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Archive for 8 febbraio 2014

Un passo dal terzo libro del Periphyseon di Scoto Eriugena [III, 678B-684A, pag. 833-847 ; da :  Nicola Gorlani (a cura di). Giovanni Scoto Eriugena. Divisione della Natura, Milano : Bompiani, 2013] Alcune premesse prima di giungere al clou: ‒  “Pertanto non dobbiamo intendere Dio e la creatura come due enti distanti fra loro, ma come una cosa sola e stessa cosa” (III, 678C) Dio è la stessa crreatura. Il Dasein, o ente-uomo? Inoltre : ‒ “Ma quando comincia a manifestarsi nelle sue teofanie, si dice che procede come da nulla verso qualcosa…”. Heideggerizzando Leibniz come fece anche con Paolo ed Agostino, il pensatore tedesco usò proprio  la tensione tra nulla e qualcosa per sostenere la sua teoria dell’Essere come svelamento, cioè come una sola cosa con il determinato in tutta la sua pienezza. Fatto sta però che già nei diversi precedenti passi di Scoto Eriugena in cui questa tematica ricorre, risultava chiaro che la tensione tra nulla e qualcosa non rimanda affatto al qualcosa determinato-immanente ma semmai ad un Qualcosa vertiginosamente trascendente, che è in realtà la cosa nella più intensa formulazione ideale, cioè proprio la più pura essenza. Ciò che ne derivava quindi era che in tale tensione tra termini l’asserzione risultante più rilevante non era nemmeno il “perchè qualcosa e non nulla?”, ma semmai il “Da Qualcosa nasce il qualcosa”, o “Solo da qualcosa nasce qualcosa”. Se si vuole il banalissimo “da nulla nasce nulla” del più pratico e meno filosofico uomo della strada. Ma lasciamo andare e veniamo ai vertici cui ci conduce Scoto Eriugena con Dionigi. Ciò che egli riporterà dal pensatore greco (di cui egli è traduttore) ci mostrer che, in tale così delicata questione, Heidegger fece forse solo un maquillage sofistico di  una materia complessissima. Che più che chiarire egli ha molto più cercato di occultare sotto il suo astruso linguaggio. Potenza della cattedra! Qui Scoto lascia emergere di nuovo la materia informe, ed essa si rivela essere nient’altro che l’inizio dell’essenza (o  Essere), ed al modo della divina sapienza che è appunto informe, cioè modello di forma, forma delle forme. L’essenza è la forma, ma al modo dell’informe cioè qualcosa che non è ancora essenza. Perciò di essa “si dice che non sia” e che quindi sia il Nulla assoluto. Che (come denunciato da Heidegger) la metafisica cristiana abbia nascosto il rapporto tra Essere e Nulla è evidentemente del tutto falso (come dice anche Edith Stein nel suo commento a Sein und Zeit). Si tratta perà di un Nulla che immediatamente si caratterizza in modo positivo, cioè come essenza (o almeno come premessa di tutto ciò che è essenza, cioè essere ed esistenza (“…è in tutte le realtà e si dice che sia poichè è l’essenza di tutto il creato”). Di esso si può certo dire che non è, ma intendendo con ciò che è al massimo grado. Non dunque qualcosa che si ritira davanti all’ente. Piuttosto è esso a svelarsi attivamente nell’ente come ciò che si ritira dalla sua tenebra originaria, apparendo così alla luce in virtù di una continuità e senza alcuna frattura. Ecco lo svelamento. Fin qui le premesse di Scoto. Ora viene la sua lunga citazione di Dionigi a proposito del rapporto tra il Bene (Dio) e l’On. E qui apparirà chiaro perchè Werner Beierwaltes (Idealismus und Platonismus) ritiene che l’On participiale greco non sia che una degenerazione del concetto ebraico-cristiano di Essere come Proton, così come espresso nell’Esodo. Ma inizialmente Dionigi chiama il Dio-Bene proprio On, cioè “causa sostanziale di tutto l’essere secondo la sua potenza sovraessenziale e creatore di ciò che esiste “. Proprio come tale egli è creatore della sostanza, così come dell’essenza stessa. Pur essendo esso stesso sostanza (On) ed essenza (sovraessenziale). Così come è anche creatore del tempo. Dunque l’essere, se però è inteso come divino, è creatore del tempo e non è invece il Tempo stesso come vuole Heidegger. Ma la verità ultima è, dice Dionigi, che esso non è On! Bensì è ciò che “comprende in sè stesso in modo semplice il tutto”. La comprensione dell’Essere non è ciò che svela l’essere dal  basso, ma ciò che impersona l’essere dall’alto. Come trascendente il tempo, il Dio-Bene è ciò che era e che sarà (vedi Beierwaltes : l'”immer gegenwärtig” proprio del Proton affermnte “Io sono colui che sono”, cioè “l’Essere sono Io!”) Ma lo è al mondo di chi “non è”: ‒ “non era, nè sarà, nè fu creato, ne è creato, nè lo sarà”. La strada è insomma sbarrata a qualunque Essere (che sia inteso come divino!) che si manifesti come Temporalità. Egli non è, eppure sia essenza, sia essere, sia esistenza, derivano da Lui. Egli è l’essere che “per tutti gli esistenti non viene mai meno”. È cioè l’Essere come Fondamento. Ma l’Essere stesso proviene da lui (come “ciò che da lui riceve l’essenza”. Quindi egli non è l’Essere. Piuttosto “l’essere lo possiede”, cioè ne è in possesso. L’Essere è tale solo perchè possiede tale principio di essere. Da Lui “riceve l’essenza ed il principio e la misura e l’On e principio di sostanza…”. Le Scritture lo definiscono “prima-di-On”, cioè il Proton tautologico dell’Esodo (Beierwaltes). E come tale, solo come tale, Egli è riconosciuto ora in modo contrario a prima cioè come manifestato : ‒ “ciò che era, che è, che sarà, che fu creato, che è creato e lo sarà”. Cioè il già stato sostanziale severamente condannato da Heidegger. Ora veramente l'”immer gegenwärtig”, il sempre presente,. Il Fondamento, il Dio-con-noi. Ma non al modo che la previetà ontologica lo condizioni (Heidegger) bensì in quanto esso stesso è la condizione di tale previetà. Egli trascende anche il già stato. Quindi il già stato non nasconde affatto l’Essere (ammesso che l’Essere sia inteso come divino o procedente da Dio) ma semmai rivela ciò che pone l’Essere molto prima del momento del già stato. E da un punto di partenza diametralmente opposto a quello scelto da Heidegger per condizionare l’Essere al determinato da sè stesso svelato, il Dasein. Ebbene tutto ciò è “l’essere sovraessenziale, secondo ogni intendimento”. Cioè la “causa di tutte le realtà”. Fin qui Dionigi. Ora interviene di nuovo Scoto. Che potenza di pensiero quella di Dionigi! ‒ egli commenta giustamente. Ecco con lui davanti a noi un “Dio che è creatore del tutto ed è creato nel tutto”. Se lo si cerca là dove si trova, cioè al di sopra di tutto, Egli non è nemmeno essenza. Ed allora non lo si trova. Se lo si cerca dove non dovrebbe trovarsi ma di fatto si trova, cioè “lo si intende in tutti gli enti” allora si scopre che “nulla in essi sussiste se non egli solo”. Ora si potrebbe anche attribuire proprio ad Heidegger questa affermazione. Nel senso  di una definizione dell’Essere come Nulla che proprio solo nell’ente si rivela. A patto però che Heidegger ammetta che questo è Dio, o almeno a patto che egli sia disposto a dirlo apertamente e non invece (come fa) nascondendosi dietro i trucchi illusionistici del suo astruso linguaggio. Ma anche ammesso questo, egli verrebbe di nuovo sorpreso da Scoto, perchè questi aggiunge dopo a postilla : ‒ però questo egli “neppure lo è, ma è tutte le realta”. Sembrava un Nulla-Essere svelato nell’ente, ma invece è un Tutto. Ciò che invece  proprio il Dasein pretende di essere.

Insomma qual’è la differenza tra di due pensieri, quelli di Scoto-Dionigi da un lato ed Heidegger dall’altro? È la differenza che corre tra pensatori antichi e moderni, umili i primi e vanagloriosi e protagonisti i secondi. La differenza sta allora nell’intenzione di fare per davvero metafisica e non per scherzo. Se infatti si decide di fare per davvero metafisica, allora si tace rispettosamente. E non si copre tutto con il proprio chiacchiericcio molesto. Qui infatti Scoto Eriugena e Dionigi tacciono, lasciando così parlare la Scritttura, cioè la Rivelazione, cioè la Verità. Cioè arrendendosi alla Verità e non invece pretendendo di (ri-) scoprirla.

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I francesi e Voltaire per Aljexandr Herzen.

Di questo testo vale proprio la pena di tenere conto.
Senza offesa verso i francesi, se non per quella loro sottile arroganza (che ben merita di essere biasimata). Ma con molte offese per quel Voltaire che le offese le merita tutte.
Del resto l’aristocrazia russa, qui in causa, proprio con Voltaire  si scavò la fossa. E solo per la fatua ed irresponsabile eleganza, tipica della moderna (corrotta) nobiltà, che spinge irrestistibilmente verso il conformismo delle mode. Ben gli stette!
Trattasi qui di  Dréiacques, istitutore di un rampollo principesco, che pare al Principe suo padre fosse stato consigliato alla fine dallo stesso Voltaire attraverso tutta una lunga catena di altri principi.
“Il precettore non era un uomo sciocco, come tutti i francesi, e non era un uomo intelligente… come tutti i francesi […] Guardava con un sorriso di superiorità tutto ciò che era russo ; da che era al mondo non aveva mai sentito parlare della letteratura tedesca e dei poeti inglesi, ragion per cui conosceva a memoria Corneille e Racine […] Si intende da sè che il nostro istitutore era un ammiratore di Vauvenargues e di Helvetius, che si inebriava di Jean-Jacques, che sognava la completa uguaglianza e la piena fratellanza umana, la qual cosa non gli impediva di porre innanzi al suo sonante cognome Dréiacques tanto di «de» […] Con un sorriso di commiserazione parlava del cattolicesimo e, in generale, del cristianesimo…”.
Insomma c’è dentro tutto il fatuo isterisamo dal quale ha preso le mosse tutto il marciume moderno!
Bravo Herzen!

 

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