Vincenzo Nuzzo
IL MANIFESTO CONSERVATORE DELLA BORGHESIA ETICO-PROFESSIONALE
Parole d’ordine: DECELERARE-REGREDIRE-DECOMPLESSIZZARE
La storia del Movimento
L’idea di fondare un movimento inter-sindacale nasce da molto lontano, e cioè dalle circostanze in cui più volte si è trovato il dr. Vincenzo Nuzzo nel corso delle battaglie da lui combattute per la riqualificazione in senso qualitativo del modello assistenziale della Pediatria di Famiglia (visite domiciliari e ADHD-psicosociale). L’idea è sostanzialmente quella di un movimento di originale riflessione ed intelligence, oltre che di indirizzo e pressione ideologica, con il compito di richiamare la teoria e prassi sindacale al perseguimento dei più qualificanti ed autentici obiettivi della categoria.
Al momento presente, l’esigenza di riproporre l’antica idea di un siffatto movimento (condivisa dagli aderenti , ed in particolare, dal dr. Nino Contiguglia, referente organizzativo di esso) è nata dalle impressioni suscitate dal drammatico scenario configurato dal progetto del governo Monti di incamerare nelle casse dello Stato il patrimonio della cassa pensioni ENPAM, una cassa puramente contributiva. Un progetto, questo, che è da inquadrare nel gravissimo scenario politico (e filosofico) illustrato dal manifesto-documento ideato ed elaborato dal dr. Nuzzo, e che qui viene presentato.
Dati i rilevanti rivolti etico-professionali che saranno illustrati nel manifesto-documento, il movimento rinasce nella forma chiaramente indicata dalla sua denominazione di Movimento Etico Professionisti Sanità, o MEPS, una forma che è sufficientemente indicativa dei suoi scopi e della sua filosofia di azione, in linea con l’indirizzo filosofico-politico illustrato nel manifesto-documento stesso.
Ciò che il movimento auspica, in rapporto a quanto esposto nel documento, è un’ampia mobilitazione della borghesia etico-professionale, includente gli operatori di tutti i settori menzionati nel documento stesso e configurante il contesto finalmente globale (basato su una visione di ampio respiro filosofico-politico) delle lotte delle singole categorie.
Siamo convinti infatti che, in particolare nel momento storico che stiamo oggi vivendo, le lotte intraprese dai vari settori (o categorie) della borghesia etico-professionale debbano finalmente rientrare nel più vasto orizzonte della presa di coscienza di sé stessa da parte di quest’ultima
Il manifesto-documento
Questo documento, che ha l’ambizione di essere un manifesto per la borghesia etico-professionale e quindi di costituire per essa lo stimolo ad una nuova presa di coscienza di rivolta, nasce chiaramente dalle intimazioni rivolte alla coscienza collettiva dalla grave crisi economica in atto.
Dicono che il mondo sia scosso da una delle più profonde crisi che abbia mai conosciuto.
Una crisi tanto più tremenda in quanto questa volta creata a tavolino e quindi, almeno per adesso, dai piu’ non fisicamente percepibile, e pertanto serpeggiante nell’aria come l’apparizione solo promessa ma mai avvenuta di un fantasma orribile e ripugnante. Una crisi più minacciosa e spaventosa di qualunque altra crisi finora conosciuta dal mondo in quanto crisi del tutto virtuale, puramente mediatica, ovvero situazione in cui i terrori si moltiplicano all’infinito ma non prendono mai forma, mai corpo. Essi non diventano mai qualcosa con cui si possa fare i conti concretamente e quotidianamente, qualcosa, insomma, a cui ci si possa in qualche modo attivamente adattare.
Stiamo come siamo sempre stati ma da domani potremmo non stare più così. Potremmo perdere! Ma quanto e cosa perdere? Non si sa.
Interi paesi sono stati dichiarati “non in regola con le procedure…“ oppure “in recessione…” senza che in essi sia apparentemente cambiato nulla di rilevante.
In questi paesi infatti tutto sembra procedere come sempre. La mattina tutti si alzano per andare più o meno al lavoro e per accompagnare i figli a scuola. Ed assolvono comunque a questo compito in qualche modo, che sia in auto, in tram o anche a piedi. All’ora di pranzo e di cena c’è comunque qualcosa da mettere in tavola. E la sera, se non si va a letto come tutti i cristiani, o se perfino non ci si siede davanti alla TV, allora magari ci si incontra con gli amici, che sia al ristorante o anche solo in casa davanti ad un onesto bicchiere di vino. Insomma su questi paesi e sulla gente che vi vive il sole sorge ancora al mattino e tramonta la sera, e la sera sorgono le stelle, o la luna e le stelle. Non si sono visti ancora nugoli di rane e cavallette, le cataratte del grande fiume o grande mare non si sono ancora aperte, la terra non si ancora spalancata per ingoiare case ed abitanti, ed il fuoco non è ancora calato dal cielo.
Ed allora cosa accade?. Dov’è ‘sta crisi, ci si chiede angosciosamente nel terribile sospetto di essere diventati di colpo ciechi, sordi o completamente deficienti ?.
Insomma ‘sta crisi non ha ancora capito che la gente, visto che se ne parla tanto, la vuole vedere, toccare, udire, assaporare. Vuole vedere i barbari calati dalle Alpi che hanno ormai espugnato Roma. Vuole vedere le acque del diluvio sommergere campi e città. Vuole vedere Sodoma e Gomorra bruciare e le mura di Gerico finalmente cadere. Vuole vedere il Mar Rosso aprirsi.
Insomma che razza di crisi è mai questa?.
Si può credere che la crisi esista solo perché ondate a ripetizione dell’astruso ed incomprensibile gergo di economisti, banchieri ed operatori finanziari ci sommergono con l’obiettivo dichiarato di convincerci che non è più come una volta, che c’è allarme, che bisogna rendersi conto, che bisogna fare qualcosa? Ma cosa, in nome di Dio, se nemmeno ci si capisce una sola acca di ciò che viene urlato e blaterato ogni minuto del santo giorno in un gergo incomprensibile !?.
Chi sono mai i predicatori della crisi ed a chi obbediscono?
E si può inoltre credere che la crisi esista come espressione delle presuntamente oneste intenzioni e preoccupazioni di coloro che, fino a poco fa lupi famelici, oggi si presentano come uomini accoratamente solleciti verso il nostro benessere, la nostra tranquillità, l’avvenire nostro e dei nostri figli, uomini che insomma oggi più che mai lavorano incessantemente per noi?.
Intenzioni? Quali esattamente? Oneste ? Possiamo proprio esserne sicuri?
Queste facce, queste bocche che ci parlano, e questi abiti impeccabili che esse sormontano (camice inamidate dai colli eretti come corazzieri, cravatte di discreta ma esclusiva eleganza, scarpe luccicanti, orologi Patek Philippe etc etc), dai quali esse scivolano fuori come da cornee corazze di tartarughe, sono veramente facce e bocche parlanti di uomini onesti e solleciti verso i nostri destini?. Lo si può veramente credere?.
Si può credere che lo siano lo scaltro e gelido ghigno da iper-maschio moderno mezzo cyborg del cinico manovratore finanziario internazionale o dell’imprenditore innovatore o anche del così domestico e rassicurante commercialista azzeccagarbugli io-so-tutto, discretamente ricco e potente solo perché da furbacchione che è (più che sapiente) conosce alla perfezione debolezze magagne di una solo kafkiana amministrazione pubblica?. Possiamo crederlo? E che farci, allora, con il lampo di perfidia che scorgiamo in fondo al compassato gelo del suo occhio, o quell’altro brivido di rapinosa brama che vediamo correre sulle sue guance perfettamente rasate, un attimo dopo raffrenato dal suo perfetto auto-controllo di consumato combattente dal motto tanto io cado sempre in piedi ?
Dobbiamo ritenere tutto ciò solo infamie e maldicenze del nostro animo maligno, oppure sinistri quanto provvidenziali segnali della nostra ancora intatta facoltà intuitiva verso la vera natura delle intenzioni di questa gente?
E prendiamo allora l’altra versione della tipologia di cui qui parliamo, anch’essa rientrante nella categoria del moderno sacerdote della finanza, quella dimessa e professorale dell’economista oggi dovunque al potere.
Se l’altro sembra un guerriero ed un re, unokṣhatriya, questo sembra proprio un sacerdote, un brahmano. Eppure invece non e’ altro che un śudra, ossia nella migliore delle ipotesi un sordido bottegaio.
Appunto, come dicevamo, un uomo dimesso, non eclatante nei suoi modi, neanche troppo ben vestito o vestito in modo discreto e poco appariscente, dall’occhio spento e stanco da intellettuale, le guance cascanti da uomo sedentario e dedito allo studio, dall’espressione tutto sommato paterna, bonacciona, se non implorante, o ai limiti del più austero ascetismo da vero e proprio stilita. Insomma un vero e proprio sant’uomo.
Mentre l’altro è un sanguigno David Golder (Nemiròwsky)1, questo è solo un Kurahara (Mishima)2, un uomo in fondo goffo, distratto, malvestito e trascurato. Uno che dovrebbe fare più pietà che rabbia.
Ma comunque è un uomo spaventosamente gelido nel suo così accorto ascetismo finanziario.
Insomma mentre il primo con i soldi ci combatte e ci gioca, non disdegnando il loro sottile o pesante erotismo, questo monaco della finanza invece sui soldi medita profondamente e con mortale serietà. I soldi infatti sono in fondo una cosa serissima. Anzi essi costituiscono una vera e propria religione, che ha le sue verità, i suoi misteri, i suoi dogmi, i suoi riti. Ebbene il professore di economia ( naturalmente delle più stimate università internazionali) serba gelosamente tutte queste verità, misteri e dogmi, e officia i relativi riti al Dio Denaro, accendendo ceri, salmodiando, spandendo fragranti incensi, somministrando olii santi.
Ebbene c’è da credere anche a quest’altro solo perché è rivestito di paramenti religiosi?
C’è da credere che la religione che ha ormai soppiantato tutte le altre religioni ‒ perfino le più moderne, la Religione dell’Uomo liberale (Stirner)3 e la Religione del Lavoro e Lavoratore marxista (Arendt)4 ‒, ossia la religione del Dio Denaro, abbia realmente, come in fondo l’avevano tutte le altre religioni, almeno quelle antiche (molto poco, o nulla, quelle moderne), lo scopo di salvare l’uomo ed il mondo.
O il suo scopo è piuttosto un altro, cioè l’opposto?.
E ciò non significa forse che, dietro gli stessi interessi personali dei protagonisti della dottrina e prassi di tale estrema religione ‒ non tanto del guerriero della finanza, dove la cosa è fisica, scoperta ed evidente, quanto piuttosto del sottile e gesuitico sacerdote, dove la cosa è ben meno letterale ‒ non si nascondano gli scopi, interessi e progetti di una Forza devastatrice che vuole tutt’altro che la salvezza dell’uomo?
Non ci parla forse proprio di questo la coriaceità che scopriamo dopo un po’ sotto quel vago gelo del sacerdote della finanza, e che a prima vista avevamo scambiato per austerità ieratica ? E questa non suggerisce forse in un primo momento un’ottusità stupida, ancor più quanto nutrita a dismisura di sapienza tecnico-specialistica, di per sé già non poco allarmante, ma poi, in un secondo momento, rivela la ben peggiore cecità totale dell’automa decerebrato?. Ossia di un tragico burattino?
I sacerdoti della finanza al potere, ovvero il definitivo primato dell’economia sulla politica ‒
la crisi della modernità ed il neo-capital-comunismo
Ma alla fine di questo necessario identikit poliziesco è necessaria una riflessione più pratica.
Non sono stati forse proprio i sacerdoti della finanza mondiale, assistiti in vari modi dalla schiera di guerrieri che li segue, ed entrambi marcianti a fianco delle banche (nel cui essere il feticcio del Dio Denaro diviene un Elohim Sabaoth 5, un Dio degli Eserciti al negativo), ad avere generato, o meglio progettato a tavolino la crisi? Non sono forse proprio loro gli uomini delle agenzie di rating, delle grandi banche, della multinazionali etc? Non sono forse proprio loro i consiglieri economici dei governi, o, per chi è più maligno, le eminenze grigie che più che consigliare esercitano pressioni non molto lontane dal ricatto sui politici facendo leva sui loro ben noti bassissimi istinti e bisogni? E forse che la politica non si regge proprio su grandi e piccoli affari, puliti o loschi che siano ?
Ebbene non sono forse proprio questi uomini che oggi vanno prendendo in mano le redini del potere, vedendosi dappertutto consegnare a capo chino dalle mani dei politici la chiave della città, la spada e la tiara ?
Insomma se la crisi ci inquieta, e quest’inquietudine va vanamente alla ricerca del suo oggetto, esso non è forse stato già trovato proprio in queste riflessioni?
Il vero problema di questa crisi non appare tanto nella sua indecifrabilità e nella sua inquietante assenza di un vero contenuto ed oggetto, quanto proprio nella sua esistenza, nel suo essere divenuta attuale. E ciò che è più grave, pertanto, non è nemmeno che essa appare strumentale ad occulti interessi di grande portata, come tutte le evidenze sembrano mostrare, ma che essa esiste e sussiste essenzialmente perché è stata concepita.
Come si è potuto giungere a tanto ? O meglio come si è potuto giungere ad osare tanto?
Le avvisaglie di quanto sta accadendo adesso c’erano verità già molto tempo fa. Il sociologo russo, emigrato poi negli USA, Pitirim Sorokin (La crisi del nostro tempo) 6 , ha descritto alla perfezione questo processo già negli anni quaranta (ovvero in piena guerra), mostrandoci come, più o meno a partire dalla crisi del ’29 ed in coincidenza dell’inaugurazione del New Deal, ovvero dell’economia liberal-capitalista statalizzata, il capitalismo si sia evoluto da una realtà in cui la proprietà era al suo centro ad una costellazione in cui la proprietà dei beni, della ricchezza e dei mezzi di produzione non era più personale ma anonima.
Ecco che gli amministratori si sostituivano ai proprietari ed il denaro cessava di essere legato ad una proprietà concreta e diveniva sempre più virtuale.
Ma l’altro aspetto di tale evoluzione è indicato con chiarezza proprio nel fenomeno del New Deal, ed è cioè appunto nella statalizzazione del capitalismo intanto divenuto autonomo. Ecco che abbiamo allora due generi di capitalisti in veste sostanzialmente di meri burocrati : ‒quelli dell’organizzazione statali e quelli delle grandi società per azioni e trusts ( e questi sono privati ma solo nominalmente).
Ed ecco generato un astruso insieme di capitalismo e social-comunismo che sembra recare i tratti inconfondibili di ciò che oggi si chiama socialdemocrazia, ovvero di quel genere di organizzazione della società che è incentrato intorno al valore del cosiddetto stato sociale.
In esso non è portato alle ultime conseguenze il proposito marxista di abolire del tutto la proprietà privata e socializzare totalmente la proprietà stessa e la produzione, ma esso vi è almeno fortemente accennato.
Ed ecco dunque riassunte tutte le caratteristiche dell’attuale organizzazione sociale e statale.
Ecco uno Stato che mantiene, sul piano legislativo, il diritto dei cittadini a possedere una proprietà privata (casa, strutture produttive, attività professionali e conseguenti lucri) ma ne erode sensibilmente i profitti mediante un’ingente pressione fiscale, basata essenzialmente sul diritto da parte dello Stato di esigere una percentuale sia sui possessi, sia sui guadagni e sia sugli acquisti che caratterizzano la vita economica della società. Tutto ciò serve a permettere allo Stato di offrire vari generi di servizi.
Ma contemporaneamente a questo cosa abbiamo?.
Abbiamo una classe imprenditoriale di alto livello che, sia pure nell’ambito del modello indicato da Sorokin, produce ricchezza privata mediante aziende di grande estensione sul territorio e che pertanto soddisfano una grossa fetta delle esigenze di lavoro e produzione della comunità nazionale. E non parliamo qui delle aziende medio-piccole che tutto sommato non rientrano in questa sfera di interessi. Questa classe è naturalmente interlocutore privilegiato e di grande prestigio per lo Stato, il quale, in quanto appunto compagine di burocrati amministranti di fatto gli stessi beni amministrati dalle società private capitaliste (la ricchezza nazionale), ha bisogno di essa per il mantenimento di un adeguato prodotto interno lordo nazionale, e quindi per la disponibilità in definitiva di una sufficiente quantità di danaro per mantenere in vita l’intero sistema economico basato su domanda ed offerta.
Ed, oltre a ciò, abbiamo un proletariato ed ancor più sotto-proletariato che gode di diritti sociali di vario genere (appunto distribuiti più o meno gratuitamente dallo Stato), pur senza però contribuire in egual misura alla produzione dei relativi beni, essendo la sua capacità produttiva bassa o nulla. Tali diritti sono, oltre quelli politici e giuridici, quello ad essere più o meno nutriti, più o meno vestiti, ospitati in abitazioni dotate di medi conforts, riforniti di beni e servizi, trasportati, assicurati ed assistiti sanitariamente. In alcuni casi, laddove la dottrina sociale è più incisiva e profondamente agente, a questi diritti si aggiunge anche quello di essere in diversi modi divertiti.
Infine c’è quella che si potrebbe definire la classe dei politici. Su questa non intendiamo spendere parole dato che diremmo cose ovvie. Basta pertanto solo dire che molti ormai preferiscono sostituire il termine di classe con quelli di casta, per avere di fatto detto tutto quanto a questo proposito bisognava dire. La verità è, senza volersi diffondere in particolari, che, da classe che doveva servire il Paese in termini di governo (ovvero legislazione, progettazione sociale e politica, ed amministrazione), quella dei politici si è trasformata in una casta, l’entrare nella quale permette di accedere facili ed eccezionali privilegi. Essa non serve più il Paese ma è ormai soltanto un’area di distribuzione di quei privilegi che il sistema liberal-democratico e socialista-democratico ha abolito in tutti gli altri settori.
La tragedia moderna della borghesia professionale etica ed il sorgere di un’autentica nuova borghesia conservatrice anti-progressista ed anti-modernista.
Ma il privilegio non è oggi solo dei politici bensì di tutte le altre aree, appena menzionate, che accanto ad esso trovano giustificazione nell’ambito dell’affermazione totale dell’idea social-democratica.
Abbiamo identificato quindi sostanzialmente tre settori di privilegio : ‒quello delle aziende private di grande portata, quello dei detentori di pieni ed inalienabili diritti (che sono poi i principali fruitori della disponibilità di lavoro e del consumo medio), e quello della classe politica, che di fatto si identifica con le attività statali di governo ed amministrazione pubblica.
Ebbene, è a questo punto che emerge un elemento centrale della costellazione messa in evidenza in questo scritto (nato e cresciuto entro un altro testo al quale stiamo lavorando e dedicato ad una rifondazione metafisica del conservatorismo)7, che ha l’ambizione di costituire un nuovo manifesto conservatore.
Si tratta di quella parte della borghesia moderna alla quale tra poco cercheremo di fornire chiari contorni identitari.
Diciamo subito che questo elemento ci sembra avere il pieno diritto, almeno nel contesto delle priorità indicate dalla costellazione appena descritta, di costituire il soggetto principale dell’intero manifesto conservatore al quale si intende dare corpo qui.
Nello scritto appena menzionato non abbiamo nascosto le gravi responsabilità che attribuiamo allo spirito borghese nel suo complesso nel processo progressivo che ha condotto alla gravissima crisi dell’ultima modernità. Ma ciò non toglie che, nell’ambito della costellazione profilatasi con l’aspetto specifico della crisi che stiamo vivendo, la parte di borghesia di cui parleremo qui abbia ormai il pieno diritto di assumere un ruolo profondamente divergente dal progressismo e modernismo che ha caratterizzato da sempre il movimento borghese assumendo finalmente una chiara identità conservatrice. Identità conservatrice che però sfugge completamente agli accenti e contenuti che hanno caratterizzato la critica marxista alla borghesia da almeno due secoli a questa parte.
Pertanto, nell’identificare questa nuova borghesia conservatrice, sullo sfondo della crisi attualmente in atto, sembra proprio che abbiamo a che fare con una profonda abiura, ad opera di una parte della borghesia stessa, delle fede progressista e modernista che l’ha da sempre contraddistinta.
Ma qual’è dunque la borghesia di cui parliamo?
Essa è una borghesia divenuta ormai ben più che una classe sociale, ovvero propriamente un’entità estremamente problematica, vale a dire qualcosa della cui legittimità all’esistenza nessuna, essa per prima, è più molto sicura.
I processi convergenti dell’evoluzione in senso socialista del capitalismo e dell’evoluzione in senso capitalista del socialismo (tutt’altro insomma che quello che si aspettava Marx) hanno condotto ad una costellazione politico-sociale nella quale la borghesia, invisa di fatto dall’uno e dall’altro dei termini di questo fatale incontro (ormai non più scontro!), ha perduto ogni ragione di essere.
E diciamo qui solo per inciso che il paradossale fenomeno di un paese come la Cina, che non ha mai sconfessato il suo ufficiale comunismo, ma è divenuto la più grande potenza industriale del mondo, è sufficientemente emblematico di ciò che stiamo dicendo.
Stretta, anzi stritolata, in questa tenaglia di così immensa rilevanza politico-economico-sociale, rilevanza non più solo storica ma epocale, la media borghesia si è trasformata, dalla protagonista che essa era stata del grande processo che ha recato alla genesi dell’attuale costellazione politica, economica e conoscitiva che caratterizza la società, ad un vero e proprio paria. Ecco quindi una borghesia tartassata dall’alto, ricattata dal basso, e sottoposta a continui minacciosi moniti e restrizione da parte di un apparato amministrativo-giudiziario il cui unico scopo sembra essere quello di custodire la realizzazione costante di un garantismo sociale e politico. Tale garantismo, ormai lontano erede del motto rivoluzionario libertà-fraternità-eguaglianza, si muove secondo il criterio della libertà incondizionata e della tolleranza a senso unico, e cioè nel senso della protezione dei cosiddetti deboli. Ma non quelli reali, bensì quelli appunto cosiddetti, cioè quelli considerati tali sul piano di un canone istituzionale che, anch’esso, assomiglia molto alla dottrina socialista.
Una delle branche più aggressive di questo apparato è il sistema fiscale, assistito da veri e propri potentati della riscossione di crediti, altra area di distribuzione di prestigio, carriere e privilegi di Stato.
La borghesia riconoscibile nello status di cui parliamo è insomma unanimemente (dallo Stato, dalla classe sociale svantaggiata, dalla grande industria capitalista, e dall’apparato amministrativo-giudiziario) chiamata a garantire la realizzazione dell’obiettivo collettivo, almeno quello dichiarato, di tutte le parti della società che hanno voce in capitolo, e cioè la piena esplicazione di una dottrina del diritto illimitato ed incondizionato.
Un diritto illimitato ed incondizionato dal cui godimento l’unica ad essere esclusa è proprio la media borghesia di cui parliamo.
Essa deve quindi, nello ristretto spazio imposto da regole estremamente severe e rigide (e collegate ad un’attitudine punitiva estremamente aggressiva da parte delle amministrazioni statali e private, come ad esempio banche ed amministrazioni fiscali), attendere a quelli che una volta erano i compiti determinati dalle sue stesse volontà ma che ora sono invece veri e propri doveri sociali (definiti con cinico eufemismo “solidali”). E questi sono i seguenti : ‒ offrire servizi professionali di vario genere (da quelli più prossimi alla logica dell’etica a quelli più prossimi alla mera etica commerciale ed amministrativa), produrre ricchezza dalla quale lo Stato possa detrarre rilevanti fette per sostenere le spese per l’offerta di servizi, mettere a disposizione posti di lavoro, costituire l’ossatura del sistema produttivo medio-basso.
Va fatto rilevare a tale proposito il dovere di fatto al quale sono ormai sottomesse le categorie professionali così individuale a formare e riformare a proprie spese le competenze tecnico-professionali pagandosi istruzione e aggiornamento senza neppure avere (come un qualsiasi carrozziere), la possibilità, in molti casi, di una trasmissione ereditaria della competenza professionale così maturata.
Da quanto abbiamo finora detto appare evidente che la borghesia di cui parliamo non è affatto più quella sorta nell’epoca dei comuni medievali ed evolutasi poi fino alla classe capitalista del XIX secolo, e non è nemmeno più quella classe che si è in gran parte identificatasi con il complesso di dottrine del liberalismo.
Si tratta invece di una fetta di borghesia che si è andata progressivamente differenziando (insieme ad una progressiva perdita di prestigio e di potere d’acquisto e contrattuale), e che oggi potrebbe essere definita come “etico-professionale”.
Parliamo insomma grosso modo di medici, farmacisti, piccoli avvocati, ingegneri, commercianti, consulenti, produttori di servizi piccoli e medi imprenditori, funzionari ed operatori nel campo dell’educazione, della cultura e della scienza (insegnanti, professori, ricercatori). Oltre che di onesti e morigerati commercialisti, avvocati, intermediari, e perfino giornalisti, ossia di quella parte, di per sè tendenzialmente eccedente le caratteristiche tipiche della borghesia etico-professionale, che volontariamente si ri-sottomette a queste ultime.
E parliamo pertanto sostanzialmente della gran massa di questi professionisti di queste branche, e non certo di quelli, tra essi (quella parte di sé eccedente cui abbiamo or ora accennato), che, sulla base di specifiche circostanze favorevoli, hanno potuto ammassare grandi privilegi, prebende, e fortune, sfuggendo così ai severi limiti ai quali è sottomessa la borghesia appena definita. Questi rari privilegiati, più eccezione che regola, costituiscono pertanto quella parte di media borghesia che fa affari e non guadagni, e che quindi è ammessa (almeno per adesso e fino a nuovo ordine !) a partecipare in pieno alla festa del trionfo della finanza e dell’economia.
Difficile quindi far comparire nella borghesia appena delineata le parti di essa che, nella costellazione appena indicata, si sono attestate su posizioni di ingente privilegio, costituito dalla libertà di applicazioni di esosissime parcelle professionali, dalla difficoltà di assoggettamento ad un rigido controllo fiscale, e dal quasi totale svincolamento da rigide responsabilità etico-professionali. Parliamo di vari generi di professionisti dell’area economico-amministrativa (manager, operatori finanziari, medi-grossi avvocati, commercialisti, notai, medici di grossissimo calibro…) e naturalmente di quei magistrati di cui abbiamo poc’anzi parlato.
Per tutti costoro (come per coloro, giornalisti, commentatori, calciatori, nani e ballerine che affollano i media per propagandare questa dottrina) non sembrano di fatto valere lo stesso rigore di controllo e sanzione e gli stessi criteri restrittivi ispirati alla sottomissione all’obbligo di prestare opera per la realizzazione del garantismo assoluto come obiettivo della società. Essi sono quindi sensibilmente più liberi, meno vincolati, più ricchi, più privilegiati. E conseguentemente molto più in alto nel prestigio collettivo.
Quanto poi agli attuali capitalisti essi non possono più nemmeno essere considerati borghesia, almeno in senso tradizionale.
Il resto della borghesia poi, quello che orbita intorno allo spazio una volta assegnato alla cosiddetta piccola borghesia, è stato ormai quasi completamente ingoiato nel proletariato, ma spesso senza goderne appieno i privilegi. Parliamo cioè della classe impiegatizia, costituita da piccoli funzionari delle amministrazioni e dei servizi pubblici e privati,dei piccoli produttori agricoli, degli artigiani seri, dei piccoli commercianti la cui minima e diffusa evasione fiscale serve a mantenere i bisogni familiari in assenza, o in carenza, di quegli ammortizzatori sociali di cui altri proletari, proletarizzati e sotto-proletari, godono.
La borghesia etico-professionale, ovvero quello che resta di una classe sociale ‒
un rifiuto che è promessa per il futuro.
Come abbiamo abbiamo già ricordato, un aspetto centrale dell’intera questione è l’enorme e sempre crescente peso fiscale che grava sulla borghesia professionale etica appena definita.
I suoi guadagni derivano infatti da attività sottoposte a regole di onorario chiaramente delimitate, facilmente controllabili e peraltro sottomesse a rigorosi criteri etici di tipo soprattutto sociale. E pertanto quello di questa borghesia è di fatto l’unico grande lago ricco di pesci nominalmente grassi nel quale lo Stato sa di poter pescare senza difficoltà (e soprattutto senza invadere pericolosamente nessuna area di intoccabili) per garantirsi i proventi necessari a far funzionare in modo indisturbato il sistema. Ufficialmente si tratta con ciò dell’adesione della borghesia al dovere di solidarietà nei confronti di aree sociali più deboli (stato sociale) ed in generale dell’obbedienza ai doveri imposti da uno Stato che offra servizi.
Ma tutto ciò corrisponde molto più a dichiarazioni di facciata, perché (specie tenuto conto del fatto che in realtà come l’Italia i servizi offerti dallo Stato sono di bassa qualità o inesistenti) si tratta in realtà molto più del sacrificio di un’intera classe sociale e fascia di reddito al funzionamento di un sistema i cui nobili scopi non sono altri che meri pretesti moralistici e sentimentalistici di stampo liberal- e social-democratico.
Il vero obiettivo è invece quello di permettere alle altre parti della società, quelle che abbiamo descritto come aree di privilegio, di continuare a godere appunto dei propri privilegi.
Ed allora, sebbene l’evasione fiscale continui ad essere prospettata come qualcosa che è patrimonio proprio della borghesia a cui qui abbiamo dato un volto, in realtà la sua possibilità piena e veramente rilevante è alla portata solo o di chi non ha nulla, o molto poco (e gode in pieno dei privilegi dello stato sociale), come il proletariato e sotto-proletariato , oppure di chi ha moltissimo danaro e/o moltissimo potere e prestigio
I primi infatti o sono del tutto o quasi esenti da balzelli, oppure giungono indirettamente a tale risultato godendo di esenzioni varie dai balzelli di cui non gode invece la media borghesia. I secondi invece godono non solo di un grande potere di influenza, scambio di favori e corruzione, ma soprattutto sono utili sia allo Stato che alla classe politica per i loro più o meno ufficiali interessi.
Al di là di tutto questo va ricordato che recentemente un filosofo della politica e dell’economia come Hans – Christian Hoppe8, da noi più volte citato in nostri diversi scritti, ha condotto una serratissima e fondatissima critica contro la legittimità dell’istituto fiscale, un istituto che nelle sue grandi linee appare sostanzialmente iniquo ed illegittimo. Ed esattamente in tal senso vanno le critiche all’Istituto della Gestline, naturalmente seppellite da un coro di sdegno di maniera da parte di una classe politica e giornalistica ormai chiaramente complice di tale iniquità.
Proprio la questione fiscale mette pertanto in luce la tragedia vissuta di quello che resta della borghesia nello scenario dell’ultima modernità.
Una borghesia asservita, irreggimentata, impoverita e tartassata oltre ogni limite, che appare essere ormai, quindi, l’agnello da sacrificare sull’altare della definitiva confluenza tra lo spirito capitalista e lo spirito socialista, entrambi non a caso, come dimostra Hannah Arendt9, introduttori nella civiltà umana del perniciosissimo valore del lavoro (unito a quello del lavoratore).
Il capitalismo si è ormai evoluto, anche sulla base di quello che prima abbiamo riportato da Sorokin, in un iper- e turbo-capitalismo, planetario, assolutamente anonimo e privo di qualunque anelito politico-morale (laddove l’unico valore riconosciuto è il sempre più bieco, cieco ed iperbolico guadagno a qualunque costo). Esso sembra pertanto configurare ormai una forza talmente mutevole e flessibile da essere capace di adattarsi a qualunque circostanza, assumendo così, senza alcuna inibizione, le maschere più disparate.
Non a caso un grande critico moderno di tale iper-capitalismo10 ha dimostrato che esso è ormai capace, nelle forme di un’aggressiva e disinibita pubblicità, di riassorbire perfettamente qualunque fenomeno di protesta sociale, specie quelli giovanili.
Il suo interesse principale è ormai che vi siano masse sconfinate di consumatori iper-edonisti e privi della minima moralità.
Ebbene, l’ipersviluppo dei mezzi e dei modi di comunicazione sembra perfettamente funzionale al raggiungimento di questi obiettivi. Tanto che, come accade sulla rete web, tendono ad essere censurati solo messaggi che vanno contro questo spirito, come sono quelli che puntano a trasmettere sapere invece che mera e pura istigazione al godimento.
Parallelamente il socialismo si è evoluto in una fabbrica di diritti incondizionati per individui ipertrofici e mai soddisfatti, il cui obiettivo principale è quello di divorare, consumare e godere il più possibile.
Ebbene capitalismo e socialismo, ormai non più affatto contrapposti, anzi da molto tempo in marcia l’uno verso l’altro, sono ormai molto prossimi a raggiungere la completa convergenza. E lo scenario della crisi di cui stiamo parlando sembra proprio in qualche modo in relazione con questo fenomeno.
Pertanto, se finora entrambe queste forze hanno condizionato, se non ricattato, lo Stato nel senso del pressante monito a tener d’occhio primariamente i loro interessi per evitare la deflagrazione sociale, visto che ora tali interessi non sono più divergenti ma invece convergenti, essi possono ormai essere accolti entrambi senza più alcuna difficoltà da parte dello stesso Stato. Inoltre è apparso sempre più chiaro che, dalla collaborazione con entrambe le principali forse economico-sociali (ed ovviamente a tutto discapito delle vere forze deboli ormai costituitesi), lo Stato avrebbe ricavato il grande vantaggio di potere partecipare delle ricchezze rese disponibili da un capitalismo sempre più potente e dovizioso, mantenendo nello stesso tempo di ottimo umore le masse soddisfatte.
Ebbene, in un contesto come questo, non possono che essere considerati come meri specchietti per le allodole fenomeni come il conflitto in atto nel nostro Paese tra una magistratura giustizialista, schierata sul fronte para-rivoluzionario della giustizia sociale e della legalità democratica, ed una politica corrotta e collusa con l’imprenditoria privata, schierata sul fronte para-conservatore dell’ingiustizia sociale e dell’illegalità eretta a sistema. Così come è da considerare un mero specchietto per le allodole quel che resta di un conflitto sociale tra capitalismo e forze rivoluzionarie, a sua volta regolarmente ricondotto al tradizionale scontro tra destra liberal e sinistra social-comunista, che ormai ridotto a pura farsa per confondere le acque.
La verità è che, in seguito allo stravolgente rivolgimento economico-sociale e politico-ideologico che vi è stato dal dopoguerra in poi, il vero nemico da battere, un nemico ormai comune, è la borghesia etico-professionale che unica resta a rappresentare l’antica borghesia e che ancora è in possesso delle ultime fette di capitale privato familiare (in gran parte come patrimonio immobiliare) che fanno gola sia allo Stato para-socialista sia al grande capitalismo. A tutto questo resto di ricchezza non si vuole più consentire di restare in mani private e lontano dal controllo capitalistico-statalista ma si pretende che venga scaraventato nel grande calderone da un lato del controllo fiscale statale e dall’altro speculazione finanziaria controllata dalle banche e dalla grande finanza internazionale.
Il progetto specifico da parte del governo italiano di prendere sotto tutela una cassa pensioni come l’ENPAM (la cassa pensione dei medici), fatto da cui nasce parte delle motivazioni che hanno portato alla stesura di tale documento-manifesto, ci sembra emblematico di tale tendenza.
Che poi decenni e decenni di andamento allegramente e follemente inflattivo di un’economia sempre meno legata alla ricchezza reale e sempre più a quella virtuale, abbiano generato enorme sacche di debito che rischiano di far fallire interi stati davanti allo strapotere delle banche, è un fenomeno innegabile ma non primario. .
Questo è stato probabilmente più un risultato premeditato che imprevisto, e sta di fatto costituisce oggi l’ ottimo argomento da sbandierare per chiamare proprio la borghesia residua a pagare il prezzo di tutto quest’allegra ed insensata espansione.
La borghesia etica come una delle ultime “sentinelle della terra”‒
la definitiva liquidazione del valore etico-conservatore del risparmio
Finora abbiamo parlato del patrimonio ancora nelle mani della borghesia etico-professionale, come obiettivo bellico dell’avanzata trionfale delle forze convergenti capitaliste e social-comuniste. Ed è da precisare che è solo in virtù di questo che buona parte della media borghesia etico-professionale ancora sopravvive come tale e non è ancora scivolata, come la piccola borghesia, nel proletariato, ovvero nella di fatto indigenza.
Ma, per quanto disperatamente vitale per chi ne fa uso, anch’esso non ci sembra l’obiettivo di primo piano delle forze che presiedono al processo in atto.
Infatti se c’è qualcosa che ancora manca al progetto che sembra nascondersi dietro tale processo, questo non è qualcosa di materiale ma piuttosto di immateriale.
E sembra proprio trattarsi dell’etica.
Nello scenario appena raffigurato, ossia nel generale trionfo dell’edonismo e della logica insieme del diritto e del possesso, l’etica rappresentava l’ultimo ostacolo alla moltiplicazione su scala iperbolica del godimento.
E chi era il protagonista dell’etica ?. Lo era senz’altro la borghesia da noi definita.
Anche se non certo da sola e non certo volendo di essa idealizzare in modo irrealistico il profilo morale!. Ed inoltre, come abbiamo sostenuto nello scritto prima citato11, è evidente che, per una riforma in senso radicalmente etico della società e della politica, non ci si può affatto limitare né solo al piano sociale né tanto meno all’esaltazione delle presunte virtù di una determinata classe.
In altre parole la postulazione della borghesia etico-professionale come soggetto politico di un ampio progetto conservatore non può che essere considerato come un obiettivo non solo di breve ma di brevissimo termine. Esso vale insomma solo entro i limiti dei fini di questo specifico documento.
In questo senso, con le dovute cautele e sulla base di un’extrapolazione piuttosto ardita, la borghesia etico-professionale può essere ben considerata giocare un ruolo molto simile a quello previsto da Carl Schmitt per l’ultimo resistente al progressismo modernista, “l’ultima sentinella della terra”, ossia il cosiddetto “partigiano tellurico”12.
Certo è comunque che, volente o nolente, e che sia solo per virtù o solo per necessità, la borghesia professionale da noi delineata appare realmente legata ad un ruolo (almeno sociale) profondamente etico.
Ed ecco perché.
Prima ancora che seguire la logica del diritto e del piacere o possesso, i medici curano i pazienti , gli ingegneri costruiscono per gli uomini case e mezzi, gli avvocati tirano la gente fuori dai guai, i commercianti distribuiscono beni di prima necessità, i docenti preparano la classe dirigente di domani, etc. Tutto questo lavoro professionale è prima di tutto servizio, devozione, dedizione, e solo dopo guadagno piccolo o medio che sia (grande mai!). Ed il tutto avviene peraltro , dove più dove meno, in regime di concorrenza, e pertanto in una condizione in cui tutto sommato si rischia in proprio.
Inoltre, è proprio in virtù della del tutto falsa presupposizione, per le attività di cui parliamo, di guadagni considerati come medio-alti, il godimento dii diritti sociale da parte dei suoi protagonisti e fortemente limitato. Ferie, assenze per malattia, sostituzione sul lavoro, sono cose che non sono affatto scontate per i liberi professionisti. Ciò vale anche per i cosiddetti medici convenzionati, e con l’aggravante, tra l’altro, di essere vincolati ad un ruolo pubblico che rende illegale la cessazione anche per un solo giorno o una sola ora della propria attività.
Ebbene, anche se non è ancora facile capire in nome di quale risultato da ottenere, tutto questa profusione di etica professionale appare essere ormai in fondo non più richiesto, anzi di forte intralcio.
Ergo : ‒ anche per questo motivo, anzi forse proprio per questo, la borghesia dev’essere finalmente vinta, schiacciata e distrutta!.
Se ancora, in qualche categoria, si annidano uomini, ebbene bisogna neutralizzarli, togliendo loro ogni margine di autonomia professionale allo scopo di incasellare automi in un sistema incontrollabile dal basso.
Sembra essere questo lo slogan che si nasconde dietro i falsi allarmi e le false sollecitudini degli uomini della crisi, non a caso accolti quasi senza battere ciglio ( i roboanti proclami sono naturalmente solo di facciata) da politici ed organizzazioni di lavoratori.
Ricordiamo due significative affermazioni di uomini della crisi negli ultimi tempi.
La prima del direttore del CENSIS, certo Paolo Roma , il quale affermava che, essendo il patrimonio immobiliare delle famiglie italiane (cioè quello costituito in gran parte dal risparmio della borghesia etica, e con non poche rinunce, specie nelle precedenti generazioni) quattro volte maggiore del debito dello Stato, se quest’ultimo verrà acquistato a spese del suddetto patrimonio immobiliare allora potrà essere facilmente ridotto a zero.
La seconda affermazione è quella del funzionario di una banca di investimenti che, commentando proprio l’affermazione del Roma, diceva che il principio era giusto perché immobiliari si devono trasformare in beni mobiliari, ovvero, in beni di proprietà delle banche.
Ecco insomma la chiara configurazione dell’ultimo obbligo al quale la borghesia etico-professionale deve sottomettersi : ‒ rinunciare definitivamente alla propria identità e con ciò cedere l’ultimo spazio di autonomia che finora gli è stato concesso.
In altre parole è giunto il momento di scomparire, di togliere finalmente il disturbo, affinché lo scenario-spettacolo dell’orgia capitalista-socialista sia finalmente perfetto.
I protagonisti del grande processo in corso sono così chiarissimi anche solo nell’ambito di queste tutto sommato banali affermazioni. Si tratta dello Stato e delle banche unite alla finanza internazionale contro la borghesia etica.
Quello Stato che dunque ora vuole mettere le mani anche sulle casse previdenziali private (vedi ENPAM), non è altro che colui che, in combutta con il grande capitale (le banche), vuole ormai trasformare in virtuale anche l’ultimo resto di ricchezza reale in quanto legata alla proprietà, ovvero quella generata mediante un modo ancora tradizionale di ottenere ricchezza, ossia il risparmio.
E si badi bene, sul piano simbolico il risparmio corrisponde in termini filosofico-politici equivale perfettamente all’ordine di sotto-valori che rientrano nella conservazione come valore (a sua volta legata fortemente alla terra intesa come valore), che a sua volta corrisponde ad una visione politica in cui ciò che conta di più è il raccordo con il passato, la ricchezza materiale e spirituale tramandata dalle generazioni precedenti (tradizione), ad opera del presente e del futuro.
Peraltro Hans Jonas13 ci fa vedere come la preservazione preveggente di questa ricchezza, in luogo della sua dilapidazione, rappresenta un atto di altissima responsabilità degli uomini del presente verso i posteri, atto che è il presupposto ormai indispensabili per evitare la distruzione planetaria. Fatto che, pur tenendo presenti le gravissime responsabilità che la borghesia ha nella liquidazione della tradizione, testimonia comunque una sostanziale, naturale, prossimità del nucleo filosofico-politico della borghesia stessa, alla più rigorosa etica conservatrice.
Del tutto opposto è invece il modello di organizzazione al quale si vuol giungere spazzando via definitivamente il valore della conservazione. Si tratta di un modello nel quale tutto viene consumato immediatamente, in termini di consumi più o meno edonistici puri ed edonistico-sociali, e cioè di finanziamento dell’offerta di servizi da parte dello Stato per mezzo delle tasse. Ogni ricchezza dev’essere bruciata in questa spirale di follia presentista, e nulla deve restare ad essa più nascosto.
Si rinnova insomma il delirio di smascheramento contro-rivoluzionario che, nella sua ricerca febbrile e sanguinaria di sacche residue di aristocrazia, contraddistinse la fase più cruenta della Rivoluzione francese.
Il ruolo della borghesia etica, ovvero affermare il motto della rinascita : ‒decelerare, regredire, de-complessizzare!
Ebbene è evidente che la crisi attuale è ben più strumentale ad un progetto di iperbolizzazione di questo modello che non reale. Come abbiamo visto prima, esso non presuppone alcun radicale processo di impoverimento delle società che, almeno nominalmente, ne sono interessate.
E tuttavia va concesso che qualcosa dev’essere accaduto, che qualche meccanismo dev’essersi rotto nel meccanismo di accelerazione costante dell’economia e di creazione di ricchezza virtuale a dispetto di quella reale, che fino a questo momento ha funzionato indisturbato.
Non siamo affatto degli economisti e non ci permettiamo pertanto di indagare meccanismi e dati che non possiamo conoscere (e nemmeno per la verità vogliamo conoscere), ma è evidente che in un processo evidentemente orientato al parossismo del godimento deve esservi stato un fatale inceppamento.
Che esso sia tutto sommato voluto, in una sorta di cinica riedizione economico-finanziaria della cosiddetta strategia della tensione, oppure sia realmente casuale, in fondo non ha molta importanza.
Insomma, o qui le aspettative si sono moltiplicate a dismisura rispetto alla base che il modello può offrire alla loro soddisfazione (sfuggendo così alla loro stessa regia come un’imprevista reazione a catena), oppure effettivamente la disparità tra ricchezza reale e quella virtuale, alla quale fanno riferimento le vorticose speculazioni finanziarie, ha comunque superato un livello soglia. O probabilmente, chissà, sono accadute entrambe le cose, e forse addirittura sullo sfondo di un bieco progetto di forze diaboliche che proprio a questo tragico impasse puntava.
È insomma probabilmente accaduto che ci si è resi conto che sia la base su cui doveva poggiare il meccanismo sia la natura del meccanismo stesso dovevano cambiare naturalmente per permettere da un lato al processo di continuare e dall’altro di renderlo ancora più efficiente.
Ribadiamo che non ci riteniamo di giudizi ultimativi di tipo tecnico su questo e nemmeno sul vero perchè il sacrificio della borghesia sia necessario per realizzare questi scopi.
Ci riteniamo però sì autorizzatissimi a dare ultimativi giudizi di tipo non tecnico, e cioè morali, filosofici e religioso-metafisici, sull’interezza di questo processo. Del resto l’inversione dei valori di tipo autenticamente conservatrice, che è urgentemente richiesta dalle crisi moderne, richiede proprio la rivendicazione del pieno diritto di dare giudizi non tecnici, e quindi per nulla storicistico-relativisti. E ci è testimone in questo un autore per nulla conservatore come Isaiah Berlin14.
Certo però è innanzitutto che il diabolico processo in atto vuole perpetuare sé stesso, sebbene la sua insensatezza dia stata ormai messa a nudo, e vuole farlo evitando di fare l’unica cosa che sarebbe coerente, oltre che ormai più che necessaria, cioè il rinsavire e dichiarare le proprie colpe, liberando così l’umanità dal proprio oppressivo giogo.
E certo è inoltre che la borghesia etica deve essere eliminata proprio perché essa rappresenta ancora il valore di un risparmio che è nello stesso tempo l’antidoto alla follia e lo smascheramento della sua infamia.
È possibile insomma anche che nella borghesia etica si veda l’unica forza sociale, che essendo appunto etica, ovvero ancora votata in qualche modo al dovere altruistico ed a sacrificio, sia di fatto l’unica a poter pronunciare un giudizio di interdizione su ciò che sta accadendo.
In ogni caso, in virtù di tutte queste interdizioni, di cui il progetto di annientamento della borghesia etica non è che un aspetto, entro l’attuale crisi si fa in modo che non si faccia l’unica cosa che invece urgentemente si dovrebbe fare e cioè la seguente : ‒decelerare, regredire, de-complessizzare !.
L’affermazione di questa necessità identifica chiaramente chi sia oggi il vero nemico, e fa vedere chiaramente che esso non è affatto quello che ancora ci si sforza di farci intendere come tale.
Non è ormai più da tempo il monarca tiranno, e con esso l’aristocratico, ossia l’oscurantista nemico della Borghesia, dello scientismo laicista e del Progresso. Non ormai più affatto il “nemico di classe” teorizzato dal marxismo. Meno che mai è il “nemico di razza” in tutte le sue varianti più o meno moderne.
Il Nemico è invece proprio quella forza occulta, operante da molto tempo nella storia, che ha retto nell’ombra le redini di tutto questo processo, giunto ormai alla sua perfezione, e prossimo a subire la Grande Svolta voluta. Anche se esso in fondo non sa che, con essa, rischia anche di incontrare la sua stessa fine.
E ciò dipende solo da noi, ossia dalle forze ancora consapevoli ed intelligenti, esistenti ancora nella società.
Nei termini della crisi di cui stiamo parlando, si tratta (come peraltro suggerito dal nostro amico Beppe Marini nell’ambito della nostra privata corrispondenza, oltre che da autori come Hoppe, Finkielkraut15 ed Isabel) di sfuggire al globalismo in qualsiasi forma, e tornare alle comunità locali .
In questo senso sarebbe stato un ottimo segnale se la Grecia avesse effettivamente approvato per referendum il proposito di uscire dall’Europa ed inoltre di non restituire semplicemente il danaro ricevuto in prestito. Ma decisioni come queste sono ancora nelle mani di politici asserviti alle forze oggi trionfanti e tuttora non ala portata di un potere autenticamente popolare.
In ogni caso il lemma della lotta che ormai dovrebbe essere intrapresa dovrebbe finalmente essere ancora una volta quello già indicato ‒: decelerare, regredire, de-complessizzare!.
E senz’altro la borghesia etico-professionale potrebbe rendersi protagonista e guida di questa lotta la cui identità non può che essere ormai squisitamente conservatrice. Per questo ci ripugna profondamente di usare il termine rivoluzione per designarla.
Infatti del progetto oggi in atto nella profonda convergenza delle due falde filosofico-politiche degli ultimi sei secoli, capitalismo liberal-democratico e social-comunismo rivoluzionario, non è difficile riconoscere l’intenzione di una forza prossima a realizzare il suo obiettivo ultimamente eversivo.
Fatto che sta che ogni evidenza mostra che si vuole che ormai sparisca del tutto la borghesia risparmiatrice in quanto detentrice di ricchezza, ossia come forza sociale autonoma e non controllabile.
L’occhio di Argo del fisco già finora attentissimo e rapacissimo, ottiene, con il potere concesso ai sacerdoti della finanza, il compito di non farsi sfuggire più nulla, di fare emergere tutti tesori nascosti e sequestrarli così una volta per tutti.
Una volta portato a termine questo progetto, della borghesia etica produttrice ed offertrice di professionalità, e nello stesso tempo detentrice di una certa autonomia economico-sociale, non resterà più nulla.
Ecco così completato quanto già iniziato con la trasformazione di parte di questa stessa borghesia in una classe impiegatizia dipendente e povera, ossia praticamente assimilata al proletariato. Si vuole insomma che l’ultima parte di borghesia etica ancora autonoma segua il tragico e desolante destino della classe impiegatizia, ossia della piccola borghesia.
Le tracce di questa tendenza si vedevano del resto già chiaramente in quella parte della stessa borghesia etica di cui stiamo parlando. Ossia quella media borghesia già ormai così mortificata nel suo orgoglio da essere, per pura disperazione, passata in massa, armi e bagagli, al suo nemico, quello progressista-rivoluzionario (cioè di fatto la sinistra politica), integrandosi quasi completamente nella visione garantista e giustizialista di cui abbiamo parlato precedentemente.
La borghesia etico-professionale ed il progetto conservatore integrale ‒
il ruolo dei medici “convenzionati”.
Ma giunti alla fine di quest’esposizione, e proprio in virtù di quanto abbiamo appena detto, cediamo di dovere al lettore un’indispensabile spiegazione.
Come abbiamo già in parte detto, ciò che abbiamo sostenuto in questo scritto è in sé un paradosso per il genere di conservatorismo che sosteniamo.
Più volte nello scritto già citato16 abbiamo infatti sostenuto che la borghesia, in quanto base sociale per una visione filosofico-politica progressista e rivoluzionaria (che ha spazzato via dal mondo ogni organizzazione sociale aristocratica prima ancora della monarchia), è da considerare un chiaro nemico del conservatorismo integrale. Inoltre abbiamo anche dimostrato che, prima che in essa intervenissero momenti di rinsavimento, essa ha svolto, per l’ancor più radicale spirito rivoluzionario marxista, il compito di fare da ponte verso l’acquisto del peso politico che esso intendeva a tutti i costi avere.
Eppure qualcosa appare essere radicalmente cambiato soprattutto dal dopoguerra in poi.
La borghesia di un tempo, come abbiamo visto, si è ormai completamente disintegrata. E così che dal suo antico corpo si sono staccate due parti, entrambe non più denominabili come borghesia, quella assimilatasi all’ipercapitalismo anonimo ed amorale e quella assimilatasi di fatto al proletariato.
Pertanto ciò che è restato dopo questa mutazione non è certamente più la borghesia liberale del passato, ossia la protagonista dello sviluppo del capitalismo, del mercantilismo, dell’utilitarismo laico e razionalista, del progressismo, delle professioni libere ed infine della rivoluzione industriale del XIX secolo.
Essa reca infatti uno soltanto dei tratti socio-economici di quest’antica realtà, quella della libera professione. Ma, anche quando essa occupa il suo posto nella società con questo genere di identità, essa lo fa come abbiamo già visto, in un contesto caratterizzato dai seguenti aspetti : ‒un forte legame personale con il fruitore dei servizi offerti (accompagnato dall’altro lato da un’ingente assunzione di responsabilità da parte di chi lo offre), una moderazione delle aspettative di guadagno legata all’assunzione di responsabilità, ed infine l’offerta di beni e servizi materiali ed immateriali vincolati alla qualità o ad un forte contenuto etico.
La borghesia impegnata nell’attività lavorativa così caratterizzata non indulge insomma alle caratteristiche più chiaramente capitalistiche di produzione, contrassegnate, specialmente ultimamente, da anonimato, ingenti guadagni intesi nel senso di chiaro profitto e non chiaro vincolo alla qualità ed eticità del prodotto, e quindi, tutto sommato, da una profonda de-responsabilizzazione morale (se non, in alcuni casi, da un aperto e pesante impegno nel senso della trasgressione).
Abbiamo già chiarito che esiste comunque una larga fetta di borghesia libero-professionale che, per determinate circostanze, esula da questo modello avvicinandosi più a quello capitalistico.
Ma inoltre, nell’ambito della borghesia libero-professionale ad impegno etico, si è progressivamente differenziata un’ulteriore variante, caratterizzata da operatori in solo parziale regime libero-professionistico, che intrattengono così un rapporto di convenzione con lo Stato, mettendo pertanto a disposizione di utenti non paganti i loro privati servizi e strutture.
Si tratta del classico caso, già da noi menzionato, dei medici convenzionati, ossia dei medici che operano collateralmente al Servizio Sanitario Nazionale.
Non possiamo nascondere, anzi dobbiamo di nuovo riaffermarlo con chiarezza, che è proprio da questo settore che nasce il progetto di un manifesto conservatore che veda nella borghesia etica il suo soggetto politico e protagonista.
Ebbene proprio questa fetta della borghesia etica si discosta ancor meno dal suo tronco-madre per il fatto che l’eticità del suo operato è ancora più accentuata che altrove!.
Essa offre la sua opera infatti nell’ambito di contratti di lavoro in cui gli onorari sono di fatto calmierati e sottoposti ad un rigido controllo politico-sociale, così da essere sottratta alle leggi della libera domanda ed offerta. E ciò comporta peraltro salatissimi prezzi da pagare nell’ambito di contratti di lavori entro i quali questa categoria sconta la tragedia di essere considerata libero-professionista solo per i diritti dai quali è esclusa ed invece non libero-professionale (cioè para-dipendente) solo per i pesanti doveri cui è assoggettata.
Del resto, sia pure con le dovute differenziazioni, in un certo senso si può dire grosso modo lo stesso per tutti quei medici che, rinunciando alla loro tradizionale veste libero-professionale, che ad essi competerebbe offrono la loro opera in strutture assistenziali pubbliche in cambio di un vero e proprio salario.
Ebbene tutto questo ci sembra possa costituire una sufficiente giustificazione per il diritto e dovere da parte della categoria dei medici convenzionati di porsi alla testa di una rivolta conservatrice da parte della borghesia etico-professionale. E, come abbiamo già accennato, questo è lo spirito sulla base del quale è stato redatto questo documento-manifesto.
La trasformazione in senso fortemente etico dell’impegno borghese introdotto da figure come quelle appena delineate, specie in un campo sensibile come quello della medicina e della salute individuale e pubblica, ha impresso secondo noi un forte impulso alla differenziazione della borghesia libero-professionale in un senso molto diverso da quello originario, ed allontanandola così ancora di più dalla sfera del capitalismo.
Pertanto, è proprio per questi nuovissimi tratti assunti dall’identità borghese (tratti che è ormai giunto il momento di mettere in luce!) che essa assume un’importanza centrale per un progetto autenticamente conservatore, almeno nella cornice delle circostanze dettate dall’attuale crisi.
Il tali circostanze la borghesia etica diviene allora un soggetto centrale del conservatorismo integrale e pertanto diviene possibile che essa assuma un ruolo centrale in un’azione politica autenticamente conservatrice.
Apparentemente un controsenso, dato che il conservatorismo di cui parliamo non è affatto quello liberal, cioè essenzialmente di stampo capitalista. Questo infatti non è mai stato un vero conservatorismo, ma solo l’impiego strumentale da parte capitalista di argomenti e temi conservatori allo scopo di difendersi dalla polemica rivoluzionaria. Ora poi che il capitalismo si è evoluto come si è evoluto, esso lo è ancora di meno, anzi può essere considerato un vero e proprio nemico del conservatorismo integrale.
In ogni caso quest’ultimo considera solo il passato un valore e non il futuro. La cosa è insomma certo più complessa di come appare qui, come abbiamo chiarito nel nostro citato scritto17, ma intanto, a scopi operativi, si può e si deve dare per buona quest’estrema semplificazione.
La questione è insomma come possa mai una borghesia nata come forza progressista e rivoluzionaria identificarsi con questi valori?.
Ebbene noi siamo convinti che, richiamandoci al valore vetero-borghese del risparmio (fin dall’inizio peraltro attitudine borghese non poco dissimile dal capitalismo, incentrato invece sui profitti dal lavoro frutto di investimenti), la borghesia etica, così come si configura nello scenario dell’ultima modernità, può rappresentare un ponte sia verso il passato che verso il futuro.
Verso il passato perché essa, come abbiamo appena detto, non ha (nel nucleo più puro della sua identità filosofico-politica) mai abbandonato i valori tradizionali ai quali si è da sempre ispirata, sebbene in piena ascesa capitalista e progressista. Basti per questo considerare l’immagine dataci proprio di questa borghesia entro il catastrofico fenomeno della Finis Austriae da Stefan Zweig18
Ed inoltre verso il futuro perché, sempre come abbiamo già detto, la borghesia etica ha, in virtù del suo costituzionale attaccamento a valori morali ed economico-morali tradizionali, la possibilità di correggere radicalmente in senso etico quello sviluppo della politica, dell’economia e dell’intera società e coscienza umana, che altro non è se non l’esito estremo della battaglia progressista- rivoluzionaria e liberal-socialista per liberare il mondo di ogni spirito tradizionale.
E ciò ci sembra si ponga perfettamente in linea con la prospettiva di profonda riforma della morale in senso anti-utilitaristico ed anti-presentistico (cioè anti-progressista ed anti-modernista) auspicata da Hans Jonas come unica soluzione all’imminente annientamento del pianeta nel quale viviamo.
In questo senso la borghesia può essere un alleato prezioso del conservatorismo integrale nella lotta all’idra dalle sette teste contro la quale combattere. Se la crisi attuale ha un merito è pertanto quello di aver portato finalmente allo scoperto i mostruosi connotati di questo immondo mostro.
Ebbene ci sembra che la congiuntura attuale dimostri alla perfezione che tale alleanza non solo è possibile ma è anche, oggi, per la borghesia etica di importanza vitale.
Il conservatorismo integrale non è una forza politica e pertanto non dispone né di sostanze ne di mezzi, e però è una chiarissima e risolutissima visione filosofico-politica, che pertanto sa bene cosa vuole ed in che direzione andare.
La borghesia etica invece, abbandonata com’è dalla visione politica che prima la contraddistingueva, ed alla mercé com’è oggi di una visione politica che non può affatto appartenerle, può trovare nel conservatorismo integrale il complesso di idee per iniziare di nuovo a muoversi verso un obiettivo.
Ciò significa però inequivocabilmente finalmente marciare!
Sintesi finale per un manifesto conservatore della borghesia etico-professionale
Ecco, questa è nel suo complesso la sostanza di ciò che possiamo definire come un manifesto conservatore che abbia, almeno contingentemente, al suo centro la borghesia etico-professionale come soggetto politico, e che, sempre contingentemente venga guidata dalla categoria medica nelle sue componenti più specificamente caratteristiche, ovvero dai medici convenzionati.
La lotta imminente dell’intera categoria medica contro il tentativo del governo italiano di assumere la tutela della cassa pensioni ENPAM può essere il punto di partenza di una lotta molto più ampia che ci auguriamo coinvolga tutte le figure professionali che abbiamo indicato in questo scritto.
Come abbiamo già più volte detto, la visione conservatrice non può affatto essere risolta in queste considerazioni, che sono rivolte ad un tempo storico particolare con le necessità da esso imposte e con le figure che in esso si muovono. E nemmeno può essere considerato interesse primario del conservatorismo quello di produrre manifesti, che sono sempre costruiti su situazioni storiche e tipologie politico-economiche specifiche, e si riferiscono pertanto ad idee ed ideologie troppo determinate, quando invece l’interesse primario del conservatorismo integrale va oltre la storia e perfino oltre la filosofia politica in direzione della più alta metafisica.
E tuttavia in momento politico è talmente grave che è oggi necessario anche questo.
La parola d’ordine di questa lotta che dev’essere finalmente iniziata può essere quella già menzionata, e cioè decelerare, regredire, de-complessizzare!.
Questa speriamo che sia il grido di battaglia ricamato sulle bandiere di una borghesia etica finalmente auto-cosciente che trovi la la dignità, la forza ed il coraggio di reagire al progetto di sterminio al quale è desinata.
Ciò ci cui abbiamo ormai assoluto ed urgente bisogno è un ritorno al passato, un decrescere brusco di tutto ciò che è divenuto ormai troppo ipertrofico ed iperplastico, una decisa regressione, una deflazione, ed una decelerazione.
Abbiamo cioè bisogno, per usare un frasario più antico, di ritornare ai valori della rinuncia, della sobrietà e del sacrificio.
Questo documento-manifesto è stato pensato nei giorni di Natale (il Natale del 2011).
Un periodo in cui, malgrado si parlasse di crisi ad ogni piè sospinto (e si soffrisse non poco per essa), il rituale delle sdolcinate, ipocrite ed oramai del tutto vuote melensaggini varie che usualmente lo saturano, veniva comunque invariabilmente rinnovato. E peraltro in una falsamente gioiosa eccitazione generale, che aveva ed ha ancora minori motivi di essere rispetto al solito.
L’immagine del Natale che ci auguriamo finalmente si affermi è invece quella del ritorno ad una semplice purezza : ‒ l’immagine di un Dio che nasce nelle menti e nei cuori degli uomini ed al centro dei mondi manifestati come un essere che viene alla luce in un modo austero, puro, severo, dimesso, silenzioso, non trionfale, non eccitante, non commovente, non sentimentale. Un mondo nel quale l’amore (cristiano o non) perda finalmente i suoi annacquati connotati sentimentali ed edonistici e torni ad essere puro ed austero, e come tale di nuovo tangibile e non più di facciata.
È importante sottolineare questo perché il ritorno oggi ai valori tradizionali, ovvero spirituali, non ci sembra possibile senza l’impiego di una notevole dose di austerità e pertanto di risolutezza politica, ovvero non senza identificare chiaramente chi sia il nemico (come vuole Carl Schmitt)19 , e non senza accettare con ciò la battaglia in campo aperto o nelle forme che sono necessarie.
Una borghesia etica cosciente del suo ruolo nel grande cambiamento epocale che si preannuncia, proprio essendo già stata erede in pieno sensismo di virtù autenticamente liberali (disinteresse nobile), può oggi essere il ponte verso il futuro “ideazionale” che ci prospetta un pensatore visionario come Sorokin.
Ma questo stesso pensatore ci ammonisce alla fine del suo libro circa le due sole possibilità che abbiamo a disposizione : ‒ o il trapasso attraverso un profondo rinsavimento nel senso di una riaffermazione di valori opposti a quelli del “sensismo” (ovvero il laico utilitarismo moralmente anti-utilitarista), oppure la necessità di doversi confrontare con un trapasso che faccia i conti con la terribile realtà del dies irae.
Ed in questo caso, diremmo, non si tratta affatto della collera divina come espressione unilaterale dell’identità divina, ma dell’identità divina unilateralmente collerica all’esposizione alla quale le stesse scelte umane (ovvero il profondo abuso del dono del libero arbitrio concesso all’uomo20) condannano l’intera umanità tessa e con essa il mondo.
Se non si interromperà bruscamente l’opera dell’idra, che oggi è giunta al suo culmine (l’opera di distruzione dell’ultima evoluzione delle forze progressiste-rivoluzionarie), ovvero se non scendono in campo le forze che devono scendere in campo per fermarla, la distruzione da essa portata sarà il pegno che il mondo dovrà pagare per risorgere.
E le riforme politico-economiche annunciate dall’economia ormai al potere non sono che un primo ed iniziale assaggio di ciò che, sul cammino tragico che essa stessa non riesce a vedere, dovra’ ancora venire
Quindi che sia rivolta, ed affatto rivoluzione! Ma profondamente conservatrice, ovvero nel senso di un radicale ritorno all’Origine, ossia ai valori eternamente tradizionali.
Ebbene tutto ciò è revisionismo!. Che lo si dica più senza alcun timoroso timore!.
E tale revisionismo si riassume un un solo grido : ‒siamo stufi!
È proprio questo che ci sentiamo di gridare in un Natale come questo, come di consueto avvelenato da miti ormai perfino desueti nella loro profonda deteriorità.- Ed ancor più nella costellazione crisi-consumo che ormai emerge in tutta la sua drammaticità.
Proprio in questo momento ci diviene finalmente chiaro che siamo stufi di tutto ciò che ci è stato, ormai per secoli, dato da credere.
Siamo stufi di tutto ciò che ci hanno inculcato nel corso dei nostri anni di liceo (e che ora viene inculcato a tutti ormai perfino dagli anni dell’asilo infantile), e che da quando siamo al mondo viene sussurrato o strombazzato in libri, film, trasmissioni televisive, giornali etc!.
Alla luce dello scenario di immensa devastazione sul quale la crisi getta luce in questo fatale Natale del 2011, siamo stufi di questo melange insopportabile di sentimentalismo buonista, di laicismo ateo, di razionalismo materialista, di iconoclastia dietrologica, di progressismo, modernismo e rivoluzionarismo compulsivi, di edonismo degradante, di spaventosa ristrettezza mentale se non ignoranza passata per cultura, di degenerazione dilagante, di caos sempre più montante, di non senso sempre più desolante, di spaventosa ipocrisia, indifferenza, cinismo, solitudine e strisciante violenza.
Basta, siamo stufi!!!
È contro tutto questo che con questo manifesto vogliamo finalmente levare il nostro grido di battaglia!
8Hans – Christian Hoppe, Democrazia : il dio che ha fallito , Liberilibri Macerata, 2005; Vincenzo Nuzzo, Elogio della Monarchia Imperiale. L’utopia politica del Corpo solidale. Controcorrente Napoli 2010 ; Vincenzo Nuzzo, La rivolta della fedeltà in nome del mistero e contro la ragione : per una filosofia che contempla, ovvero un plädoyer per una filosofia dilettante e per un monachesimo laico ed eroico. Opera non pubblicata.
