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Archive for 21 novembre 2012

Sesso

Cos’è che disturba nell’ormai così intensivo uso di questo termine?
Basta infatti accendere una qualsiasi mattina una di quelle radio private dinamiche, spigliate e moderne, per ascoltarne la menzione più volte ed in diverse salse.
E ciò, almeno per orecchie all’antica come le mie, risulta piuttosto molesto.
Perché? Oso chiedermi.
Perché sono un moralista bacchettone? Perché temo colpevolmente la naturalizzazione di un tema che una volta generava un imbarazzo inammissibile in quanto del tutto prude?.
Non intendo negare queste colpe. E se esse veramente mi spettano, allora ne parlerò con il mio psicoterapeuta qualora mi capitasse di pensare di doverne avere uno.

Intanto però ho tutta l’impressione che il motivo del fastidio sia piuttosto un altro.
E cioè quel che di grigiore piuttosto squallido ed ordinario che si profila dietro questa naturalizzazione di ciò che una volta era fin troppo imbarazzante.
Che significa?
Per comprenderlo basta tendere le orecchie e cogliere le sfumature del modo in cui la giovane donna spigliata della radio in questione pronunzia l’espressione. Che ella usi o meno malizia nel farlo.
Vi si coglie infatti ben più che il fatto che si è ormai giunti per consenso collettivo a considerare il sesso tra i normali e legittimi bisogni fisiologici di uomini e finalmente anche di donne. E questo mettere sullo stesso piano bisogni di valenza piuttosto diversa già genera, almeno per un orecchio all’antica, una qualche stridenza che mette non poco a disagio.
Ma vogliamo mettere da parte questa riserva.
Allora quel quantum di poco entusiasmante che si coglie dietro tale naturalizzazione sembra risiedere infatti molto di più nel fatto che tutto quanto si definisce oggi come sesso (su un piano di naturale fisiologia) sia divenuto già assolutamente ordinario.
E che quindi se ne possa parlare ormai  senza più alcuna enfasi. Anzi forse addirittura con un iniziale sentore di tedio.
E tutto ciò appare condito irrimediabilmente dalla sgradevole sensazione che quasi vi sia qualcosa che ormai addirittura impone di usare il termine con tutto questo corteo di impliciti significati. Cioè nel contesto di un opprimente ed appunto grigio ed insipido conformismo.

Ecco allora che la pruderie di una volta, di cui ci si è finalmente liberati, appare essersi rovesciata nell’esatto opposto di ciò che ci si aspettava.
Ma a guardare bene, in questa strana brodaglia ultimo-moderna, quell’amore che allora come oggi stava sullo sfondo (di ciò che oggi senza remore si chiama sesso ed allora non si osava mai chiamare così), appare tendere a sprofondare molto di più nel nulla in ciò che oggi è tedio ma che ieri, invece, curiosamente, era tutt’altro che questo.

Secondo me varrebbe proprio la pena di rifletterci un po’ su prima di dare per inutile e retrogrado un discorso come questo.

 

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Ho da poco ultimato la stesura di un nuovo racconto. Eccone una sintesi in abstract.

L’autore resta disponibile, per chiunque sia interessato ad essa e ne facesse richiesta, all’invio di una copia cartacea per via postale.

La storia comincia con un risveglio, quello di Giacomo Leopardi dopo la morte, in una casa sconosciuta in cui egli ritrova due uomini a lui affini che poi si riveleranno Fernando Pessoa ed Yukio Mishima. La casa è tutta in un’ampia stanza, dietro la quale, in una fitta penombra si nasconde un’immensa biblioteca, nella quale compaiono sia i libri pubblicati sia quelli mai pubblicati ma comunque scritti. In questa biblioteca si rende poco a poco manifesta la presenza occulta di Martin Heidegger, che diviene sempre più l’oggetto esplicito e non esplicito dei dialoghi dei tre uomini.

I dialoghi rappresentano un percorso di catarsi dei tre poeti e pensatori per riscattarsi dei necessari errori intellettuali e morali, equivalenti ad altrettante parziali opinioni (ovvero molto parziali riflessi della verità), che essi hanno dovuto commettere in vita per assolvere al compito storico di opporsi all’idealismo sentimentalista.

Errori che si rivelano confinare sempre con la possibilità di un peccato, ma che comunque verranno riscattati nel cammino faticoso verso l’unità che, nelle condizioni della vita non più mortale, viene ad essere finalmente possibile. E con essa si apre la possibilità di un perdono.

Non però per chi, come Heidegger, oltre che di errori si è macchiato anche di un vero e proprio aperto peccato (da intendere con ciò è tutto ciò che ruota intorno alla sua adesione al nazismo, e cioè, nell’essenza, soprattutto il suo tradimento dell’iniziale vocazione di filosofo cristiano e quindi il suo tradimento della vera metafisica per una metafisica immanente e ferina), ed intorno a questo ha permesso che si muovesse l’intera sua vita.

Eppure anche per questo si profilerà alla fine il perdono, un perdono che qui avrà l’aspetto di un vero e proprio miracolo. Una possibilità insomma di gioia al di fuori di ogni misura, ovvero la traduzione in definitiva del concetto paolino-agostiniano di felix culpa.

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