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Archive for 8 marzo 2014

08.03.14

Mi capita di scendere lungo via Luigia Sanfelice in una mattina bellissima, ma resa leggermente allucinata. Forse dal cielo reso oggi troppo terso e puro dal maestrale. Perciò i passanti trasognati, che uno ad uno risalgono la strada in una sorta di mesto e raccolto corteo silenzioso, da monaci, mi sembrano rimandare ad un qualche strano mistero. Discordante, però, dalla prosaicità che è usualmente  propria di un giorno come un altro. Il mistero non tarda a svelarmisi. In fondo alla strada infatti brilla il mare. Nulla di nuovo a Napoli. Eppure quel bagliore aureo-argenteo, leggermente eccentrico rispetto alla tavola uniformemente azzurra ‒ ma di un azzurro pastello, e quindi, oggi, particolarmente tenero e delicato ‒, reca anch’esso esattamente lo stesso tratto allucinato del corteo di passanti. Mi dico che in tal modo Napoli rivela per intero la sua bellezza tragica. È l’intuizione di qualcosa di vero. Ma da dove viene questa intuizione e cosa significa?. Tragico perchè, se è così bello? La risposta mi sovviene ben presto da sola. Perchè trattasi di una bellezza irreale, impossibile, inconciliabile con la realtà. La  realtà infatti, non a caso, è tutt’altra. Completamente differente! Ma eppure questo è un sogno assolutamente presente. Ed infatti le stesse facciate dei caseggiati che sono dirimpettaie del mare ne sono irresistibilmente risucchiate. Quasi da esso smangiate, esse trapassano incessantemente nel niente del sogno. Continuamente indietreggiano, mentre le facciate opposte (per alcuni caseggiati il buon tre quarti di essi che resta in ombra) restano ferme. Esse appartengono solidamente alla realtà. La realtà di una Napoli non nominabile ed infatti innominata. Tanto imbarazzante la sua presenza è. È però quella vera. Appunto quella verso la quale lentamente i passanti ascendevano, in questa mattina troppo bella per non essere allucinata, provenendo appunto dalle nebbie dorate del sogno, e  procedend mesti come verso un loro destino.

È “la bella giornata”, famosa, di La Capria ‒ mi dico. Così partenopea! È strano, però, perchè appena svoltata l’ultima curva di via Palizzi, subito mi coglie di sorpresa l’echeggiare dell’intero stuolo delle campane del centro antico. Che c’entra questo proprio qui ? ‒  mi dico. È la voce, questa, di una Napoli che del sogno mai ha saputo nulla. Ed ancora adesso nulla ne sa. Troppo in basso essa infatti resta. E proprio per questo essa, innocente e selvaggia, risuona a campane. È che sono sceso troppo giù. E così, senza avvedermene, sono entrato anch’io nel sogno. Ora infatti nel sogno ci sono in pieno e per davvero. Infatti, espugnato dalle azzurre nebbie placide, distese sulla tavola azzurro-pastello proprio come se vi fossero da sempre, da un tempo immemorabile ed incalcolabile ‒ come la silenziosa voce di una bellezza intranseunte, eterna (la stessa identica bellezza immota e cullante, che conoscevo da bambino nelle stesse identiche mattine, ma ancora campagnole) ‒, io devo proprio togliermi il cappotto.

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