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Archive for 24 marzo 2014

Premetto che questo post non vuole essere affatto una difesa a qualunque titolo della De Pen e del “depenismo”. E tuttavia allo stesso modo mi rifiuto categoricamente di sottomettermi al dogma della condannabilità per principio e per definizione di determinate idee. Ed il “depenismo” rientra certamente nel novero di quel genere di idee che una sorta di non scritto ma seguitissimo libro nero impone di considerare come “all’indice” per definizione. Pertanto, se proprio si vuole porre la cosa in questri termini, del fenomeno andrebbe fatta una lettura senz’altro non “di destra” ma nemmeno “di sinistra”. E ciò per un motivo di importanza fondamentale, ossia per un motivo che ha strettamente a che fare con la natura ed il perchè del fenomeno. Si tratta cioè dei luoghi comuni politico-morali e socio-morali. Tutto ciò veniva peraltro già posto in evidenza negli anni scorsi proprio da un pensatore francese, e cioè Thibault Isabel nel suo Il campo del possibile (Controcorrente Napoli 2009). Ai tempi in cui il pensatore aveva pensato e scritto il libro si trattava ancora solo del fenomeno dell’immigrazione di massa dai paesi del Terzo Mondo e quindi si trattava sostanzialmente della nuova intolleranza razziale europea. Oggi si tratta invece di qualcos’altro , ed in particolare di qualcosa di affatto diverso dal precedente fenomeno ma ormai espresso in un modo ben più profondo ed esteso. Si tratta cioè del vasto fenomeno della disumanizzazione dell’esistenza (in termini però piuttosto banali, ma tanto più tangibili, di vita quotidiana) ad opera di estreme istanze modernistico-dinamiste che nascono come promesse di libertà e dilatazione di esperienza, e come tali ammantate di un alone quasi scanzonato e divertente (nel senso della solita promessa del “più rapido-più facile-più eccitante-più fico”), e poi poco a poco si trasformano in gioghi e schiavitù sempre più pesanti ed oppressive. Vedremo poi di che si tratta specificamente. Ebbene non a caso il clou dell’ambivalenza inquietante di tale fenomeno è stato raggiunto proprio con la crisi finanziaria ed in particolare con il suo vissuto europeo. E sarebbe qui addirittura meglio dire “europeista”, riferendoci a ciò che possiamo considerare come l'”ideale europeo”. Cos’è insomma accaduto? È accaduto che, proprio nel mentre si prospettava alla coscienza civile europea una vita ispirata a grandi ideali di tolleranza (che avrebbero dovuto smussare gli angoli di una certra usuale rudezza di costumi propria dell’europeo-occidentale, moderandone così l’orgoglio e l’eccessivo rigore, e lasciandolo pertanto  sprofondare in un “melting pot” dolce, scanzonato e perfino rilassato nei costumi, ma nello stesso tempo sublime in termini addirittura religioso-morali), si tentava anche di portare a compimento l’antico ideale di unità europea. E questo prometteva di portare al suo apogeo il generale sollucchero per una “vita nuova” ed un “ordine nuovo” destinati a cancellare secoli, se non millenni, di presunta oscurità del rigore tipicamente europeo-occidentale. Ci sono state però tre fondamentali e fatali sviste. La prima svista è stata che, pur non negando che la sirena che qui intonava il suo canto era effettivamente la pecora belante, all’ascolto della quale i popoli europei stessi si erano posti dopo l’immane secondo conflitto mondiale, tuttavia sotto la sua soffice pelliccia lanosa c’era comunque anche il ruvido pelo di un lupo. E cioè quello della banche (specie germaniche) a cui doveva giocoforza essere affidato il compito di creare una base solida e relistica per la sublime unione. La seconda, ed ancora più fatale svista, è stata che tutta la rudezza dell’austero rigore europeo-occidentale non solo non era poi tanto oscura, come si voleva, ma nemmeno era poi tanto tipicamente europeo-occidentale. Certo l’Europa si era trovata dopo la guerra in  una congiuntura politico-sociale ed economica assolutamente favorevole, che aveva creato condizioni invidiabili per un’immenso numero di nazioni e popoli, ai quali la storia aveva invece negato questo privilegio. E di certo questo rendeva l’Europa stessa in qualche modo oggetto (ed anche vittima) obbligato di desideri, aspirazioni, ed anche invidie, che si traducevano in immani correnti migratorie euro-centriche. Ed è certo che l’Europa non poteva illudersi di sfuggire a tutto questo conservandosi così come era sempre stata e così come era ultimamente diventata. Ma il fatto è che in nome di tutto ciò si è chiesto ai popoli europei molto più di quanto qualunque popolo del mondo possa essere capace di dare. E questo solo perchè si riteneva che essere “europei” obbligasse (per svariatissimi motivi che qui non possono essere illustrati) a nutrire per statuto e contratto straordinarie virtù politico-morali, socio-morali, ed economico-morali. Da tale obbligo però, intanto, gli altri popoli venivano invece dispensati. E ne venivano dispensati in modo apparentemente paterno, ma in verità solo sventato, irresponsabile ed atrocemente illusorio. Quale stato e popolo del mondo infatti si esime dall’obbligo di “chiudere le frontiere” quando i flussi migratori iniziano a superare una soglia di sostenibilità? E quale di questi stati e popoli è stato, negli ultimi decenni, sanzionato per questo come lo sono stati gli stati e popoli europei? Ma, lo ripeto, ciò non riguarda affatto solo il fenomeno dell'”integrazione razziale” nei confronti di popoli extra-europei, ma ancor più il fenomeno, ben più incisivo, profondo e vasto, dell’integrazione degli stessi popoli europei tra loro. E così, mentre si invocava la generale virtù della tolleranza dell’intera Europa, si invocava intanto la disponibilità di singoli stati e popoli europei a sottomettersi alle regole dell’integrazione interna, cioè nell'”integrazione europea”. E proprio da quando questo è stato eletto ad imperativo morale ineludibile, la pressione sull’intera Europa ha raggiunto i limiti oggettivi della sostenibilità. Ecco che allora, così come l’anatema di “razzismo” bollava ogni anche solo minima perplessità (non ancora resistenza) dei popoli europei verso l'”integrazione razziale”, l’anatema “euro-scettico” bollava allo stesso modo ogni anche solo minima perplessità (non ancora resistenza) dei popoli europei  verso l'”integrazione europea”. Ed ecco che veniamo alla terza grande svista intervenuta in questa vasta fenomenologia, e cioè quella della funzionalità di fatto dell’ideale dell’unione europea alle esigenze di un altro lupo vestito da agnello e cioè quello della “globalizzazione”. Accadeva così che gli organismi ormai quasi solo ammistrativo-finanziari che in Europa dettavano gli imperativi morali dell’integrazione internazionale intra-europea (e lo facevano in modo sempre più severo e dittatoralmente esigente, con l’antica voce dell’espansionismo germanico) non erano altro che i portavoce di altri organismi internazionali mondiali, e questi affatto etici ed inoltre inquietantemente anonimi e senza volto. Ed ecco così l’atroce fenomeno della vera e propria distruzione di antiche e nobili nazioni come la Grecia ed il Portogallo. Il tutto, a questo punto, non più nemmeno in nome dell’ideale europeo ma invece in nome di una pura e semplice istanza di solvibilità finanziaria di bassissimo rango e non avente il benchè minimo rapporto con alcun ideale. Anche qui, così come rispetto all'”integrazione razziale” ed all'”integrazione europea”, le classi politiche europee si comportavano in modo ignobilmente irresponsabile, e cioè con l’usuale sventatezza scanzonata nell’invocazione di ideali oltre i limiti di ogni sostenibilità. E così rendendosi peraltro sospette di estremamente inconfessabili connivenze.

Cosa si è raggiunto con tutto questo? Si è raggiunto il dominio assoluto dell’istanza finanziario-bancaria nell’organizzazione e nel funzionamento delle società europee (di fatto il dominio delle Banche come istituzione ormai politica) Così la distruzione delle economie locali europee, sottomesse a vincoli “idealistico-moralistici” (in termini sicurezza sul lavoro, fiscal drag etc) sempre più asfissianti, impositivi e paralizzanti ogni produttività, ed intanto lasciate esposte alla concorrenza feroce di altre economie in cui tali prinicipi vengono calpestati ed ignorati senza il minimo scrupolo. Ma ciò che più conta è stata l’umiliazione e lo sconvolgimento di qualunque ordine in termini di “vita locale” (vedi Alain Finkielkraut, L’ingratitudine, Excelsior 1881 Milano 2007). E qui il fenomeno della problematica integrazione razziale diviene del tutto secondario. Più rilevante di questo è la sottomissione del comune cittadino ad un dominio amministrativamente sempre più asfissiante e peraltro sempre più disinvoltamente rapinoso ed impositivo in tutti quegli aspetti introdotti prima come “allegri” momenti di progresso e subito dopo trasformati in pesante e tetro giogo (la diffusione di internet divenuta spionaggio sistematico della vita privata alla Grande Fratello orwelliano, l’informatica bancaria trasformata in diritto quasi indiscriminato al salassamento del patrimonio privato da parte di grandi istituzioni di consumo, il dinamismo delle comunicazioni trasformato nella sottomissione a sempre più immorali politiche aziendali di espansione del consumo, etc). Ma rilevante in modo massimo è stata soprattutto la distruzione totale del diritto delle comunità locale a conservare la sensazione rassicurante offerta proprio dalle protettive consuetudini locali. Quelle, per intenderci, che rendono una società stabile nel senso della prevedibilità e quindi di un decorso pressochè invariabile nel tempo (“tradizione”) o almeno modificantisi con una velocità sostenibile. Per quanto riguarda l’Europa, era proprio buona parte di questa dimensione quella che nel corso del tempo era stata bollata come “oscurità europea” e quindi condannata ad andare progressivamente in rovina. E ciò non in forza di una tendenza evolutiva naturale ma proprio in nome degli imperativi morali “idealistici” intanto giunti al loro apogeo.

Questo è quello che si è fatto! Ed ora ci si meraviglia e ci si straccia le vesti per tutto ciò che è anche solo appena accennatamente “euro-scettico”. Includendo in ciò tutto ciò che questo significa, e non tanto per la pecora belante che continua ad intonare il suo canto di sirena ma soprattutto per il lupo famelico che si nasconde dietro di essa. Come ci si può seriamente indignare per questo, e come si può seriamente pretendere che tale indignazione sia comune nella coscienza collettiva europea? Come, se tutto ciò è ormai assolutamente non più credibile! Noi europei, così come qualunque altro popolo, abbiamo l’assoluto diritto alla nostra porzione di locale “oscurità”, per quanto essa possa anche avere i suoi aspetti arcigni e prosaici. E ne abbiamo diritto non solo perchè si tratta di un'”oscurità” del tutto fisiologica, ma soprattutto perchè essa non è in verità affatto nemmeno un’oscurità. Si tratta piuttosto di quella carezzevole penombra che fa accettabile la vita di ogni comunità locale (razziale, popolare o nazionale che sia). Si tratta della serenità del quotidiano : ‒ prosaica, volgare, noiosa, perfino spesso deprimente quanto si vuole. Ma salvifica. Essa è parte della condizione umana, cioè della condizione di finito che connota di sè tutto ciò che è umano-mondano. Si tratta di noia, certamente! Si tratta spesso anche di desolazione, se si vuole. Ma la verità è che, in una qualche misura, quanto più in una società ci si annoia, tanto più questa società è sana. In quanto ancora integra. Questa noia desolante può essere criticata quanto si vuole, e perfino descritta in toni foschi (com’è accaduto in tanta letteratura ed anche filosofia moderne, ossessionate da tempo dal mito del dinamismo), eppure in una certa misura va assolutamente accettata. Guai a non farlo! Guai a pretendere orgogliosamente e sventatamente di spazzarla via! Il prezzo da pagare è altissimo. Cioè di fatto insostenibile.

Ebbene, i grandi “ideali” sono sempre esistiti ed essi sono sempre esistiti come visioni di ampio respiro e quindi “universalistiche”. Pertanto ad essi si è sempre opposta una prosaicità di ristrette vedute, pesante e perfino volgare e rozza (nel senso del “plump” tedesco). Ma il fatto è che dall’Illuminismo in poi, poco a poco, l’equilibrio tra questi due poli si è rotto a vantaggio del primo. E ciò con il risultato che esso è divenuto sempre più incontrastato nella sua dominanza, fino a conquistarsi uno spazio di manovra praticamente illimitato proprio nel senso della sempre possibile oppressività. Si tratta, in parole molto povere, di quell’universalismo astratto che già Max Stirner (L’unico e la sua proprietà) aveva criticato (riconoscendolo come sfondo negativo degli scintillanti ideali del filantropismo umanista dell’Illuminismo), costituendo così il lato specificamente filosofico-politico ed anti-liberale della ben più puramente filosofica critica di Nietzche a valori ed ideali. A ciò sarebbe seguita poi la voce di un pensatore fortemente sospetto di nazismo come Carl Schmitt (Il Nomos della terra ; La tirannia dei valori ; La teoria del partigiano). Dopo tutto questo sarebbe venuta la voce del già citato Isabel. Tutti pensatori sospetti di un certo “destrorsismo”. Ma l’anch’essa recentissima critica di Isaiah Berlin (un pensatore tutt’altro che destrorso) a tutto ciò che condiziona lo spazio creativo di libertà individuale proprio per mezzo di grandi paroli d’ordine ideali (se si vuole “idealistiche” ‒ ma il termine è molto spurio in termini filosofici) rende il criterio di giudizio “destra-sinistra” del tutto inadeguato. Orbene, è vero anche che molto dell'”universalismo idealista” è stato impiegato proprio dalle comunità chiuse in sè stesse per affermare il loro dominio aggressivo sui popoli vicini nel contesto di un’aspirazione simile a quella del “Lebensraum” nazi-fascista (però fatto poi proprio da così tanto comunismo iper-nazioinalista). E dunque mettiamoci pure tutto questo nel commento negativo al “lepenismo” trionfante nello scenario complessivo che abbiamo qui delineato. E ammettiamo pure quindi che l’etichetta da usare nella condanna sia quella di “fascismo”. Però non ci illudiamo con ciò di aver detto tutto e capito tutto, così rendendo disponibile ancora una volta un ideale morale ad uso e consumo della coscienza civile europea, come qualcosa alla quale essa dovrebbe attenersi per non cadere nuovamente nella tentazione della sua “oscurità”. In verità con ciò avremo ancora una volta soprattutto divagato, mancando al dovere di comprendere profondamente i fenomeni e le esigenze che in essi si esprimono. Qui il punto non è affatto la risorgente tendenza “fascista” della coscienza europea (contro la quale puntano il dito con immensa sfacciatezza proprio coloro che, se ancora si può parlare di un “fascismo”, e se se ne può parlare in termini di unilaterale condanna) di certo sono i più fascisti di tutti. Il punto è che per fin troppo tempo si è ignorato e calpestato il diritto dei popoli europei a conservare quel minimo di confortevolezza civile e sociale di cui qualunque popolo ha bisogno. E lo si è ignorato nel più generale calpestamento dell’esigenza fisiologica che i popoli hanno di ciò che merita ancora il nome e la piena attribuzione di valore di “tradizione”. Nel caso specifico “tradizione” nel senso di “staticità” della società. E costo di tradursi in banalità, volgarità e ristrettezza di vedute. Questo è si un assoluto diritto dei popoli. Fin troppo dimenticato dalla Rivoluzione francese in poi, cioè a partire dall’imporsi del valore (non solo marxista ma anche capitalista) della “rivoluzione permanente” (vedi Hannah Arendt, Sulla rivoluzione) E dunque non vi è dubbio che di fronte ai risultati delle ultime elezioni francesi si impone un richiamo al rinsavimento. Siamo però così certi di potere e dovere chiedere questo rinsavimento proprio agli elettori della Le Pen, così come a tutti coloro che vengono oggi bollati di “euro-scetticismo”? A mio modesto parere coloro che debbono una buona volta risavire sono invece ben altri.

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