo”, si  “considera centro del mondo”, invece, come dovrebbe, di “rivolgere lo sguardo su sè stesso”.
In tal modo infatti, e solo in tal modo, egli si trasforma da oggetto in soggetto, superando così in un sol colpo l’atteggiamento naturale ingenuo dell’uomo della strada (che qui ad un certo punto la Stein chiama “atteggiamento ontologico”) e l’atteggiamento naturale scientifico, che, pur pretendendo di esaminarlo, pure accetta il mondo così com’è.
L’uomo diventato pieno soggetto è evidentemente quello assurto alla posizione di filosofo, l’unico (per i filosofi!) a proposito del il quale si possa parlare di conoscenza.

Ebbene, come vediamo, il panoramo è complesso ed intrecciato, e perfino la Stein sembra cader vittima di alcuni canoni di pensiero che sembrano usuali alla filosofia di tutti i tempi. Le linee guida dello scenario sono però estremamente semplici. Si tratta infatti nè più e nè meno che del dominio che la filosofia pretende di esercitare, perfino dopo essere stata sconfitta, scornata e sorpassata di misura, a più riprese, dalla scienza.
Ed è esattamente così che io stesso l’ho trovata, Sua Maestà la Filosofia, quando ho intrapreso gli studi del mio dottorato con tesi proprio su Edith Stein : ‒ assisa in trono nel pieno della sua dignità!
Affaticata, dubbiosa, perfino divenuta saggia e tollerante per alcuni aspetti, ma affatto disposta a rinunciare allo scettro che essa ormai molti secoli orsono strappò alla teologia ed alla metafisica.
E così il suo inflessibile veto permane : ‒ guai a parlare seriamente di metafisica, cioè di metafisica religiosa!
Un veto terribile, fonte di tabù, di bolle e di scomuniche spietate. Cioè quanto di più temuto ci sia in ambiente accademico, in quanto fonte sicura di rovina di prestigî, carriere e prebende varie.
Perfino chi si occupa di settori della filosofia in cui la religione è pane quotidiano, si guarda bene dall’ammettere che Dio è lo stesso Dio così come inteso dalle religioni. Per carità! Come oggetto di studio esso va sottomesso al dispiegamento raziocinante della sua realtà. E nulla più.
Accade così che oggi chi, come me, decide di fare un dottorato in filosofia provenendo da studi di metafisica religiosa ‒ e per giunta essendo fortemente sospetto già solo per il provenire da un’altra area di conoscenza (come accade ai medici come io sono) ‒, deve rassegnarsi a percorrere un vero e proprio campo minato. Reso minato da sospetti, diffidenze, antipatie, opposizioni più o meno aperte, se non da veri e proprio feroci veti.
Pensare religiosamente è divenuto ormai strettamente proibito. E non c’è ambiente della filosofia che si sottagga a questo dettame praticamente universale e dovunque osservato con il massimo scrupolo.
Decisamente il pendolo della storia della filosofia ha raggiunto l’altro suo estremo. E se, fino a quasi tre secoli e mezzo orsono, ancora si poteva parlare di un’Inquisizione religiosa, ora decisamente si può e perfino si deve parlare di un’Inquisizione anti-religiosa.
Ma tutto ciò comporta ultimamente qualcosa di ancora più grave. Tanto più grave quanto paradossale.
Quella filosofia moderna che era nata sotto la stessa bandiera della libertà, oggi fa di tutto perchè il pensiero tutto possa essere tranne che libero.
E se prima, per schiacciare la libertà, si usava la clava della fede, oggi decisamente si usa la clava della (cosiddetta) “scientificità”.

Questo è lo scenario e ci sembra che Edith Stein ne sia qui insieme testimone e vittima. Così come chiunque affronta la filosofia nell’antico spirito senechiano del “facere non dicere” (Giorgio Giacometti), cioè della filosofia come “scelta di vita” ed “esercizio spirituale” (Pierre Hadot).
Chissà se i filosofi accademici sono capaci di capire tutto questo?

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